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La progettazione modulare
Premessa
1. I principi fondanti
del nuovo esame di stato
1. Le ragioni del
cambiamento
2. Un passo avanti
verso l’Europa
3. L’esame come fatto
di cultura
4. Un esame centrato
sulle competenze
5. Le competenze nel
nuovo esame
2. La questione della
modularità
1. Le fasi della programmazione
2. I nodi fondamentali
della programmazione
3. Programmare per
moduli
4. Struttura di un
modulo
5. Struttura dell'unità
didattica
Per gli approfondimenti
si vedano
Nella seconda edizione del corso
di formazione a distanza sul nuovo esame di Stato non verranno
affrontati contenuti del tutto nuovi, fatta esclusione di
alcune modifiche normative, quali quelle relative, ad esempio,
alla seconda e alla terza prova scritta.
L’esame è ancora in via di definizione, non è ancora entrato
a regime in ordine a quanto disposto dalla normativa di base
(si pensi, ad esempio, alla questione della certificazione,
per cui è ancora in atto la sperimentazione prevista dal DM
n. 450 dell’11 novembre ‘98; od al fatto che per la prima
prova scritta ancora non vengono proposte le tipologie della
lettera, della relazione e dell’intervista, pur previste dal
DM n. 356 del 189 settembre ’98), ma le innovazioni sono tali
che sono necessarie ulteriori riflessioni ed approfondimenti.
Nel corso si affronteranno tutte le
questioni poste dall’esame, in considerazione del fatto che
esso è diretto soprattutto a quegli insegnanti che affrontano
per la prima volta l’esperienza del nuovo esame.
I
contenuti non differiscono da quelli dello scorso anno ed
altrettanto dicasi degli obiettivi proposti ai corsisti, che
possiamo così definire e descrivere.
- avere
una piena consapevolezza delle finalità, degli obiettivi
formativi e dei contenuti del nuovo esame di Stato;
- avere
una chiara conoscenza delle procedure formali del nuovo
esame di Stato;
- padroneggiare
con sicurezza le modalità valutative indotte dall’adozione
dei crediti scolastici e formativi, dei punteggi e della
certificazione finale;
- comprendere
le ragioni educative e metodologico-didattiche che hanno
condotto ad una radicale innovazione delle prove;
-
conseguire una compiuta conoscenza ed utilizzazione delle
variabili che consentono una corretta formulazione e valutazione
della terza prova scritta;
-
conseguire una compiuta conoscenza ed utilizzazione delle
variabili che consentono una corretta conduzione e valutazione
del colloquio;
-
avanzare, sulla base della esperienza effettuata negli esami
e degli stimoli proposti dal corso, indicazioni e suggerimenti
ai fini di un miglioramento complessivo dei contenuti e
delle procedure del nuovo esame di Stato.
Sarà
il caso che, nel corso dello sviluppo delle attività, l’attenzione
sia sempre rivolta agli obiettivi che si devono raggiungere,
obiettivi che possono e debbono essere anche letti in termini
di quelle conoscenze, competenze e capacità che ormai investono
qualsiasi attività formativa, adulta e non adulta, e non solo
il momento terminale dei nuovi esami di Stato.
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1. I
PRINCIPI FONDANTI DEL NUOVO ESAME DI STATO
DALLA
MATURITA’ ALLE COMPETENZE
1. Le ragioni del cambiamento
Il
nuovo esame di Stato conclusivo degli studi della nostra scuola
secondaria superiore, varato con la Legge 425 del 10 dicembre
1997 ed in vigore a partire dall’anno scolastico 1998-99, costituisce
un elemento di grande importanza non solo per ciò che riguarda
la conclusione di un corso di studi, ma anche per il rinnovamento
complessivo dei nostri processi formativi.
Com’è
noto, gli ultimi anni hanno visto numerosi cambiamenti per
quello che riguarda la nostra scuola sia sul versante didattico,
quali le nuove modalità di valutazione nella scuola dell’obbligo,
l’introduzione di una seconda lingua straniera nella scuola
media, la progressiva riqualificazione dell’Istruzione Professionale,
sia sul più significativo versante istituzionale e organizzativo.
Infatti,
l’adozione della Carta dei servizi scolastici e l’avvio dell’autonomia
degli istituti scolastici segnano svolte sostanziali nella
struttura stessa delle nostre attività educative sulla strada
di una maggiore flessibilità dell’offerta formativa e di un
progressivo recupero di quelle situazioni di dispersione e
di esclusione che ancora connotano negativamente la nostra
scuola.
In
questo quadro complessivo la scuola secondaria superiore non
poteva più attendere. Se la via di una riforma complessiva
è sempre vanificata dalle contrapposizioni delle posizioni
politiche e culturali e dalle continue dilazioni imposte dal
succedersi delle legislature, era necessario porre mano ad
un “ritocco” ormai indilazionabile, quello relativo ad un
esame che da troppi anni, dal 1969 per l’esattezza, aveva
la sola legittimazione di una sperimentazione a termine!
Così,
non vi sono più esami di maturità ma, più semplicemente, “esami
di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria
superiore”: questi sono i termini con cui si esprime l’intestazione
della citata Legge 425/97.
Il
cambiamento di rotta è stato effettuato per diverse ragioni.
In
primo luogo emergeva sempre più forte la necessità di garantire
ai nostri studenti una preparazione più ampia, articolata,
significativa, all’altezza dei tempi, in considerazione dei
sempre più veloci cambiamenti che si verificano nel mondo
della cultura e delle professioni.
Occorre
anche pensare che il mercato del lavoro sta sempre più acquistando
una dimensione sovranazionale, per cui è necessario mettere
i nostri giovani in grado di competere, sul terreno della
cultura e delle conoscenze, con gli altri giovani europei.
In
tale contesto, permettere a degli studenti di superare una
prova così significativa solo con due prove scritte e due
piove orali, se da un lato facilitava il loro curricolo di
studio, dall’altro rendeva loro difficile l’accesso al mondo
del lavoro e la competizione con altri giovani che in altri
Paesi d’Europa conseguono diplomi più forti dal punto di vista
della certificazione e più spendibili dal punto di vista della
loro carriera culturale e professionale.
Molti
si chiederanno perché il nuovo esame di Stato non si chiama
più esame di maturità. Anche questo cambiamento non è di facciata,
ma è sostanziale. Le ragioni sono essenzialmente due.
In
primo luogo, la maturità è un concetto troppo ampio ed estensibile
a diverse fasce di età: è maturo anche un diplomato di scuola
media, come può essere maturo, accorto e assennato un bambino
di sei anni! Si deve anche considerare che un giovane, o un
adulto, può essere maturo anche indipendentemente dalle cose
che conosce o non conosce, o da ciò che sa o non sa fare!
La
ricerca educativa e docimologica ha dimostrato che la valutazione
complessiva della personalità di un qualsiasi soggetto è impresa
ardua, perché mancano indicatori di riferimento chiaramente
definiti. Ne consegue che la formulazione di un giudizio di
maturità è sempre vaga e generica, nonostante la professionalità
degli esaminatori.
Se
su questo punto si mettono a confronto i due testi di legge,
quello del ‘69 e quello del ‘97, si noterà la diametrale differenza.
La
Legge 119/69 prevedeva che “l’esame di maturità ha come fine
la valutazione globale della personalità del candidato (art.
5)” e che “a conclusione dell’esame di maturità viene formulato,
per ciascun candidato, un motivato giudizio, sulla base delle
risultanze tratte dall’esito dell’esame, dal curriculum degli
studi e da ogni altro elemento posto a disposizione della
commissione (art. 8)”.
La
Legge 425/97 afferma che i nuovi esami “hanno come fine la
verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione
agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo
di studi (art. 1, comma 1)” e che la certificazione rilasciata
deve “dare trasparenza alle competenze, conoscenze, e capacità
acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto
delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito
dell’Unione europea (art. 6)”.
Insomma,
quello di maturità è un concetto che, per la sua genericità,
implica da parte degli esaminatori la ricerca di atteggiamenti
e aspetti della persona che non è sempre facile individuare
e valutare, a fronte, invece, della rilevazione di conoscenze,
abilità e competenze che sono più circoscritte e definite,
e quindi più facilmente misurabili. D’altra parte, la rilevazione
di competenze, conoscenze e capacità non esclude affatto il
concetto di maturità, ma implica la ricerca di una maturità
che si oggettivizza in concreti savoir faire.
La
seconda ragione che ha indotto il legislatore a superare il
concetto di maturità è implicita nella prima. In quasi tutte
le scuole dei Paesi avanzati gli studi secondari si concludono
con un esame che intende verificare le effettive conoscenze
e competenze acquisite dagli allievi: tant’è vero che il concetto
di maturità compare raramente nei diplomi finali degli altri
Paesi.
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Ogni
scuola europea è diversa dall’altra, ma in tutte le scuole
si sta cercando di costruire percorsi formativi che abbiano
delle linee portanti comuni e che, soprattutto, pongano ai
giovani traguardi finali che permettano loro di acquisire
conoscenze e competenze che siano largamente condivise ed
utili alla vita culturale, sociale e lavorativa in un mondo
che sempre più diventa un villaggio globale.
Ciò
non significa, tuttavia, che con tale ricerca si vogliano
attenuare od offuscare le specificità e le peculiarità che
caratterizzano la cultura di ogni Paese. Com’è noto, tutti
gli accordi internazionali a livello dell’Unione europea sono
molto espliciti in questo senso: il termine unione assume
il significato di interazione, di cooperazione e non quello
di unificazione. In effetti, ciascuna scuola europea ha la
sua tradizione culturale ed educativa che, tuttavia, deve
misurarsi con la domanda di formazione e di professionalità
che sempre più avrà in un futuro non lontano connotazioni
comuni. Basti pensare a come l’innovazione tecnologica e informatica,
la comunicazione telematica, la terziarizzazione, i processi
lavorativi e la stessa organizzazione del lavoro stiano modificando
in senso largamente unitario quelle competenze professionali
che solo fino ad alcuni anni fa erano ancora circoscritte
a specificità di carattere nazionale.
Tutto
ciò significa che non è solo la nostra scuola che sta compiendo
un passo in avanti verso l’Europa, ma sono tutte le scuole
europee che, pur se con ritmi diversi, stanno adeguando finalità,
obiettivi e contenuti all’insorgere sempre più prepotente
- potremmo dire - di una nuova domanda di formazione.
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A
tutto ciò va aggiunto che sarebbe scorretto guardare all’esame
come una semplice innovazione metodologica e organizzativa.
Un
esame è sempre funzionale ad un modello di scuola e ad un
modello di società. Pertanto si può cogliere appieno il valore
innovativo del nuovo esame anche e soprattutto se si considerano
i cambiamenti che si sono verificati in questi ultimi anni
nell’assetto socioeconomico, nel mondo della ricerca scientifica
e delle applicazioni tecnologiche, nei linguaggi, nel costume,
nella diffusione delle informazioni, e soprattutto in quella
impennata che hanno subito i bisogni di formazione che hanno
portato alla cosiddetta scuola di massa.
E’
in questo contesto che si colloca la prospettiva della riforma
della scuola secondaria superiore, ed è in questo contesto
che si colloca il nuovo esame di Stato che di fatto la anticipa.
E’
la società che ci impone una scuola in cui non ci si può più
limitare alla prima elementare alfabetizzazione, in quanto
la società delle informazioni e delle conoscenze impegna tutti
i cittadini ad una crescita culturale, civile, cognitiva che
mai prima d’ora un sistema scolastico ha conosciuto.
Fino
a qualche anno fa l’educazione permanente e la scuola aperta
a tutti erano ancora una prospettiva lontana. Ora, invece,
ci troviamo nella piena realtà di una necessità educativa
che duri per tutta la vita ed interessi tutti.
Negli
ultimi decenni il nostro Paese è cambiato con una estrema
rapidità. Basti pensare agli stessi limiti culturali che sono
impliciti nei precetti costituzionali relativi alla scuola.
Quando il costituente scriveva - oramai cinquant’anni or sono
- che l’istruzione inferiore, obbligatoria e gratuita è “impartita
per almeno otto anni”, riteneva che questo fosse un limite
più che ambizioso. In effetti alla scuola obbligatoria ottonnale
siamo giunti soltanto nel 1962! Non solo, ma quando il costituente
scriveva che i “capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi,
hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”
forse non immaginava neppure che oggi dobbiamo costruire un
sistema formativo in cui tutti i cittadini siano capaci e
meritevoli! E’ un passaggio obbligato verso una società in
cui le conoscenze e i valori non possono non essere il patrimonio
di tutti. A meno che il nostro Paese non voglia segnare il
passo a fronte di ciò che avviene nell’Unione europea e in
tutti i Paesi avanzati!
Per
concludere, riteniamo che, se si guarda al nuovo esame di
Stato considerando solo le procedure applicative e le conseguenti
difficoltà operative che ne derivano e si perde di vista la
svolta culturale che con esso si intende provocare, si può
correre il grosso rischio di vanificare la qualità stessa
e la portata della innovazione!
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Dalla
maturità alle competenze
Non
più quindi un esame di maturità, ma un esame centrato sulle
competenze. In effetti si tratta di un concetto tutto nuovo
per la nostra scuola, il cui compito è essenzialmente quello
di trasmettere conoscenze e di socializzare i giovani ai valori
condivisi da una società democratica, in ordine a programmi
ministeriali che danno, grado per grado e ordine per ordine,
istruzioni in tal senso.
Una
svolta importante, dunque, che riguarda l’esame conclusivo
degli studi, ma che non mancherà di avere serie ripercussioni
sugli stessi processi formativi, anche se una riforma complessiva
della scuola secondaria superiore non è stata ancora effettuata.
E’
noto che ciò che guida un processo di apprendimento è soprattutto
il fine cui esso è destinato ed i comportamenti reali che
sono attesi dai soggetti. Pertanto, potremmo anche dire che
la riforma dell’esame di Stato, di fatto, anticipa quel progetto
riformatore al quale il Parlamento sta lavorando. Si allude
a quel riordino dei cicli scolastici nei quali gli obiettivi
delle competenze costituiscono uno dei punti di forza.
E’
necessario allora chiarire che cosa si intende per competenza.
Va subito detto che al proposito vi è una vasta letteratura
italiana e straniera, che si fonda, in parte, sullo sviluppo
della ricerca educativa, in parte su ciò che si verifica nella
formazione professionale [1] ,
nella formazione aziendale e nel cosiddetto apprendimento
organizzativo
[2] .
Per
una definizione di competenza
La
letteratura specialistica al proposito è molto vasta e differenziata
e le proposte sono più che numerose [3] . Ne riportiamo alcune.
*
“La competenza è la piena capacità operativa di orientarsi
e di risolvere i problemi nei diversi contesti di un dato
campo. Riguarda tutti i partecipanti all’intervento formativo
(allievi, docenti, dirigenti) nel rispetto delle peculiari
funzioni di ciascuno. La competenza è riconosciuta o riconoscibile
attraverso specifici comportamenti, prestazioni e atteggiamenti
messi in atto in situazioni operative diverse, duraturi e
consolidati nel tempo”. (da Scuola e lavoro nell’Istruzione
Professionale, a cura del MPI/DGIP e CEDE, 1996)
*
“Nel suo significato più familiare e più generale la competenza
viene definita come un comportamento che permette una efficace
interazione con l’ambiente, e quindi una capacità portata
a compimento. Considerando tale nozione dal punto di vista
dell’istruzione, assume particolare rilievo l’istanza del
portare a compimento una capacità... Si assume che il soggetto
ha conseguito una competenza quando sa, sa fare e sa anche
come fare. Vale a dire quando esplica, esercita, contestualizza
in ambienti diversi le personali conoscenze sviluppate durante
il percorso di apprendimento...” (da Linee guida alla didattica
integrata modulare, progetto MOBIDIC, modello per il
biennio di didattica integrata curricolare, a cura del
MPI e del CEDE, 1995)
*
L’ISFOL, in ordine all’attuazione del DM 12 marzo 1996, concernente
l’“adozione degli indicatori minimi da riportare negli attestati
di qualifica professionali rilasciati dalle regioni e province
autonome, con allegato modello di attestato”, individua tre
tipi di competenze:
- “di
base, quali, ad esempio, in informatica, lingue, economia,
sicurezza, organizzazione, diritto e legislazione, che sono
fondamentali per il cittadino lavoratore;
- “tecnico-professionali,
costituite dai saperi e dalle tecniche che vengono ricavate
dall’analisi delle attività operative che caratterizzano
i processi cui ci si riferisce;
- “trasversali,
quali, ad esempio, diagnosi, comunicazione, decisione, problem
solving, che sono essenziali al fine di produrre
un comportamento professionale in grado di trasformare un
sapere tecnico in una prestazione lavorativa efficace”.
Si
osserverà come, secondo questa accezione, la competenza costituisce
un continuum tra sapere e saper fare.
*
“La competenza è una caratteristica intrinseca individuale,
causalmente collegata ad una performance efficace o superiore
in una mansione o in una situazione che è misurata sulla base
di un criterio prestabilito”. (è attribuita a David McClelland
e a tale definizione si rifanno Richard Boyatzis, Lyle M.
Spencer e Signe M. Spencer; da F. Civelli, D. Manara, Lavorare
con le competenze, citato alla nota 3)
*
“La competenza è una caratteristica intrinseca di un individuo,
appartenente alla dimensione psicologica, costituita dall’insieme
articolato di capacità, conoscenze, esperienze finalizzate.
Si esprime attraverso comportamenti e necessita, per esprimersi,
della motivazione e del contesto. L’aspetto specifico del
contesto, che impatta sulla nascita e sullo sviluppo della
competenza, è la cultura organizzativa. L’azione combinata
di motivazione e contesto fa assumere alla competenza il suo
carattere soggettivo di consapevolezza di possibilità di controllo
sull’ambiente esterno (padronanza)”. (da William Levati, Maria
V. Sarao’, Il modello delle competenze, un
contributo originale per la definizione di un nuovo approccio
all’individuo e all’organizzazione nella gestione e nello
sviluppo delle risorse umane, Angeli, Milano, 1998)
*
“Competente è chi è capace di progettare e realizzare corrispondenze
tra intenzioni e risultati dell’azione, e di scoprire e correggere
gli errori”. (è una nota affermazione di C. Argyris, Reasoning,
Learning and Action, Jossey Bass, San Francisco, 1982)
*
“L’individuo competente è quello capace di affrontare con
successo determinate situazioni mobilitando e utilizzando
in modo istantaneo un campo di conoscenze diversificate”.
(G. F. Lanzara, Capacità negativa, Il Mulino, 1993)
Molti
studiosi considerano il fatto che la conquista di una competenza
e la sua esecuzione da parte di un soggetto non si verificano
mai come se il soggetto fosse solo, astratto dai condizionamenti
ambientali (processi, situazioni, macchine, persone , ecc.).
Neanche il più stolido behaviorista potrebbe pensare una cosa
del genere. Infatti, le dinamiche dell’apprendimento e del
lavoro non sono mai decontestualizzate dalle interazioni tra
le persone e dalle dinamiche del sociale. Insomma, può attribuirsi
al termine di competenza non solo il suo significato di com-petere
(cum-petere, muoversi verso qualcosa “che mi spetta”,
“mi compete”), ma anche quello di competere con altri, da
cui “competizione”. Per cui competenza potrebbe equivalere
alla assunzione di comportamenti corretti in ordine a determinati
compiti nelle interazioni con altri e con l’ambiente.
Va
anche ricordato che l’attuale orientamento sulla questione
delle competenze si va sempre più spostando dalle azioni
alle persone, e ciò anche e soprattutto in ordine ai
nuovi modi di lavorare in azienda. Il cambiamento a cui l’operatore
è sottoposto spinge gli studiosi a porre maggiore attenzione
agli atteggiamenti che ai comportamenti. Il fatto, cioè, che
da una organizzazione dei processi lavorativi verticale e
gerarchica sempre più ci si stia muovendo verso una organizzazione
orizzontale e cooperativa spinge verso queste nuove attenzioni
nei confronti delle competenze.
Insomma,
le intenzioni, le motivazioni, le attese, gli atteggiamenti,
i tratti della personalità costituiscono il punto di maggiore
attenzione rispetto ai concreti savoir faire che, se
pure importanti, pare che non siano più determinanti ai fini
dell’apprezzamento e della valorizzazione dell’operatore.
In
conclusione, devono attentamente considerarsi le interazioni
tra le persone, e si deve considerare che un soggetto non
giunge ad una competenza solo per esercizi addestrativi ma
anche in forza di attese e motivazioni. E deve anche considerarsi
che sempre più necessitano, nella organizzazione del lavoro
e nei processi lavorativi, flessibilità, fluidità cognitiva,
adattabilità al cambiamento. Ed ancora, inciderà fortemente
e positivamente il fatto che sempre più la distinzione tra
compiti manuali e compiti intellettuali sarà vanificata dall’evoluzione
dell’elettronica e dell’automazione. Ed è anche il caso di
supporre - senza scadere per questo in una troppo facile utopia
- che l’organizzazione orizzontale e cooperativa del lavoro
possa attenuarne la fatica e possa restituire al lavoratore
quel plaisir de faire, che darebbe finalmente un senso
a quel savoir faire che sa tanto di tecnicismo tayloristico!
E’
una linea di tendenza che non sappiamo quanto possa svilupparsi
in un mondo che ancora conosce troppe diseguaglianze e in
cui Nord e Sud sembrano divergere sempre più invece che convergere
alla ricerca di un modus vivendi compatibile con la
dignità dell’uomo e con le sue aspettative. Tuttavia, un pizzico
di ottimismo non guasta mai!
Le
considerazioni di cui sopra ci significano che i quadri di
riferimento in cui si acquisiscono e si modificano le competenze
sono tutti soggetti a un progressivo cambiamento.
Di
queste linee emergenti e non ancora definite occorre che la
scuola, o meglio che qualsiasi processo formativo tenga il
debito conto. Sembrerebbe scorretto, a nostro avviso, che
la ricerca di una certificazione puntigliosa delle competenze
da parte degli insegnanti del consiglio di classe e della
commissione d’esame finisca pur con l’adempiere certamente
alla nuova legge sugli esami di Stato, ma faccia perdere di
vista ciò che accade nel mondo delle conoscenze, della cultura
e del lavoro!
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Per
quanto riguarda il nuovo esame, ci limitiamo a dare una definizione
coerente con i processi formativi della nostra scuola e con
quanto richiesto dalla nuova legge, anche perché le competenze
che la commissione dovrà accertare si debbono coniugare con
le “conoscenze generali e specifiche” e con le “capacità elaborative,
logiche e critiche”, a cui fa esplicito riferimento il Regolamento
applicativo (Art. 1, comma 3).
La
competenza si può definire come un comportamento mirato all’esecuzione
di un compito, comportamento che è la risultante di un insieme
di conoscenze teoriche e di abilità tecnico-pratiche. Il livello
dell’esecuzione può essere più o meno alto, più o meno semplice
o complesso, a seconda della preparazione del soggetto in
merito.
L’esame
di Stato deve accertare quali competenze uno studente ha conseguito
e a quale livello di complessità. I nuovi esami “hanno come
fine la verifica della preparazione di ciascun candidato in
relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun
indirizzo di studi” (Legge 425/77, art. 1, comma 1).
Sembra
opportuno che i docenti, sia nella veste di insegnanti di
classe che nella veste di commissari di esame, sia gli stessi
studenti, condividano, a proposito dei termini conoscenze,
competenze e capacità, un lessico comune. Una proposta in
tal senso è visualizzata nella tabella che segue. Abbiamo
associato alla espressione che in genere si usa nelle scuole
il termine scientificamente corretto, e di questo diamo una
definizione con una esplicitazione in corsivo.
Va
sottolineato che il termine scientificamente corretto non
è quello dell’uso comune. Secondo questa accezione ad esempio,
per conoscenza si può intendere la presa d’atto di un fatto
(“piacere di fare la sua conoscenza”), una conoscenza remota
(“lo conosco bene quel tipo!”), un riconoscimento, una distinzione,
una conoscenza con valenza socioculturale (il sistema delle
conoscenze, le conoscenze di un popolo), un insieme di nozioni.
Per non dire dei luoghi comuni: perdere la conoscenza in quanto
svenimento, conoscere la fame, e così via!
E’
sempre bene che ciascun termine sia utilizzato in modo corretto
e che su quella modalità ci sia la condivisione di tutti gli
operatori coinvolti.
PER UN LESSICO
MINIMO COMUNE
|
TERMINE CORRETTO
|
DEFINIZIONE
DEL TERMINE
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CONOSCENZA
|
acquisizione
di contenuti, cioè di principi, teorie, concetti, termini,
regole, procedure, metodi, tecniche
è
l’insieme di alcune conoscenze teoriche afferenti ad
una o più aree disciplinari
Regolamento,
art. 1, c. 3: “conoscenze generali e specifiche”
|
|
COMPETENZA
|
utilizzazione
delle conoscenze acquisite per risolvere situazioni
problematiche o produrre nuovi “oggetti” (inventare,
creare)
è
l’applicazione concreta di una o più conoscenze teoriche
a livello individuale
Regolamento,
art. 1, c. 3: “competenze in quanto possesso di abilità”
|
|
CAPACITA’
|
elaborazione
circostanziata, valutazione critica di quanto acquisito;
Regolamento,
art. 1, c. 3: “capacità elaborative, logiche e critiche”
Può
anche essere intesa nel senso di saper riflettere, pensare,
discutere e mettersi in discussione; ed anche come utilizzazione
significativa e responsabile di determinate competenze
anche in situazioni organizzate in cui interagiscono
più fattori e/o più soggetti e si debba assumere una
decisione
|
Conoscenze,
competenze e capacità non costituiscono elementi tra loro
separati, anche se, dal punto di vista concettuale, è bene
distinguerli. Esse si alimentano a vicenda nei processi di
apprendimento e nelle azioni concrete, e danno luogo ad un
processo circolare di un continuo feedback di correzioni
e aggiustamenti e ad ulteriori processi di autoapprendimento.
Una
competenza è data da una interazione intelligente e mirata
di più abilità, intendendo per abilità una operazione esecutiva
semplice. Saper addizionare è un’abilità, come saper sottrarre,
e così via. Nella scuola del passato, le pagine di aste, o
di lettere o di cifre, la memorizzazione di alfabeti e di
tabelline erano finalizzate, appunto, a fare acquisire determinate
abilità operative, tuttavia decontestualizzate da una prospettiva
in termini di competenze. L’esempio ci aiuta a ribadire che
la competenza non è una somma qualsiasi di abilità, ma un
insieme opportunamente selezionato dal soggetto in funzione
del compito da realizzare. Nella catena di montaggio delle
aziende tayloristiche ciò che contava ai fini della produzione
era una determinata abilità dell’operaio, circoscritta e ripetuta
all’infinito; la competenza non veniva né sollecitata né apprezzata!
Molta acqua è passata sotto i ponti!
Utilizzare
certe abilità e non altre per risolvere una situazione problematica
dà luogo ad una competenza. Un comportamento competente può
anche implicare diversi livelli di complessità: si può guidare
un’automobile con maggiore o minore perizia; altrettanto avviene
nella scrittura di un saggio o nella confezione di un piatto
di spaghetti! Nella regia di uno spettacolo, o nello scatto
di una fotografia.
Una
competenza eccezionale dà luogo ad una padronanza. E ciò che
si verifica nel mondo della imprenditoria, delle professioni,
dell’arte, dello sport, della politica, ecc. Per cui esistono
un Murdoch, un Renzo Piano, un Ronaldo, e così via!
Ai
fini di un accertamento circa la presenza o meno in un soggetto
di conoscenze, competenze e capacità, occorrerà adottare alcuni
criteri di rilevazione, misurazione e valutazione.
In
linea di massima, si può dire che:
- le
conoscenze si rilevano e si accertano con quesiti mirati
orali e/o scritti;
- le
competenze si rilevano e si accertano con sollecitazioni
mirate alla soluzione di situazioni problematiche concrete,
anche con l’eventuale utilizzazione di una strumentazione
ad hoc;
- le
capacità si rilevano e si accertano con sollecitazioni mirate
alla soluzione di situazioni problematiche chiaramente definite
in ordine alle opportunità e ai limiti (fattori, condizioni,
tempi, ambiti organizzativi, risorse umane, et al.).
L’indicazione
è molto relativa in quanto, come abbiamo già detto, esiste
una circolarità tra le tre operazioni che, pur se sono distinguibili
sotto un profilo concettuale, non sono sperabili in assoluto
sotto il profilo comportamentale. In effetti, se si accerta
in un soggetto la presenza di una competenza, questa è di
per sé un indice che il soggetto ha acquisito conoscenze e
abilità. Se poi il soggetto assume e giustifica posizioni
critiche nei confronti della competenza espressa, e dimostra
che in altre situazioni e contesti quella competenza si sarebbe
svolta con modalità diverse, ciò significa che il soggetto
dispone anche di una capacità logica, critica, creativa.
Ma,
sulla questione della rilevazione, misurazione e rilevazione
di conoscenze, competenze e capacità in sede di prove secondo
le nuove modalità dell’esame di Stato torneremo più avanti
nel corso di queste note.
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Quando
nella nostra scuola è stata introdotta la strategia della
programmazione – erano gli anni Settanta, quelli dei "decreti
delegati" e della legge 517
[4] – la
scelta che si fece fu quella più semplice e palmare, se si
può dir così, quella che venne poi suffragata del DM 9 febbraio
’79, istitutivo dei "nuovi" programmi della scuola
media. Nel decreto vengono indicate le fasi della programmazione
che riportiamo testualmente:
- individuazione
delle esigenze del contesto socio-culturale e delle situazioni
di partenza degli alunni;
- definizione
degli obiettivi finali, intermedi, immediati che riguardano
l’area cognitiva, l’area non cognitiva e le loro interazioni;
- organizzazione
delle attività e dei contenuti in relazione agli obiettivi
stabiliti;
- individuazione
dei metodi, materiali e sussidi adeguati;
- sistematica
osservazione dei processi di apprendimento;
- processo
valutativo essenzialmente finalizzato sia agli adeguati
interventi culturali ed educativi sia alla costante verifica
dell’azione didattica programmata;
- continue
verifiche del processo didattico, che informino sui risultati
raggiunti e servano da guida per gli interventi successivi.
La valutazione investe e guida tutte le fasi della programmazione
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Le finalità
che la scuola si propone
Gli obiettivi proposti agli studenti e realizzati
I livelli di partenza della classe
I contenuti disciplinari e pluridisciplinari
I percorsi formativi realizzati
I metodi e i mezzi adottati
La scansione temporale
La misurazione e la valutazione
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Si
trattava – e si tratta tuttora – di indicazioni forse troppo
succinte, ma che derivavano da anni di ricerca educativa italiana
e soprattutto straniera, una ricerca che ha fatto giustizia
di ogni insegnamento affidato alla episodicità, alla casualità,
alla soggettività del docente e che tenta, invece, di introdurre
criteri di razionalità e oggettività nel complesso sistema
dell’apprendimento. In effetti, alla centralità dell’insegnamento,
dei programmi, delle materie, degli orari, ecc. viene sostituita
la centralità di chi apprende.
Negli
anni Ottanta si è operato molto e si è anche molto discusso
in ordine alla programmazione.
Da
un lato, gli insegnanti trovavano molte difficoltà applicative,
essenzialmente per due ragioni. Una di carattere soggettivo:
l’adozione della nuova normativa non era stata accompagnata
da nessuna iniziativa di aggiornamento
[5] –
se non di vera e propria formazione – dei docenti. La seconda
di carattere oggettivo: si può programmare laddove vi siano
ampi margini di flessibilità; ma allora, in una scuola ancora
costruita sui programmi ministeriali, su quadri orari rigidi
e precodificati, su cattedre orario, su classi d’età, e così
via, una programmazione seria finiva spesso con l’essere solo
un flatus vocis!
Nel
1985 la programmazione entrò di diritto anche nella scuola
elementare in forza dell’adozione di nuovi programmi di studio.
Così la pratica e la discussione della programmazione fece
seri passi in avanti.
Da
molte parti si avvertiva una certa rigidità della programmazione
stessa, le cui fasi e il cui sviluppo potevano apparire come
una sorta di percorso obbligato, troppo tecnicistico, forse
più adatto per l’insegnamento superiore che per un insegnamento
di base, in cui le variabili in gioco in ordine ai campi di
esperienza (scuola per l’infanzia) e all’apprendimento predisciplinare
(scuola elementare) sono molto ampie, numerose e intrecciate,
difficilmente distinguibili e separabili, se le si voglio
descrivere con quella puntualità che una programmazione educativa
e didattica esige. Si considerava anche che centrare tutto
sul raggiungimento di obiettivi predefiniti e misurabili appiattisse
i percorsi formativi e gli stessi esiti educativi, spesso
non leggibili in soli termini di obiettivi.
Si
tratta di osservazioni critiche indubbiamente interessanti
ma che, a nostro avviso, non inficiano la strategia curricolare.
Anzi, è proprio grazie ad una attenta attività di programmazione
che tutte le variabili di cui sopra possono essere considerate
ed addirittura sollecitate.
Di
qui, allora, il punto di arrivo di questi ultimi anni, quello
della articolazione modulare della quale ormai ogni documento
normativo e didattico parlano a iosa, spesso, però, senza
dare indicazioni esaustive in merito.
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Non
riproduciamo i termini del dibattito in merito alla modularità,
ma quello che ci sembra utile sottolineare come premessa è
che, soprattutto sulla scorta della strumentazione informatica
e multimediale che sempre più ci aiuta a scoprire le infinite
possibilità di funzionamento e di produzione di quella macchina
per pensare che chiamiamo cervello, molto schematicamente
si può parlare di apprendimento sequenziale e di apprendimento
sistemico.
L'apprendimento
sequenziale é quello che investe le strutture cognitive semplici,
ed è quello tipico della scuola della tradizione. Si tratta
di un processo lineare, in cui ad un dato si aggiunge un altro
dato, e così via. I meccanismi del contare (dopo l'uno viene
il due, l'ordine alfabetico), della comparazione semplice
(il tre é più piccolo del quattro, più grande del due), della
competenza testuale elementare (la sequenza soggetto predicato),
dello stesso studio tradizionale della storia (un evento dopo
l'altro, il meccanismo della causa e dell'effetto), legati
a quelli della memoria del dato, sono tipici di questa modalità
di apprendere.
E
la stessa strumentazione metodologica (lezione, studio, interrogazione)
e quella tecnologica, se così si può dire (libro di testo
in ordine sequenziale), sono funzionali a questo tipo di apprendimento.
L'apprendimento
sistemico, o modulare è quello, invece, che si fonda sulle
reti concettuali, sulla mappe cognitive, sulla interrelazione
dei dati e delle informazioni, la cui visualizzazione non
è sequenziale, numerica, ma globale, spaziale. Sono forme
più alte di organizzazione del pensiero, in cui non ci sono
un "prima" e un "dopo", posti dall'esterno
a chi apprende e da questi accettato di fatto come una necessità
oggettiva, ma in cui è privilegiata, e sollecitata, la scelta
individuale. L'organizzazione di un insieme di discipline,
o di una biblioteca, o – per farla più semplice – dell'armadio
della camera da letto, possono variare a seconda di scelte
individualmente adottate.
Ma
ricorriamo ad un esempio. Quando nelle università medievali
si costruivano repertori gerarchici del tipo "grammatica,
dialettica, retorica", o in età a noi molto più vicine
edifici del tipo "arte, religione, filosofia", si
voleva di fatto costringere ad un struttura sequenziale "oggetti"
che, invece, possono essere disposti solo in strutture a rete.
Ma
vi è un esempio a noi ancora più vicino, che ci è data dalla
differenza che corre tra testo ed ipertesto. E quando si afferma
che un testo si legge e che un ipertesto "si naviga"
(una espressione goffa dal punto di vista testuale, ma molto
efficace dal punto di vista... ipertestuale!), in effetti
si vuole dire che un testo si acquisisce solo a condizione
che si fruisca adattandosi alla sequenza data, e che ad un
ipertesto si accede costruendo dei percorsi, che varieranno
da individuo ad individuo.
Occorre
a questo punto dire che le due modalità di apprendere, di
organizzare il pensiero, non sono una migliore dell'altra,
ma interagiscono strettamente tra loro. Il pensiero sequenziale
serve a certe operazioni, quello sistemico ad altre.
Di
fatto, l'emisfero sinistro del nostro cervello presiede alle
operazioni logiche sequenziali, l'emisfero destro a quelle
sistemiche globali. Come se il primo operasse in scansioni
che si succedono nel tempo, in diacronia, e il secondo operasse
in dimensione spaziale, in sincronia. Così l'azione del vedere
che "Antonio mangia la mela" é istantanea, spaziale,
e non c'è un prima e un dopo; ma l'azione del dire che "Antonio
mangia la mela" si svolge nella successione temporale
ed il soggetto, in tale caso, precede il verbo e l'oggetto.
Il
fatto, poi, che nella scuola, stante il fatto che ciò che
sappiamo oggi sull'apprendimento fino a qualche decennio fa
era ancora da scoprire, si privilegiasse il pensiero sequenziale,
magari non stimolando o a volte castrando il pensiero sistemico,
ovviamente è altro discorso.
Si
può, a latere, considerare che le sollecitazioni che vengono
ai nostri bambini – o meglio ai bambini delle società ad alto
sviluppo – dai mass media, dai videogame, dall'uso abbastanza
diffuso del computer domestico, li stimola a muoversi in "ambienti"
non sequenziali ed ipertestuali, più di quanto non li stimoli
la scuola, in cui tali "ambienti" entrano con molta
difficoltà. Chi non ricorda con quale rapidità i bambini risolvevano
qualche anno fa il problema dato dal cubo di Rubik? Laddove
noi adulti con il nostro pensiero sequenziale non riuscivamo
neanche a porci in modo corretto di fronte alla complessità
globale del cubo!
Quando
da certe parti, poi, si afferma che il cervello sinistro è
quello del linguaggio e della matematica, e che il cervello
destro è quello dell'arte e della creatività, in effetti non
si dice il vero, si volgarizza e si banalizza. Non c'è artista,
della tastiera o del pennello, della penna o della danza,
che non debba passare attraverso pazienti e faticose "esercitazioni"
di tipo sequenziale. Il corpo calloso, che tiene insieme i
due emisferi, in effetti coordina meravigliosamente insieme
l'operazione logica, grazie alla quale diciamo che uno più
uno fa due, e l'operazione illogica, grazie alla quale possiamo
anche dire che uno più uno fa tre, o quattro, o... la prima
cosa che "ci viene in testa"!
Le
ricadute che queste modalità diverse ed interrelate di pensare
ed apprendere hanno sui processi di insegnamento e sui modi
di organizzarli sono estremamente interessanti.
Così,
organizzare un'unità didattica – che potremmo anche chiamare
unità minima di apprendimento formalmente organizzato – significa
costruire una unità di apprendimento di tipo sequenziale.
Gli obiettivi, intesi come conoscenze, competenze e capacità
da acquisire da parte dell'allievo, si succedono da quello
tassonomicamente più semplice a quello più complesso, i contenuti
si succedono con il criterio della propedeuticità. E' un modello
di organizzazione di apprendimento sequenziale. L'organizzazione
di più unità didattiche deve anch'essa corrispondere al criterio
della propedeuticità. Non si può "somministrare"
agli allievi l'unità numero due, se questi non hanno conseguito
gli obiettivi dell'unità numero uno, e così via.
Si
tratta di un discorso ormai noto, che corrisponde a quella
che in didattica si chiama programmazione lineare, che può
riguardare certi tipi di discipline, certi percorsi, certi
allievi, e così via.
Ciò
significa, in primo luogo, che, quando parliamo di programmazione
lineare, non dobbiamo intendere per esaurito il discorso della
programmazione, anche se – soprattutto quando la programmazione
venne ufficialmente adottata nella scuola media – una interpretazione
rigida, lineare, della programmazione, spinse molti docenti
a considerare che i giochi ormai fossero fatti.
E
significa, in seconda istanza, che occorre tenere anche conto
di una programmazione che potremmo chiamare sistemica o modulare.
Ricorriamo
a qualche esempio. Un adulto deve trasferirsi nel Regno Unito
e vuole necessariamente imparare l'inglese. Le offerte sono
molte e il nostro adulto sceglierà quella scuola che dà garanzie
di serietà, che lo impegnerà per un certo periodo assicurandogli
il raggiungimento di certi obiettivi, con certi metodi e a
certi costi. Un altro adulto ha tempo libero, è un appassionato
dell'aria aperta e vuole imparare a librarsi con il deltaplano.
Un giovane laureato in medicina viene a sapere che gli specializzati
in geriatria sono molto pochi e che il mercato professionale
in questo settore tira.
Insomma,
si tratta di offerte formative che il mercato propone – a
diverso titolo e con diverse forme di istituzionalizzazione
– indipendentemente da proposte educative più complessive.
Di fatto, si tratta di moduli formativi, indipendenti tra
di loro, a cui si può accedere solo sulla base di determinati
prerequisiti.
Il
nostro adulto può scegliere indifferentemente di imparare
prima l'inglese, poi il deltaplano, poi di specializzarsi
in geriatria. Ma può anche invertire l'ordine delle scelte.
La struttura modulare è a rete e non sequenziale. Ciò che
conta perché il modulo si attivi, è la scelta individuale,
come abbiamo detto.
Ma
il modulo dovrà al suo interno essere costruito, programmato
secondo certe unità didattiche, secondo una certa sequenza.
Tre scuole di inglese offriranno tre diversi moduli, eventualmente
tutti e tre con alti obiettivi di padronanza, strutturati
al loro interno con diverse sequenze didattiche, ma tra di
loro congruenti.
Al
di là dell'esempio, potremmo dire allora che un modulo è un'unità
compiuta di contenuto, e che, come tale, è indipendente da
un altro modulo.
Se
poi il taglio che diamo al modulo è di tipo disciplinare,
potremmo anche dire che un'unità compiuta di contenuto per
antonomasia è una intera disciplina. Viene con sé che si può
studiare il latino indipendentemente dal greco, e viceversa,
anche se ciò non toglie che, stando proprio all'immagine sistemica
cui più volte ci siamo richiamati, tra le due discipline/modulo
possono trovarsi tutte le possibili relazioni.
Ma
il taglio contenutistico può anche essere pluridisciplinare
(o inter- o transdisciplinare, a seconda delle scelte che
si possono fare quando si costruisce il modulo), e avere per
"oggetto" una realtà concreta, il mare, un fiume,
le vacanze, la città. Ed in tal caso, sarebbe soltanto ozioso
rimarcare quante discipline possono convergere, laddove si
voglia studiare un fiume (geografia, storia, idraulica, biologia,
letteratura, ecc.) o le vacanze (dalle statistiche sul turismo
alle Smanie per la villeggiatura).
Abbiamo
volutamente esagerato nella esemplificazione, proprio per
dimostrare come una ricerca modulare, da parte di chi insegna,
può ristrutturare completamente quel programma di studio,
di ispirazione ministeriale, cui da sempre siamo portati a
pensare.
Apparirà
anche chiaro che, nella misura in cui l'offerta formativa
è rivolta ad un pubblico che abbia già acquisito determinate
competenze, la programmazione modulare diventa pressoché un
passaggio obbligato. Ed è per questo che l'apprendimento modulare
si pone in modo sempre più marcato all'attenzione degli istituti
superiori. E' in tale chiave che andrebbero riletti e... riscritti
gli stessi programmi innovativi proposti, ad esempio, dalla
Commissione Brocca. Guai a leggere con un'ottica sequenziale
contenuti che, invece, vanno proposti ai nostri giovani con
un'ottica sistemica.
Nella
misura in cui, invece, si tratti di un'offerta educativa a
tutto campo (intendendo per educazione il processo globale
di acculturazione od inculturazione alle conoscenze di base
ed ai valori condivisi della società democratica), l'attenzione
maggiore va data a strutture di tipo sequenziale, proprio
per la compattezza che certi contenuti hanno e sui quali la
scelta dovrebbe essere a tutto tondo. Ovviamente, senza con
questo togliere nulla alla creatività delle scuole e degli
insegnanti.
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-
TITOLO - indicazione, in due, tre parole, della tematica
che si intende affrontare nel modulo: può essere disciplinare,
pluridisciplinare, trasversale.
-
SOMMARIO - esplicitazione e descrizione del titolo, in quattro,
cinque righe; indicazione dei contenuti e dei percorsi,
degli ambiti disciplinari, dei destinatari, delle unità
didattiche di cui il modulo si compone.
-
MOTIVAZIONE – GIUSTIFICAZIONE - le ragioni del modulo, perché
questo e non un altro, dove si colloca nel curriculum, in
quale anno scolastico, in quale tri-quadrimestre, a quanti/quali
allievi è destinato; ambiti e limiti contenutistici, eventuali
raccordi interdisciplinari; indicazioni degli aspetti di
esercitazione, applicazione, ricerca, pratica operativa,
laboratorio, tirocinio, stage, ecc.
- FINALITA'
- gli scopi che il modulo si propone, visti dalla parte
delle esigenze della istituzione, dell'insegnamento e/o
dell'insegnante (esempi: con questo modulo il Consiglio
di classe si propone di... introdurre gli allievi a... far
conoscere agli allievi... sviluppare negli allievi...presentare
agli allievi il problema x.... permettere agli allievi di
problematizzare... offrire agli allievi... far lavorare
gli allievi su... permettere agli allievi di padroneggiare...
rendere gli allievi consapevoli di... ecc.). Ovviamente,
più un modulo è rivolto a fasce basse di età, più prevarranno
i verbi conoscere, sviluppare, problematizzare, ecc., più
è rivolto a fasce alte, più ricorreranno i verbi della padronanza
e del saper essere, civico e professionale.
- OBIETTIVI
- gli scopi che il modulo si propone, ma visti dalla parte
del discente, quindi espressi in termini di conoscenze,
competenze e capacità. E' sempre sottintesa l'espressione:
alla fine dello studio di questo modulo l'allievo dovrà
avere acquisito le seguenti conoscenze, abilità, padronanze,
competenze, che vanno indicate a livello macro, di generalizzazione;
di fatto non daranno più di sei, sette obiettivi. In genere
si adotta questa categorizzazione: sapere (area cognitiva),
fare (area operativa: padronanze concrete), essere (area
della personalità e delle relazioni socio-collaborative;
atteggiamenti e valori acquisiti).
- PREREQUISITI
- le conoscenze, competenze, capacità che l'allievo deve
possedere per accedere al modulo. E' sempre sottintesa l'espressione:
all'inizio dello studio l'allievo deve... conoscere... aver
compreso... usare... applicare... fare... ecc.
Attenzione!
Non si debbono confondere
i
prerequisiti, che sono richiesti comunque e a chiunque
per avviare un processo formativo, con
i
livelli di partenza, che sono rilevati all'inizio di
un'attività formativa per sapere con chi si ha a che fare!
I
livelli di partenza sono quelli che sono, sono "posti"
dagli allievi; i prerequisiti, invece, sono "posti"
dal docente.
Si
hanno anche formulazioni diverse: per i prerequisiti, il sottinteso
é "l'allievo deve sapere... fare... essere...";
per i livelli di partenza, il sottinteso è "l'allievo
sa... fa... è..."
Pertanto,
per un MODULO ZERO, di azzeramento iniziale, di ingresso,
di accoglienza (primo periodo di scuola con allievi che non
si conoscono), dovrà considerarsi la voce "livelli di
partenza"; ma, per i MODULI successivi si dovranno "porre"
i "prerequisiti.
"Porre"
i prerequisiti fin dal primo giorno di scuola significherebbe
porre, di fatto, le premesse per escludere, selezionare, bocciare.
Invece, rilevare nei primi giorni di scuola i reali livelli
di partenza, significa iniziare a programmare in modo mirato,
orientato in primo luogo al recupero.
Attenzione!
Non utilizzare mai espressioni al negativo (l'allievo non
conosce questo, non sa fare quest'altro, ecc.), ma sempre
al positivo indicando concretamente ciò che l'allievo sa,
sa fare, ecc. Le rilevazioni al negativo sono spia di un atteggiamento
valutativo scorretto, tipico della scuola tradizionale, selettiva,
quindi sempre tesa a rilevare le negatività, per bocciare,
piuttosto che le positività, per "facilitare" l'apprendimento
e per "promuovere".
Vanno
anche indicate le attività da svolgere e gli strumenti per
rilevare i prerequisiti (o i livelli di partenza per i moduli
zero) e vanno indicati i criteri della rilevazione. Se si
accerta che gli allievi non posseggono i prerequisiti, occorre
predisporre le strategie per il "recupero precoce",
prima di "partire" con il modulo!
-
CONTENUTI - lista nuda e cruda delle "cose concettuali",
che si mettono "dentro" il modulo: gli argomenti,
i temi, i problemi, i vari "pezzi" mono- e pluridisciplinari,
con gli eventuali raccordi pluri-, inter- e transdisciplinari.
-
MEZZI - nella voce mezzi rientra tutto ciò che è fisico,
dalla carta/matita al libro di testo, al libro, alla palestra,
alle attrezzature di laboratorio e di officina. Il fatto
è che un contenuto concettuale è sempre e comunque veicolato
da un supporto, cartaceo e/o non. Ad esempio: per la Prima
guerra di indipendenza (contenuto) il supporto sarà... il
libro di testo, l'enciclopedia x, il saggio y, il film z;
per "La morte a Venezia" ci sarà il libro di Th.
Mann, il film, il saggio x; per il teorema di Euclide un
software didattico; per il Maggio francese un ipertesto;
e così via!
Rientrano
nella voce mezzi anche le
schede
di lavoro (sintesi di dati argomenti, fotocopie, elenchi di...
schede di consultazione...) predisposte dagli insegnanti per
far lavorare gli allievi, e le
schede
per la valutazione (iniziale per i prerequisiti, finale per
la sommativa), prove strutturate, prove semistrutturate, prove
non strutturate.
Attenzione!
Si tratta di prove di modulo. Pertanto, mancano le prove intermedie
per la valutazione formativa, che figureranno nelle unità
didattiche.
-
SPAZI - l'aula della classe e gli eventuali altri spazi
nella scuola o fuori di essa. Se si ipotizza uno o più viaggi
di istruzione, le indicazioni di dettaglio andranno nelle
singole UD.
- TEMPI
- durata del modulo, con una indicazione complessiva dei
tempi min/max in termini di giorni, settimane e delle ore
min/max di effettivo lavoro.
- METODI
- riguardano i rapporti docenti allievi, le strategie che
i docenti seguiranno per la realizzazione del modulo. Sono
sufficienti indicazioni macro, che saranno esplose in sede
di dettaglio nelle singole UD. Riguardano anche le didattiche
delle singole discipline.
- VALUTAZIONE
- indicazione dei criteri e delle tipologie degli strumenti
che si intendono adottare per controllare i processi, misurare
prove e prestazioni, attribuire ad esse giudizi di valutazione,
valutare il processo e il prodotto conseguito.
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NB
I criteri di costruzione sono gli stessi indicati per il modulo.
Il dettaglio è ovviamente maggiore, perché l'UD costituisce,
di fatto, lo strumento di lavoro con gli allievi. Si tenga
presente che le UD sono sequenzialmente legate e che, pertanto,
obiettivi e contenuti della UD che precede sono propedeutici
alla UD che segue. Il modulo, invece, costituisce una unità
compiuta di apprendimento.
M.
Tiriticco, La progettazione modulare nella scuola dell’autonomia,
Tecnodid, Napoli, 2000;
G.
Domenici, Manuale dell’orientamento e della didattica modulare,
Laterza, Roma – Bari, 1998;
PROVE
DI ESAME DI FINE STUDI SECONDARI IN EUROPA – quaderni
di Eurydice MPI – BDP n° 18 – luglio 2000
UN
CURRICULUM MODULARE DI LETTERATURA FRANCESE di Luigina
Malvesio IRRSAE Lombardia – marzo 1998
L’arcipelago
dei saperi - Progettazione curricolare e percorsi didattici
nella scuola dell’autonomia: 1. Alla ricerca dei paradigmi
a cura di Franco Cambi Le Monnier – IRRSAEA Toscana
Il
laboratorio della riforma: Verso i nuovi curricoli a cura
di Elena Barattelli e Giaime Rodano
DOSSIER
degli Annali della Pubblica Istruzione n° 2 – agosto 2000
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