Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione, 24 marzo 1993
Pronuncia in merito a "razzismo e antisemitismo
oggi: ruolo della Scuola"
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SOMMARIO
1. Premessa
2. Razzismo ed antisemitismo
3. Nuove problematiche educative
4. Il ruolo della scuola
5. La scuola dell'infanzia, elementare
e media
6. La
scuola secondaria superiore
7. Iniziative contro il razzismo e l'antisemitismo
Adunanza del 24 Marzo 1993
IL CONSIGLIO NAZIONALE DELLA PUBBLICA
ISTRUZIONE
- VISTO l'art. 18 del D.P.R. 416/74;
- VISTO l'art. 5 del Regolamento interno;
- ESAMINATA e discussa la bozza di documento
predisposta dal C.V. n. 2 per l'Educazione interculturale
in merito all'argomento in oggetto specificato;
- FORMULA di propria iniziativa, la seguente
pronuncia:
1. Premessa
Il Consiglio Nazionale della Pubblica
Istruzione nell'aprile del 1992 ha formulato una propria pronuncia
sul tema della educazione interculturale contribuendo, attraverso
i suggerimenti e le richieste indirizzate al Ministro della
P.I., al dibattito che si è sviluppato nelle scuole e alla ricerca
di soluzioni per i numerosi problemi che esse devono concretamente
affrontare.
Il C.N.P.I. ha inoltre portato il proprio contributo all'importante
convegno ministeriale sulla presenza degli alunni stranieri
nella scuola, svoltosi a Punta Ala nel gennaio 1991; gli atti
di questo incontro e le CC.MM. relative a questa problematica
costituiscono un significativo punto di riferimento per la scuola.
Con la presente pronuncia il C.N.P.I. intende dare continuità
al proprio impegno affrontando il problema del razzismo, nella
piena convinzione che la più alta e globale proposta di prevenzione
e opposizione a questi atteggiamenti risiede nelle attività
educative e didattiche che il mondo pedagogico denomina educazione
interculturale e il cui concreto affermarsi è legato ad un processo
di formazione e di istruzione che si snoda lungo tutto l'arco
della frequenza scolastica.
La nuova urgenza imposta dai deprecabili episodi di violenza
e di intolleranza, recentemente avvenuti in alcuni paesi europei
e anche, in misura ridotta, in Italia, ha richiamato l'attenzione
sulla permanenza, anche nella nostra società, di istinti, atteggiamenti
e ideologie razziste fondate sulla disinformazione, sul pregiudizio
e sul rifiuto della diversità. Il clima di generale disorientamento
alimenta le chiusure egoistiche e particolaristiche: è quindi
necessaria una più puntuale e pronta azione di educazione interculturale
tesa a costruire e rafforzare nelle nuove generazioni autentici
comportamenti democratici, garanti di un futuro libero e civile
per la nostra società.
Il più significativo pronunciamento mondiale contro il razzismo
e per l'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale
è la Convenzione Internazionale varata il 7 marzo 1966 a New
York. Essa è stata introdotta nel nostro ordinamento con la
legge n. 654 del 13 ottobre 1975 e riferisce la "discriminazione
razziale" a "...ogni distinzione, restrizione o preferenza
fondata sulla razza, il colore, l'escendenza o l'origine nazionale
o etnica".
Il patto internazionale sui diritti civili e politici, votato
dall'ONU nel 1966, in vigore sul piano internazionale dal 1976
e ratificato dall'Italia il 15 dicembre 1978, affermava, all'art.
20, che "Qualsiasi appello all'odio nazionale, razziale
o religioso che costituisca incitamento alla discriminazione,
all'ostilità o alla violenza deve essere vietato dalla legge".
Chiaro alla coscienza internazionale e ratificato dalle leggi,
il principio della non discriminazione razziale, etnica, religiosa
deve essere fondato e capito per entrare a far parte della mentalità
delle persone, a cominciare dai giovani. Anche se le principali
responsabilità delle violazioni di questo principio non sono
primariamente imputabili a loro, tuttavia spesso essi si lasciano
coinvolgere e trascinare in contagiosi esibizionismi che possono
sfociare addirittura nel delitto, quando la logica del gruppo
attenua e cancella la coscienza vigile delle singole individualità.
La scuola può riconoscere come proprio distintivo e proprio
compito specifico l'assunto, che è anche un accorato appello
dell'UNESCO, per il quale "dato che la guerra comincia
nella mente degli uomini, è nella mente degli uomini che devono
essere edificate le difese della pace".
Il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio,
il Ministro della P.I. hanno espresso, in rappresentanza del
Paese e della Scuola, lo sdegno e la preoccupazione per quanto
si è verificato e si va verificando in alcune situazioni ed
hanno impegnato ogni cittadino democratico ad agire di conseguenza
nel proprio campo di intervento. Le organizzazioni sindacali
della scuola hanno siglato, nel dicembre 1992, un protocollo
con il ministro della P.I.: una parte importante di esso è riservata
al problema del razzismo e dell'antisemitismo ed alle azioni
per prevenirlo, affrontarlo, risolverlo. Analoghi impegni sono
stati autonomamente assunti dalle associazioni professionali
del personale della scuola.
Alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale (n. 62/1992)
secondo la quale: "la lingua propria di ciascun gruppo
etnico rappresenta un connotato essenziale della nozione costituzionale
di minoranza etnica, al punto da indurre il Costituente a definire
quest'ultima quale "minoranza linguistica", ogni forma
di restrizione dell'uso pubblico della propria lingua imposto
agli appartenenti alle minoranze linguistiche in generale e
di quelle giuridicamente riconosciute in particolare, configura
una discriminazione di carattere nazionale o etnico e quindi
una discriminazione razziale ai sensi della legge 654/1975".
Per quanto meno appariscente, e pertanto più subdola, questa
forma di discriminazione non è meno pericolosa di altre.
La scuola, all'interno di un proprio programma di educazione
interculturale e di lotta ad ogni forma di discriminazione razziale
ne terrà debito conto e ne trarrà spunti per sviluppare un programma
di educazione alla conoscenza, accettazione, collaborazione
e attiva convivenza con le minoranze linguistiche, sottolineando
il contributo da queste apportato alla comune cultura delle
comunità conviventi.
In sintonia con questi pronunciamenti ed impegni, il Consiglio
Nazionale della Pubblica Istruzione esprime la più netta condanna
ad ogni episodio di razzismo, in qualsiasi forma e in qualsiasi
paese esso si presenti, in America Latina o in Sud Africa, nel
Medio Oriente o nella ex Iugoslavia e nel nostro. Anche la consistente
presenza islamica in Italia pone la necessità di coltivare nella
scuola quei rapporti di reciproca comprensione utili a facilitare
il superamento, tra alunni, di ogni motivo di contesa religiosa
o razziale.
Al tempo stesso il C.N.P.I. ribadisce il più forte impegno della
scuola e la sua disponibilità ad azioni programmate e mirate,
nella certezza che al suo - tra gli operatori e gli studenti
- vi sono grandi convinzioni democratiche, solide volontà e
capacità di testimonianza e di intervento fromativo.
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2. Razzismo e antisemitismo
Manifestazioni di razzismo hanno
accompagnato l'evolversi della storia e si sono concretizzate
in forme esecrabili, sottili e violente, sempre diverse. Il
razzismo riprende, oggi, vigore innestandosi sulle profonde
e complesse trasformazioni che fanno di questa fine secolo un
passaggio epocale.
Il nostro paese non è l'epicentro di questi fenomeni, ma è stato
recentemente toccato da insistenti manifestazioni di xenofobia
contro gli immigrati e perfino di antisemitismo: e alcuni sondaggi
ci informano che sentimenti e pregiudizi razzistici e antisemiti
vanno diffondendosi in modo preoccupante, anche tra i giovani,
in una popolazione che si gloriava di esserne immune.
Razzismo e antisemitismo nascono da un'analoga matrice di irrazionalità
e ignoranza, prima ancora che di paura o di disagio individuale
e collettivo, ma mostrano differenze sostanziali. Mentre nel
razzismo l'odio contro il "diverso" trae pretesto
da una o più evidenti differenze, di colore di pelle, di lingua,
di abitudini, per definire l'altro uno "straniero",
appare difficile inserire gli ebrei nella categoria degli "stranieri".
Come è stato più volte sottolineato, l'antisemitismo suscita
emozioni contrastanti, perché gli ebrei sono parte integrante
del nostro popolo e della nostra storia, pur affermando la loro
identità e le loro specifiche diversità.
Perciò è obiettivo primario della scuola educare i giovani,
come afferma il Documento di intenti, firmato il 10 febbraio
scorso dal Ministro della Pubblica Istruzione e dalla Presidente
dell'unione delle Comunità Ebraiche Italiane, "ad un atteggiamento
mentale che superi ogni visione unilaterale dei problemi ed
avvicini all'intuizione dei valori comuni, pur nelle differenze
culturali e religiose". Appare dunque opportuno riflettere
sulle situazioni e ripercorrere le vicende storiche dei rapporti
fra culture diverse, studiandone le faticose convivenze, al
di là delle barriere poste dall'intolleranza ideologica e religiosa.
Nuove e poliedriche conoscenze e la capacità di tradurre tali
conoscenze in prassi coerente di vita sono necessarie per non
soggiacere al richiamo di messaggi sinistramente suggestivi,
soprattutto per le frange più deboli del mondo giovanile.
La convivenza e l'integrazione fra popoli e culture basate sul
riconoscimento dei diritti umani e sui diritti di tutti alla
vita e allo sviluppo sono nuovi campi di ricerca e di studio,
ma anche nuovi valori, che la scuola deve proporre con più convinto
impegno per consolidare le basi di una effettiva integrazione,
che valorizzi la dignità e la ricchezza di ogni cultura.
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3. Nuove problematiche
educative
Per questa educazione vanno innanzitutto
utilizzati dati e concetti, ma anche impulsi, sentimenti, ragionamenti,
processi comunicativi, valori, istituzioni: tutto ciò che può
far sviluppare motivazioni capaci di tener viva la speranza
di dare concretezza alle attese ed alle scelte dei giovani.
Senza dimenticare che l'itinerario della solidarietà è lungo
e tortuoso, la scuola sta prendendo coscienza che la partita
si gioca proprio nella capacità di includere, non di escludere,
di pensare in termini di universalità e di reciprocità, non
di particolarità e di superiorità, di integrare e di accettare
la sfida dell'integrazione fra etnie, popoli e culture, senza
pretese di esclusività, di indipendenza, di assoluta sicurezza.
Vi sono attualmente nella scuola fermenti, idee, esperienze
capaci di sostenere questi tentativi e di scommettere sul futuro
della umanità e del pianeta che la ospita.
Si stanno attuando significativi progetti di educazione ai diritti
umani, alla pace, allo sviluppo, alla salute, alla sessualità,
alla intercultura, all'ambiente, all'Europa, che non contrastano
in nessun modo con il compito tradizionale della scuola, e che
al contrario ne esaltano la prospettiva valoriale, il cui smarrimento
nella società contemporanea è tra l'altro all'origine di quei
surrogati di assoluto rappresentati dai miti e dalle enfatizzazioni
dei particolarismi e dei fondamentalismi del nostro tempo.
Per essere in grado di affrontare il razzismo e l'antisemitismo,
non si tratta tanto di sostituire un autore all'altro, un argomento
all'altro delle cosiddette scienze umane, quanto piuttosto di
assumere una prospettiva culturale e metodologica di lungo respiro,
che consenta di ripensare, al di là degli stereotipi, i grandi
problemi e i grandi autori, della nostra come di altre tradizioni,
spesso poco o male utilizzati, o considerati soltanto in chiave
nozionistica e secondo parziali punti di vista.
Molte scuole hanno scoperto anche l'efficacia comunicativa di
linguaggi e forme espressive meno usuali alla tradizione scolastica,
dal teatro al cinema, dal giornale al cartellone, dal canto
alla danza. E molte coniugano un impegno di lungo periodo, volto
a produrre nei ragazzi competenze non sostituibili da altre
agenzie educative, con l'attenzione all'immediato e al quotidiano,
al diverso e al controverso, senza lasciarsi catturare né dalla
concezione claustrale del sapere, né dalla acritica dipendenza
dalla cronaca.
L'alternativa a queste tentazioni sta nel cercare sempre più
serie mediazioni fra i momenti strutturati dell'attività didattica,
animati da spirito critico e da vivacità di metodi e tecniche
di comunicazione e di dialogo, e fra i momenti costruiti con
spirito innovativo nell'ambito di una scuola che tenda a vivere
come comunità scolastica, nelle sue strutture partecipative
e negli spazi resi disponibili dall'iniziativa responsabile
di singoli e di gruppi. Il C.N.P.I. rinvia, per questa problematica,
alla pronuncia di propria iniziativa del 16/2/1993 dal titolo
"Documento per una carta dei diritti degli studenti".
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4. Ruolo della
scuola
Al di là dell'esigenza di rispondere
immediatamente alle provocazioni con la testimonianza personale
e istituzionale, la scuola deve rendere conto anzitutto a se
stessa dell'incapacità della società umana di liberarsi di un
peso che diventa sempre più incomprensibile e insopportabile
per chi percepisca sé e gli altri in termini di civiltà e di
ragione. E deve successivamente decidere con quali risorse e
con quali metodi possa e debba affrontare questioni apparentemente
ovvie, che si rivelano però, alla prova dei fatti, straordinariamente
difficili e scarsamente risolvibili nei termini dell'auspicio,
della condanna, dell'appello alla razionalità e alla moralità.
Per quanto gravi e sconvolgenti, i comportamenti che più offendono
e inquietano la coscienza civile e la sensibilità pedagogica
del nostro tempo non possono essere semplicemente rimossi, o
elaborati in termini esclusivamente difensivi, con proiezione
della colpa solo sugli "altri". La proclamazione di
una assoluta innocenza e la pretesa di essere totalmente dalla
parte della verità e del bene si trovano spesso mescolate alle
motivazioni di individui e popoli che compiono i più efferati
delitti. D'altra parte anche l'attribuzione di ogni responsabilità
alla indistinta società, con l'appiattimento della libertà,
delle responsabilità e delle scelte personali e di gruppo, non
consente di porsi in termini obiettivi il problema di conoscere,
di capire e di scegliere come soggetti che sono dentro, e non
fuori, l'umanità e la disumanità che caratterizzano la nostra
specie.
Rispetto a queste problematiche il ruolo della scuola è fondamentale:
e lo è proprio in virtù della sua attitudine a verificare, attraverso
i contenuti delle varie discipline presenti nei suoi piani di
studio, motivi e fini delle varie espressioni dell'uomo, nello
spazio e nel tempo, così da poter approfondire in chiave educativa
e culturale i temi, anche di attualità, facendoli oggetto di
studio, e quindi di analisi razionale, di contestualizzazione
storica, di relativizzazione, di giudizio e di formazione personale.
Se è vero, come è vero, che il razzismo in genere, e l'antisemitismo
in particolare, affondano sovente le radici più tenaci nel pregiudizio,
nell'adesione acritica a stereotipi pseudoculturali, nella disinformazione
su eventi e processi, vicini e remoti, che hanno concorso a
provocare la reciproca incomprensione, e quindi anche l'intolleranza
cieca ed ottusamente ripetitiva che oggi tende a ripresentarsi,
allora la conoscenza, intesa come più matura e argomentata consapevolezza
dello spessore storico, etico e culturale dei fatti, idee, comportamenti
e giudizi, rappresenta sicuramente lantidoto più efficace.
E' una straordinaria avventura intellettuale e morale quella
che deve affrontare una scuola che, nel rispetto delle diverse
età e condizioni dei ragazzi, non voglia banalizzare i problemi,
piangere, ridere o maledire, ma comprendere e cercare vie serie
ed efficaci per ridurre la confusione, la paura, e quel complesso
miscuglio di fattori che sono all'origine dei modi distruttivi
di affrontare le limitazioni della condizione umana e i conflitti
che inevitabilmente sorgono tra gli esseri umani.
Perché questo scopo si realizzi è però necessario che la scuola
per prima ne abbia piena coscienza e che l'intero corpo docente
avverta - come dovere civile e professionale - l'obbligo di
perseguire tra le finalità primarie della formazione complessiva
e dei singoli insegnamenti sia la conquista, da parte di ciascun
alunno, dei saperi e delle abilità necessarie a valutare con
senso critico e oggettività le situazioni e ad agire responsabilmente
al loro interno, sia l'acquisizione dei valori di rispetto,
di tolleranza, di responsabilità e di solidarietà.
Questa intenzione di fondo della scuola trova la propria giustificazione,
oltre che nell'etica professionale e nel rispetto del diritto
all'apprendimento e alla formazione, nella stessa Costituzione
della Repubblica. I presupposti per tradurla in interventi educativi
sono individuabili nelle competenze culturali e didattiche degli
operatori, nel possesso dei valori sopraelencati e nell'impegno
per testimoniarli, nella capacità di instaurare un positivo
dialogo educativo, rispettoso delle diversità, nella sensibilità
ed intelligenza con cui gli insegnanti riescono a mediare tra
le curiosità e gli interessi degli alunni, sollecitati quasi
sempre dalla realtà e dalla attualità, e il patrimonio di conoscenza
ed esperienza che l'umanità ha accumulato.
Strumento irrinunciabile, a questo fine, è la programmazione,
individuale e collegiale, in cui si realizza la più alta espressione
della autonomia del docente e della scuola, a condizione ovviamente
che essa si proponga come assunzione di impegni specifici, scaturiti
da una puntuale interpretazione dei dettami e degli indirizzi
di ordinamenti e programmi in rapporto agli alunni, alla loro
realtà umana, sociale ed ambientale, al loro livello di sviluppo
e di conoscenza, ed anche agli stimoli che li raggiungono dal
mondo esterno, giorno dopo giorno.
In particolare, il riemergere di pregiudizi anti-ebraici, in
un clima di insofferenza verso le minoranze culturali o religiose,
induce a promuovere una chiara coscienza del fenomeno, nei suoi
riferimenti storici e nei suoi presupposti ideologici, e a favorire,
allo stesso tempo, la migliore conoscenza della minoranza ebraica
in Italia e del contributo dei cittadini italiani di religione
e cultura ebraica al progresso scientifico e civile della nostra
società.
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5. La scuola
dell'infanzia, elementare e media
Gli alunni della scuola dell'infanzia
e di quella elementare e media sono un tempo prezioso per l'interiorizzazione
di principi e comportamenti ed altrettanto prezioso per fondare
metodo e capacità di osservazione, analisi e studio per "pervenire
a giudizi e prevenire i pregiudizi". L'esperienza dell'apprendere
può rendere progressivamente consapevoli che la conoscenza e
la comprensione sono importanti strumenti della promozione di
sé e della qualità delle relazioni con gli altri, del riconoscere
a sé la dignità di persona e del riconoscerla agli altri. Mentre,
in queste fasce di età, si costruisce il passaggio da un sé
circoscritto a un rapporto aperto e solidale con "l'altro
da sé" in una società che spazia fino al mondo intero,
l'amore per sé si equilibra con l'amore per gli altri e non
si contrappone ad esso.
I passi falsi di questi anni si pagano con l'insicurezza, la
dipendenza intellettuale e morale, la mancanza di interesse
per la cultura, la chiusura egoistica e settaria. La disponibilità
affettiva, psicologica, intellettuale e relazionale del bambino
e del ragazzo è una risorsa educativa per gli insegnanti, da
stimolare e mettere appieno a frutto contro il razzismo e il
pregiudizio, per l'educazione interculturale.
Nel quadro della educazione alla pace, al civismo internazionale,
alla convivenza interetnica che connotano l'attualità di ogni
processo di formazione e di istruzione, oggi le scuole dell'infanzia,
elementare e media, destinate alla totalità delle nuove generazioni,
sono chiamate a esaltare quei passaggi sia degli Ordinamenti,
sia dei Programmi di insegnamento della scuola elementare e
della scuola media riferiti alle problematiche di cui ci stiamo
occupando e a dare loro uno spazio privilegiato e visibile nella
programmazione delle attività educative e didattiche.
Tale spazio richiede nuovi criteri di organizzazione del sapere,
nuove conoscenze e competenze connesse in particolare alla necessità
di passare dalle affermazioni di principio, sempre indispensabili
e pregevoli, alla traduzione operativa di quell'articolato e
complesso "composto didattico" che è necessario e
di quel "clima di vita" che si deve creare nelle classi
e nella scuola in cui tutti - operatori e alunni - devono porre
sotto osservazione i propri comportamenti, i propri giudizi
e le motivazioni che li hanno generati.
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6. La scuola
secondaria superiore
Nella scuola secondaria superiore
il terreno ha una propria specifica fertilità, in virtù dell'età
degli alunni, della loro crescente motivazione a comprendere
il mondo che li circonda e della crescente idoneità a cogliere
la complessità delle questioni ed a valutare le molteplici implicazioni,
anche le più controverse ed inquietanti, con oggettività e spirito
critico.
In questo senso, e proprio per la minore attenzione che questo
grado scolastico riserva alle attività di programmazione, individuale
e collegiale, l'impegno educativo contro il razzismo può trovare
la sua più tangibile manifestazione nella valorizzazione e utilizzazione
delle convergenze possibili anche all'interno degli organi collegiali,
in vista di un obiettivo politico ed educativo su cui impegnare
la partecipazione piena degli studenti utilizzando a tal fine
la straordinaria potenzialità sinergica degli apporti che provengono
dalle discipline presenti nei piani di studio.
Nel caso della scuola secondaria superiore, meno toccata degli
altri gradi da processi di riforma, è necessario ed urgente
intervenire, sul piano legislativo e amministrativo, per attuare
quella riforma di ordinamenti e di strutture che consenta di
innovare questo grado di scuola e per inserire organicamente
nei nuovi piani di studio e nei nuovi programmi quelle componenti
culturali, oggi assenti, che si rivelino indispensabili allo
sviluppo equilibrato della personalità ed alla comprensione
ragionata di una realtà impegnativa e problematica come quella
attuale. E' altresì opportuno procedere ad una responsabile
potatura dei contenuti in modo da dare spazio anche allo studio
degli eventi, della cultura, dei processi sviluppati negli ultimi
cento anni.
Anche al di là, tuttavia, delle revisioni ed innovazioni amministrative
e legislative, è possibile individuare nei programmi vigenti
di tutte le materie, argomenti da sviluppare in modo più approfondito,
sia attraverso la elaborazione di tesine da presentare agli
esami di maturità, sia attraverso la costruzione di percorsi
che consentano di evidenziare, in modo non artificioso, la persistenza
di problemi, lo sviluppo di tematiche, la ricerca di soluzioni
che hanno segnato il cammino della storia, ed anche i possibili
collegamenti di idee e fatti con ciò che oggi accade, così come
d'altronde si raccomanda in ogni caso al fine di assicurare
la massima efficacia della azione didattica.
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Il Progetto Giovani '93, il Progetto
Ragazzi 2000 e il Progetto Genitori possono utilmente agevolare
e veicolare, anche con intelligenti e dinamici intrecci con altre
attività, le iniziative interculturali e contro il razzismo.
Sono molte le iniziative che si sono sviluppate nelle scuole a
testimonianza della sensibilità e positiva reattività di fronte
ai guasti delle distorsioni e delle insufficienze culturali del
razzismo. Esse testimoniano anche il consistente tasso di professionalità
esistente nella scuola.
Perché il problema dell'educazione interculturale, anche ai fini
del superamento del razzismo e dell'antisemitismo, possa essere
affrontato positivamente, il C.N.P.I. rivolge al Ministro della
P.I. le seguenti particolari raccomandazioni:
Il C.N.P.I. nel dichiarare il proprio
fermo impegno di vigilanza sul fenomeno e di attenzione rispetto
alle condizioni di fattibilità delle iniziative contro il razzismo
e per l'educazione interculturale, rivolge un appello alla scuola,
affinché si renda protagonista della risposta democratica alle
gravi provocazioni del razzismo e dell'antisemitismo e si rivolge
altresì al Ministro, perché le richieste contenute in questo documento
trovino rapida attuazione.
IL SEGRETARIO (G. Fenizia)
IL V. PRESIDENTE (L. Corradini)