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testi a cura di Tullio De Mauro e Luca Lorenzetti

LEGENDA

RADIO
 

sostantivo maschile

LA CITAZIONE

"Accendi la tua radio per favor..."

IL FILM

"GOOD MORNING VIETNAM"

di Barry Levinson

(1987)

Il vocabolo radio nasce come accorciativo non di una parola sola, ma di una serie di parole: radiofonia, radiotelegrafo, radioricevitore, radiotrasmissione, secondo lo stesso meccanismo che ha formato auto da automobile, moto da motocicletta e foto da fotografia.

La sua origine remota è nel latino radius, che significa raggio e si riferisce alle onde elettromagnetiche irradiate dalle trasmittenti.

Dopo essere diventata una parola a sé, radio ha formato decine di termini tecnici, da radiocronista a radiolina a radiotaxi, rischiando spesso di essere confusa con l’altro radio-, quello delle radiazioni, di radioattivo, radiografia e radioterapia.

Attraverso i vari significati della parola radio possiamo ripercorrere le tappe dell’evoluzione tecnologica del nostro paese, come sfogliando un album di vecchie foto nel quale il posto d’onore spetta a Guglielmo Marconi, l’inventore della telegrafia senza fili e delle radiotrasmissioni.

I primi esempi risalgono agli anni Venti. Fino al 1923 la radio in Italia era usata solo dalla Marina militare. Il 6 ottobre del 1924 l’Unione Radiofonica Italiana diede il via alle prime trasmissioni radio pubbliche.

In quegli anni con radio si indicava ancora solo la radiofonia, la tecnologia della trasmissione della voce a distanza o meglio, come si diceva allora, la telefonia senza fili. Negli stessi anni, prima tra gli addetti ai lavori e poi nella lingua di tutti, si iniziò a usare radio anche come aggettivo, nelle espressioni trasmissione radio, onde radio, industria radio.

Alla metà degli anni Trenta, iniziò a chiamarsi familiarmente radio l’apparecchio radioricevitore che permetteva l’ascolto dei programmi. In quel periodo le famiglie che potevano gustare l’emozione di un programma radio erano ben poche: non più di un italiano su cento possedeva una radio, e la maggior parte si trovavano nell’Italia del nord.

Già prima della guerra radio significava l’ente che trasmette per radio, oppure la stazione trasmittente.

In Italia questo ente si era chiamato prima URI, si era trasformato all’inizio degli anni Trenta nell’EIAR, Ente Italiano Audizioni Radiofoniche, e poi in RAI, Radio Audizioni Italiane, nel 1944, con mezza Italia ancora occupata dai tedeschi.

Negli anni di guerra, però, l’attenzione di molti italiani andava di nascosto al segnale di Radio Londra, dalla quale si potevano avere a getto continuo notizie sull’andamento del conflitto.

Per chi è nato e cresciuto nell’era della televisione è difficile immaginare come potessero funzionare l’intrattenimento e l’informazione diffusi per radio.

Negli anni del dopoguerra, con più di 5 milioni di apparecchi, la radio era il principale mezzo di comunicazione di massa in Italia, tanto che anche le comunicazioni clandestine tra persone private della libertà, come i detenuti o i soldati, si chiamavano radiocarcere, radioscarpa.

La radio era molto più seguita dei giornali quotidiani, prima di tutto perché per leggere un quotidiano occorre un livello di istruzione che nel 1950 ben pochi italiani possedevano, e poi perché ascoltare la radio costava meno che comprare il giornale: come la televisione, anche la radio, fino alla metà degli anni Sessanta, si ascoltava nei locali pubblici, e non era necessario possedere un apparecchio.

Le condizioni della comunicazione sono profondamente mutate negli anni. Gli enti radio pubblici e privati devono fare i conti con la televisione e la radio trova oggi buona parte del suo pubblico anche in chi va in automobile o nei giovanissimi, utenti conquistati con una lunga tradizione di intrattenimento e buona musica.

 

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