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La nuova ubiquità

 

Francesco Antinucci e Domenico De Masi
rispondono alle domande dei nostri utenti.



Ringraziamo tutti coloro che hanno inviato le loro domande.
Le domande degli utenti:
1 Prima domanda di "Rai Educational":

Ci sono avvenimenti, nella storia dell’umanità, che si ripercuotono in modo profondo nell’identità dei singoli individui. Pensiamo, per esempio, alla scoperta dell’America o alla rivoluzione copernicana. Internet e, in senso più ampio, i nuovi sistemi di comunicazione, sono da considerare, sotto questo profilo, una rivoluzione epocale?

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2 Domanda di Simone Guidi:

In realtà il Novecento è stato un susseguirsi di invenzioni, cambiamenti e crescita dei sistemi di comunicazione di massa, dalla radio alla televisione a Internet. Già la radio ci regalava un’ubiquità parziale: la possibilità, cioè, di stare nello stesso momento comodamente a casa propria e, via etere, nel luogo in cui, poniamo, veniva eseguito un concerto. Davvero, allora, il Duemila ci regala, nel bene o nel male, qualcosa del tutto nuovo?

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3 Domanda di Valentina Manin:

Chi si sente onnipotente e chi si disorienta? Esistono categorie sociali o tipi psicologici più o meno propensi alle due reazioni?

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4 Domanda di Raffaella Viglione:

Fino a che punto Internet, posta elettronica e cellulare sono semplici amplificazioni della nostra capacità di comunicare? Fino a che punto, invece, segnano una discontinuità radicale che coinvolge il nostro stesso concetto di comunicazione? La posta elettronica, per esempio, recupera soltanto – e non è poco – la parola scritta? Oppure fa di più?

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5 Domanda di Elisabetta Treves:

Per ora l’ubiquità in senso stretto è legata soprattutto al telelavoro. E questo, più che una risorsa, spesso si tramuta in una schiavitù. Saltato il muro della fabbrica o dell’ufficio, saltano anche le norme di semplice cortesia. Si lavora non quando e dove si vuole, ma quando e dove vuole qualcun altro, insomma il padrone. Allora dobbiamo salutare il telelavoro come una benedizione?

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6 Domanda di Claudia Carpineto:

Spesso, su Internet, non troviamo ciò che cerchiamo, anche se sappiamo che c’è. Cosa possiamo fare per superare l’ansia e il senso di disorientamento che accompagnano lo svolgimento di molte ricerche in Rete? È vero che ci si può addirittura ammalare di "sovraccarico cognitivo"?

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7 Domanda di Massimo Gaviano:

Lei pensa che la "piazza virtuale" possa sostituire efficacemente la piazza vera, insomma i luoghi veri, fisici, di incontro sociale?

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8 Domanda di Fabrizio Forte:

Ubiquità vuol dire anche reperibilità. E, di conseguenza, fine della possibilità di isolarsi, concentrarsi su qualcosa di proprio, personale, che per molti versi esclude il mondo, lo taglia fuori, almeno per qualche tempo. Non crede che i nuovi strumenti cancellino questa possibilità? Non perché non sia possibile chiudere il cellulare o staccare la spina... Ma perché, forse, non saremo più psicologicamente disponibili a farlo?

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9 Domanda di Anna Del Piero:

Il telelavoro significa solo poter lavorare in ogni momento e dappertutto, però da soli, o può creare legami sociali nuovi?

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10 Domanda di Carlo Cagnucci:

L’integrazione in un solo strumento di più mezzi e più modalità di comunicazione finirà col produrre forme diverse del comunicare?

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11 Domanda di Emiliano e Giulia Ranieri:

Le nuove generazioni di telefonia mobile, a partire dal cosiddetto UMTS,consentiranno al singolo individuo un accesso ubiquitario alla Rete. Basterà un cellulare per navigare, inviare e ricevere e-mail. L’Europa è indietro rispetto agli Stati Uniti nell’utilizzo di Internet. Ma è avanti quanto a diffusione dei cellulari. Se il cellulare diventerà lo strumento di accesso privilegiato alla Rete, il gap tra l’Europa e gli Stati Uniti potrebbe rovesciarsi? E il futuro ci richiederà ulteriori adattamenti cognitivi e psicologici?

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Il dialogo successivo Italia 2000, quale dialogo tra laici e cattolici?