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Il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione

  • Visto l'art. 18 del D.P.R. n. 416, 31 maggio 1974;
  • Vista la relazione istruttoria del C.V. n. 2 per l'Educazione interculturale;
  • Esprime in ordine all'argomento in oggetto, il proprio parere nei seguenti termini:

1. Premessa

Con la presente pronuncia di propria iniziativa il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione intende partecipare all'impegno con cui la scuola sta cercando di ridefinire i suoi compiti e di elaborare idee e strategie capaci di affrontare i grandi mutamenti che caratterizzano la nostra epoca.
Il cambiamento investe la vita sociale, nazionale e internazionale, la vita economica e produttiva, le relazioni tra i paesi, il disegno e gli equilibri politici delle regioni del mondo: quest'ultimo versante ci chiama direttamente in causa attraverso il processo di unificazione europea definito di recente a Maastricht.
La cultura, la conoscenza e la ricerca sono sempre più connotate da caratteri di internazionalità e di interdipendenza. I comportamenti sociali ed individuali richiedono una nuova forza di ancoraggio ai valori che fondano l'etica e la civiltà dell'uomo.
Può aprirsi nel mondo un processo di sviluppo capace di migliorare le condizioni di vita di tutti i popoli, sulla base del riconoscimento dei diritti di tutti; ovvero possono aggravarsi ulteriormente gli attuali drammatici squilibri.
I processi migratori e la conseguente necessità di trovare nuove forme di convivenza, destinati tra l'altro ad accrescersi perché legati a profondi sommovimenti che attraversano, scompongono e ricompongono popoli, culture e stati, rivelano concretamente lo spessore dei problemi attuali e le gravi ingiustizie di cui sono spesso espressione; essi sollecitano intelligenza ed equilibrio per una loro risoluzione, coerente con la sempre più diffusa dottrina dei diritti umani. A quest'ultima occorre riferirsi, per elaborare una cultura dell'accoglienza che superi la logica assistenzialistica.
Le nuove generazioni maturano e studiano in questo nuovo clima. Il cambiamento, quindi, investe i contenuti da insegnare e i quadri di riferimento con cui interpretarli e trasmetterli.
La scuola, importante punto di riferimento e al tempo stesso crocevia di problemi nella società, è chiamata in causa sia come ambiente direttamente investito da questi problemi, sia come fattore strategico capace di affrontarli e di concorrere a risolverli in termini di consapevolezza critica e di formazione delle coscienze. Si chiede alla scuola di assumere la dimensione del sempre più stretto intrecciarsi e condizionarsi a vicenda dei problemi relativi al mondo naturale ed al mondo dell'uomo e di fornire strumenti conoscitivi adeguati. Si chiede in particolare alla scuola di dotare le nuove generazioni di strumenti per combattere, sul piano intellettuale, culturale, etico, religioso e psicologico, quegli stereotipi che esasperano i conflitti ed allontanano le speranze di pace.
La risposta laboriosa a queste sollecitazioni viene ricercata in un'area di indagine che va sotto il nome di educazione interculturale.
Altri paesi e prestigiosi organismi internazionali ci hanno preceduto su questa strada, che si rivela sempre più strategicamente importante, nonostante le difficoltà concettuali e operative che essa comporta.
Scuole, non solo quelle del nostro paese, che per secoli si sono basate sul riferimento esclusivo a culture nazionali, vivono la necessità di comporre un equilibrio nuovo tra la certezza e la forza dell'identità nazionale, quale fattore indispensabile di riconoscimento della appartenenza individuale e sociale, e la dimensione interculturale e sovranazionale.
Questa consapevolezza pedagogica impegna la scuola non solo ad accogliere portatori di culture altre, rappresentate in passato come esotiche o irriducibilmente nemiche, ma anche a valorizzare il più possibile queste culture, considerandole beni alla fruizione dei quali i ragazzi immigrati hanno diritto, per poter sviluppare armoniosamente la loro personalità.
Per di più questa valorizzazione va intesa non come giustapposizione estrinseca di elementi delle culture di origine e quelle dei paesi di accoglienza, ma come compresenza, reciprocità, come dialogo e scambio, tale da consentire ad ogni persona di comprendere la propria cultura e di confrontarsi con le altre persone e le altre culture, in vista di un comune arricchimento e di una evoluzione culturale i cui esiti possono essere astrattamente prefigurati, ma non imposti.
Indipendentemente dalla presenza fisica nella scuola e nelle classi di ragazze e ragazzi appartenenti ad altre culture, una educazione che sia all'altezza dei problemi di una società complessa e mobile come è la nostra non può che prospettarsi come interculturale, con tutte le valenze, in parte ancora inesplorate, che questa prospettiva comporta. La elaborazione delle politiche formative è entrata quindi nel vivo di un terreno tanto complesso quanto delicato e dinamico, proponendo responsabilità a tutti i livelli istituzionali del sistema formativo, cui la scuola italiana non si sottrae.

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2. Il nuovo contesto della trasmissione e della elaborazione della cultura.

L'analisi dei significati del termine cultura, non solo nell'ambito dell'antropologia culturale (attenta ai fatti ed ai comportamenti), ma anche nell'ambito della filosofia (attenta ai valori e ai criteri di giudizio) e nell'ambito della pedagogia (attenta ai processi di maturazione personale), si rivela perciò un punto di partenza indispensabile per la professionalità docente: in continuità, del resto, con quanto prevede l'attuale normativa, che intende la funzione docente come esplicazione essenziale dell'attività di trasmissione della cultura, di contributo all'elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità (DPR 417/1974, art. 2).
Il pluralismo culturale, presente al legislatore degli anni Settanta, che parlava di "confronto aperto di posizioni culturali", sicuramente più rivolto alle differenze interne al paese, mantiene intatta la propria validità di principio. Esso si è fatto più complesso seguendo lo sviluppo progressivo di una dimensione mondiale dell'esperienza umana. Si è ulteriormente arricchito e complicato in anni recenti per la crescente presenza, nel nostro paese e nelle nostre scuole, di persone appartenenti a diversi gruppi etnici, linguistici, religiosi, portatori di culture e di condizioni personali e sociali assai diverse da quelle cui siamo abituati nel nostro pluralistico paese.
La proposta interculturale, assunta in sede pedagogica per fornire ad ogni persona prospettive di crescita e di autonomia nel contesto attuale, per rafforzare l'attitudine al confronto in una difficile situazione multiculturale, implica un ripensamento sia del momento della trasmissione, sia di quello della elaborazione della cultura.
Secondo il punto di vista multiculturale, le culture antropologicamente intese sono come una seconda natura, come la atmosfera che circonda i viventi e consente loro di respirare: di qui la necessità di rispettarle di assicurarle ai nuovi nati come un indispensabile corredo per il loro sviluppo, essendo la trasmissione dei modelli culturali funzionale non solo alla sopravvivenza dei gruppi, ma anche a quella degli individui.
Secondo il punto di vista interculturale, le culture non debbono essere intese come corazze che impediscono la crescita né venerate come santuari intoccabili, perché esse sono pur sempre prodotto umano e la loro funzione non è solo quella di proteggere, ma anche quella di sorreggere lo sforzo che ogni uomo deve fare per affrancarsi dalle condizioni di partenza, allargando lo sguardo non solo alla varietà dei modelli di umanità esistenti, ma anche a quelli possibili. La presenza di culture altre nella esperienza diretta dei ragazzi, o nell'atmosfera sempre più pluralistica e variabile che comunque avvolge le scuole, offre nuovi scenari e nuove ragioni per quella elaborazione della cultura di cui parla la legge.

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3.Culture, cultura e valori

E' importante riconoscere che i valori che danno senso alla vita ed i diritti che la orientano non sono tutti nella nostra cultura, ma neppure tutti nelle culture degli altri: non tutti nel passato, ma neppure tutti nel presente o nel futuro.
Essi consentono di valorizzare le diverse culture ma insieme ne rivelano i limiti, e cioè le relativizzano, rendendo in tal modo possibile e utile il dialogo e la creazione della comune disponibilità a superare i propri limiti e a dare i propri contributi in condizioni di relativa sicurezza.
Sono i valori, in ultima analisi il valore universale della persona, i fondamenti transculturali di quella comune cultura (in parte già presente, in gran parte ancora da costruire) del rispetto, del dialogo e dell'impegno, che rendono possibile pensare e vivere l'interculturalità non come indifferenza, confusione, sopraffazione o cedimento, ma come prospettiva educativa per tutti, giocata sui due indisgiungibili versanti del rispetto e della promozione di ciascuno.

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4. Problemi, equivoci e recenti iniziative dell'amministrazione

Pur con tutte le sue difficoltà ed i suoi problemi irrisolti, il nostro Paese è meta del desiderio di persone e di interi popoli che vivono grandi difficoltà politiche, economiche e morali in molti paesi del sud africano e dell'est europeo ed asiatico, mentre da noi si avverte il fascino dei modelli culturali che vengono dal nord europeo e dall'ovest americano, mondi verso i quali intensissime sono state le migrazioni di nostri connazionali in tempi antichi e recenti.
Allargare lo sguardo al passato, alle vicende di individui, popoli, Stati, culture, nei versanti dell'economia, della religione, dell'arte, della scienza, della filosofia, della tecnica, con il contributo che proviene dalle moderne scienze umane, consente di comprendere molte ragioni delle tensioni attuali e di individuare linee culturali e politiche, atteggiamenti e comportamenti meno inadeguati di quelli attuali a compiere le scelte adatte a risolvere i grandi problemi di convivenza che caratterizzano il nostro tempo.
Si tratta in particolare di cogliere, nelle storie di persone e gruppi, sia i caratteri dell'unicità identitaria di ogni singolo individuo, sia quelli delle particolarità delle appartenenze identitarie collettive, sia quelli che riguardano l'universalità della comune appartenenza all'umanità, intesa non solo come valore comune, ma anche come gruppo di persone, il gruppo più grande di cui facciamo parte, e dal cui solidale destino dipende anche il destino di ciascuno di noi, qualunque sia la sua collocazione, nello spazio e nel tempo, in una fede o nell'altra.
Bisogna evitare che le rigidezze mentali e fantasmi di varia origine facciano evolvere le legittime differenze personali e culturali, etniche e religiose, linguistiche e territoriali, in chiusure di tipo localistico o nazionalistico o addirittura in processi di intolleranza razzistica, che sono tanto più frequenti quanto più culturalmente superficiali e psicologicamente fragili sono le persone colpite da queste sindromi.
All'assunzione di un compito tanto urgente quanto difficile, non delegabile a un "docente specialista" né relegabile nell'ambito di una sola disciplina o di un'altra delle varie "educazioni" di cui parlano i programmi della elementare e della media, la scuola si sta disponendo con crescente consapevolezza sia delle sue potenzialità sia dei suoi limiti.
A questo processo ha dato un iniziale contributo una serie di iniziative ministeriali, che questa pronuncia intende ricordare, anche se non si può condividere il metodo seguito dall'Amministrazione, che, su un problema di sì ampia rilevanza culturale e politica, ha ritenuto di poter ignorare il ruolo istituzionale e la capacità propositiva del CNPI.
La CM 8 n. 301 del settembre 1989 e la CM n.205 del 26 luglio 1990 hanno fornito indicazioni e suggerimenti sul tema generale dell'educazione interculturale e su quello più specifico della presenza di alunni stranieri nella scuola italiana.
Per la Scuola secondaria superiore le CC.MM. n. 246 del15 luglio 1989; n.114 del 27 aprile 1990; n.327 del 30 novembre 1990; n. 241 del 2 agosto 1991, relative al Progetto Giovani '93 svolgono in prospettiva interculturale i tre temi "star bene con se stessi, in un mondo che stia meglio, star bene con gli altri, nella propria cultura, in dialogo con le altre culture, star bene nelle istituzioni in un'Europa che conduca verso il mondo". La CM n.240 del 2 agosto 1991, concernente il Progetto Ragazzi 2000 richiama la scuola dell'obbligo a temi di chiaro respiro interculturale, proponendo "l'educazione ai diritti umani ed alla pace, alla cooperazione ed allo sviluppo, all'integrazione fra i diversi, l'educazione ambientale". La CM n.47 del 20 febbraio 1992 precisa i raccordi pedagogici, organizzativi e finanziari individuati dal Ministero della pubblica istruzione fra questi progetti e la legge 162/1990 relativa alle tossicodipendenze, aggiungendovi un progetto genitori particolarmente adatto a consentire quello scambio fra scuola e famiglia che dell'educazione interculturale può essere considerato insieme premessa e risultato.
Le scuole e gli operatori scolastici hanno proficuamente raccolto le indicazioni e gli stimoli contenuti in questi testi e stanno realizzando, anche in raccordo con i Gruppi di Lavoro dei Provveditorati, esperienze originali e significative.
Il Convegno sul tema "Migrazione e società multiculturale: il ruolo della scuola" organizzato nel dicembre 1991 dal Ministero della pubblica istruzione e lungamente preparato da un comitato interdirezionale sulla educazione interculturale, ha messo in luce sia la complessità degli aspetti del problema, sul piano nazionale ed internazionale, sia le prospettive pedagogiche e didattiche per affrontarle, sia le ricche esperienze che si stanno di fatto conducendo in alcune aree del nostro Paese.
La recente CM 7 n.632 marzo 1992 promuove lo svolgimento di una settimana per il dialogo interculturale dal 27 aprile al 2 maggio 1992, al fine di coinvolgere in modo diffuso le scuole di ogni ordine e grado nell'affermazione del valore positivo del rapporto con l'altro e nel consolidarsi di una cultura del rispetto, della solidarietà e della convivenza pacifica.
L'iniziativa, che si collega alle attività già programmate per il mese di aprile nell'ambito del Progetto Giovani '93, può assumere il carattere di avvio ufficiale di un'attenzione che intende non affidarsi alla emotività delle più o meno episodiche emergenze, ma inserire sistematicamente nella vita della scuola l'educazione interculturale, sul piano della riflessione, della programmazione, della verifica e delle iniziative anche pubbliche ed interistituzionali. Quest'ultima considerazione rende urgente ed essenziale l'invio al CNPI dell'intero pacchetto delle iniziative programmate in materia dall'Amministrazione, anche al fine di consentire un efficace coinvolgimento di questo organismo.
In conclusione l'educazione interculturale implica il raggiungimento dei seguenti obiettivi generali: la conoscenza e la comprensione dei processi attraverso i quali sono venute costruendo la propria cultura e le altre culture che si incontrano nel corso dell'esperienza; l'elaborazione e il possesso individuale e collettivo di valori su cui fondare i diritti di ciascuno al rispetto della propria storia e alla costruzione di una storia comune; l'interiorizzazione, nel corso degli studi, di conoscenze e di capacità metodologiche che facciano vivere l'intelligenza del confronto e della interazione fra diversi; l'acquisizione di un atteggiamento solidale nei riguardi di ogni persona e specificamente di chi ha avuto di meno.
Quanto più solide sono queste basi, tanto meglio si possono sopportare i disagi e le tensioni che la convivenza tra diversi inevitabilmente comporta, evitando sia le chiusure egoistiche e razzistiche, sia l'irenismo di posizioni mondialistiche che non sappiano farsi carico dei processi inevitabilmente graduali di una seria mondialità solidale.
L'esito positivo delle iniziative di educazione interculturale è certamente condizionato e agevolato da interventi di politica sociale volti a migliorare la prima accoglienza e la dignità delle condizioni di permanenza.

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5. Linee di intervento per l'educazione interculturale

Sulla base di queste concordi riflessioni, il CNPI individua le seguenti esigenze.

a) La riforma dei programmi scolastici deve essere una occasione per la valorizzazione della cultura nazionale e per tener conto delle prospettive sovranazionali e interculturali che si aprono, sia in virtù dell'integrazione europea a seguito degli accordi di Maastricht, sia in virtù della immigrazione di extracomunitari nel nostro Paese. I vigenti programmi per la Scuola elementare e per la scuola dell'infanzia offrono già spunti significativi in queste direzioni.

b) Il CNPI ritiene, altresì, utile - proprio in considerazione del rafforzamento del processo di unificazione europea - indicare all'on. Ministro l'esigenza di rafforzare le sedi istituzionali già impegnate e di individuare ulteriori modalità, risorse ed iniziative, anche con il coinvolgimento del Consiglio Nazionale, per approfondire le questioni e le tematiche relative alla costruzione di una formazione a dimensione europea.

c) La politica per la formazione iniziale dei docenti di ogni ordine e grado di scuola deve comprendere l'obiettivo della acquisizione di una competenza professionale in parte inedita, che li metta in grado di affrontare validamente la educazione interculturale: si tratta di aver presente e di coltivare il complesso delle condizioni personali, sociali, istituzionali, professionali e tecnico-didattiche che consentono ad un futuro docente di prepararsi all'insegnamento nella prospettiva dell'educazione interculturale.
Pertanto, in occasione della istituzione del corso di laurea per insegnanti di Scuola materna ed elementare e delle scuole di specializzazione per docenti di Scuole secondarie (legge n. 341 del 19 novembre 1990), si tratta di assicurare agli allievi docenti sia le necessarie conoscenze culturali di tipo filosofico, storico-sociale, antropologico, linguistico e pedagogico, anche in prospettiva comparativa, sia le competenze metodologiche che riguardano la gestione della classe, la conciliazione degli obiettivi cognitivi e affettivi con quelli comportamentali, l'animazione dei gruppi, l'individuazione dell'insegnamento, la didattica disciplinare e interdisciplinare per problemi, per obiettivi e per concetti, sia infine le competenze istituzionali che consentano di interagire produttivamente con i colleghi, con le famiglie e con le istituzioni pubbliche e private, anche di altre nazioni.

d) La politica per la formazione in servizio dei docenti deve essere sostenuta da risorse nuove, volte a promuovere un processo di rinnovamento didattico, che privilegi in prima istanza le aree geografiche del paese in cui più consistente è la presenza di alunni provenienti da altre culture.
I piani pluriennali di aggiornamento, a maggior ragione se obbligatori, devono mirare a rinforzare, nei docenti e nei dirigenti, un tipo di professionalità che li renda idonei a promuovere l'educazione interculturale. Ciò vale sia per le competenze disciplinari, sia per le competenze riferite a quei contesti interdisciplinari che possono fornire contributi alla messa a punto e alla soluzione delle problematiche interculturali.
In tal senso il Ministero dovrebbe chiedere ai Provveditorati, agli IRRSAE e agli stessi collegi dei docenti, nel rispetto delle diverse competenze, di affrontare questi temi nell'ambito dei loro programmi di aggiornamento. A questo impegno non dovrebbe rimanere estraneo neppure il personale ATA, per il quale occorre pensare ad iniziative apposite.

e) Più in generale occorre che l'organizzazione scolastica disponga di spazi istituzionali, tempi e risorse sufficienti per affrontare validamente l'educazione interculturale, non meno che le altre "educazioni" che percorrono trasversalmente il curricolo scolastico, in virtù dei programmi, della Legge per l'educazione alla salute e delle stesse iniziative dell'Amministrazione, che talora non è in grado di sostenere efficacemente le innovazioni che lancia. Anche il personale docente che si impegna particolarmente per acquisire competenze in ordine alla educazione interculturale e per rendere un qualificato servizio ai ragazzi immigrati dovrebbe ottenere riconoscimenti e facilitazioni particolari.

f) In tema di educazione interculturale si dovrebbe proporre e sostenere iniziative sperimentali (ex artt. 2 e 3 del DPR 419), alla ricerca di soluzioni soddisfacenti per una problematica tanto importante quanto difficile da impostare e da condurre a risultati certi. In ogni caso l'autonomia scolastica e l'impegno a livello di Organi collegiali di istituto dovrebbero costituire i punti di attacco di una strategia basata sul progetto educativo di istituto e sulle verifiche da condurre in sede di relazione annuale.

g) Opportuna appare anche l'attivazione di centri di documentazione presso sedi istituzionali come Provveditorati, IRRSAE, Distretti scolastici od anche biblioteche di centri scolastici. La prospettiva resta quella di agevolare tutte le forme che costituiscono un supporto polivalente alla professionalità e all'innovazione scolastica. Ogni raccordo appare frattanto opportuno, con Università, IRRSAE e centri pubblici e privati, dal livello locale a quello europeo.

h) I Consigli distrettuali e provinciali, nell'ambito delle rispettive competenze, possono includere nei loro programmi e coordinare "attività destinate agli alunni" e volte "alla attuazione del diritto allo studio".

i) Un adeguato potenziamento dovrebbero ottenere le risorse destinate alla politica degli scambi culturali anche fra i nostri studenti e gli studenti di altri paesi.

l) Perché l'educazione interculturale sia seguita e monitorata costantemente, occorre anzitutto conoscere le esperienze in atto, a partire dall'indagine, attivata dalla CM 308, sull'educazione interculturale e sulla presenza di stranieri nelle scuole dell'infanzia, elementari e medie. In secondo luogo occorre pensare ad un vero e proprio osservatorio sulla educazione interculturale, per valutare l'efficacia delle singole iniziative e per formulare proposte di adeguamento.

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6. L'inserimento degli alunni stranieri nella scuola

L'esperienza e la gestione amministrativa e didattica della presenza di alunni stranieri nelle nostre scuole è lunga di parecchi anni; ha interessato solo alcune zone del paese e ha trovato soluzioni e risposte legate alla peculiarità delle situazioni, utilizzando la normativa vigente.
Il fenomeno relativamente più recente, certamente più impegnativo e urgente, è quello della presenza nelle scuole di alunne e alunni provenienti dai paesi extracomunitari. Essa è sempre più consistente, anche se non legata strettamente a nuovi arrivi di adulti nel nostro territorio; le previsioni tuttavia annunciano ulteriori flussi migratori. La questione che, è bene ripetere, va letta come una specificità ed una punta emergente della più generale esigenza di educazione interculturale, merita un'analisi a parte e un eccezionale dinamismo nella individuazione delle soluzioni.
Tale presenza, con la sua concreta fisicità e con le altrettanto concrete motivazioni al confronto con una o più culture può essere considerata una situazione privilegiata, in cui la piena consapevolezza della propria identità quale base per la apertura alla diversità, il rispetto delle reciproche identità, la comprensione reciproca dei bisogni, costituiscono un arricchimento e fondano una reale possibilità di conoscenza di una cultura diversa.
La normativa del Ministero della pubblica istruzione e le iniziative decentrate a livello dei Provveditorati agli studi, fanno fronte ai più scottanti problemi concreti e svolgono una funzione di indirizzo generale. Tuttavia molti sono i problemi di carattere politico, gestionale, organizzativo e dello studio che qui di seguito vengono evidenziati.

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7. Linee di intervento per gli alunni extracomunitari.

a) La produzione mondiale e comunitaria di dichiarazioni e deliberati impegna il nostro paese, quale membro dei vari organismi sottoscrittori, alla traduzione legislativa in sede italiana e alla adozione di norme applicative. Si sollecita su questi versanti l'attenzione politica, parlamentare e dei Ministeri competenti.

b) Ogni provveditorato, quale sede più vicina alle unità scolastiche e più consona alla conoscenza dei problemi e alle loro soluzioni, anche per l'agilità dei rapporti con altri organi dello Stato e con le rappresentanze estere, dovrebbe essere dotato di personale e di tempo di lavoro da impegnare sullo specifico problema, in relazione alla dimensione dello stesso nella provincia.
Inoltre conoscenze e competenze specifiche costituiscono valida premessa a che i problemi siano compresi, affrontati e risolti con la massima tempestività e nel modo ottimale rispetto alla situazione. Investire capacità, strutture e risorse (aggiornamento) per l'ampliamento e l'innalzamento qualitativo di questo intervento si può ritenere un atto dovuto, da un lato a tutela del diritto allo studio di ogni studente che frequenti la nostra scuola, e dall'altro a sostegno delle iniziative delle scuole, dentro le quali si liberano energie per l'attività che è loro più propria.

c) Un confronto periodico sulle attività dei comitati di coordinamento/gruppi di lavoro costituitisi nei Provveditorati, ai sensi della CM n. 301 dell'8 settembre 1989, può consentire di ricavare, dopo accurata analisi che stimi la frequenza dei problemi e la validità delle soluzioni adottate, ulteriori proposte e linee di indirizzo.

d) La normativa del diritto allo studio e i fondi ad esso destinati devono essere oggetto di un rapido riadattamento alla situazione attuale.

e) Il servizio di orientamento diventa ancor più indispensabile per questa fascia di utenza e richiama una particolare esigenza di strumenti e metodi di osservazione. Va inoltre sottolineata in questo campo l'attenzione che richiede la differenza di genere tra ragazzi e ragazze e l'elaborazione di specifiche proposte di intervento.

f) Il rapporto con le famiglie e le comunità nazionali eventualmente esistenti deve essere oggetto di specifica cura e produrre il massimo coinvolgimento possibile per la significatività che esso ha sia nel campo formativo che in quello dell'istruzione.
Sono da favorire intese puntuali con gli Enti locali anche per l'eventuale assegnazione di mediatori di madre lingua.

g) La formazione degli adulti, partendo dalla alfabetizzazione e dalle 150 ore, merita una larga riconsiderazione rispetto alle nuove utenze legate ai flussi di immigrazione. Ciò è tanto più urgente in relazione alla prospettiva della prosecuzione degli studi e dell'equiparazione europea dei relativi titoli, in relazione ai problemi di diritto al lavoro e alla sua dignità.
Il problema dell'educazione interculturale, nei suoi diversi risvolti, implica rilevanti impegni per tutti. Il CNPI per la sua parte si impegna a dedicargli costante attenzione, instaurando o rinforzando rapporti con le istituzioni e gli organismi nazionali e con le istanze europee, che si occupano dell'educazione interculturale e della presenza nella scuola di alunne e di alunni stranieri e provenienti dai paesi extracomunitari.

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