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Prima
domanda di "Rai Educational":
Ci sono avvenimenti, nella
storia dell’umanità, che si ripercuotono in
modo profondo nell’identità dei singoli
individui. Pensiamo, per esempio, alla scoperta
dell’America o alla rivoluzione copernicana.
Internet e, in senso più ampio, i nuovi sistemi
di comunicazione, sono da considerare, sotto
questo profilo, una rivoluzione epocale?
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Domanda
di Simone Guidi:
In realtà il Novecento è stato
un susseguirsi di invenzioni, cambiamenti e
crescita dei sistemi di comunicazione di massa,
dalla radio alla televisione a Internet. Già la
radio ci regalava un’ubiquità parziale: la
possibilità, cioè, di stare nello stesso momento
comodamente a casa propria e, via etere, nel luogo
in cui, poniamo, veniva eseguito un concerto.
Davvero, allora, il Duemila ci regala, nel bene o
nel male, qualcosa del tutto nuovo?
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Domanda
di Valentina Manin:
Chi si sente onnipotente e
chi si disorienta? Esistono categorie sociali o
tipi psicologici più o meno propensi alle due
reazioni?
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Domanda
di Raffaella Viglione:
Fino a che punto Internet,
posta elettronica e cellulare sono semplici
amplificazioni della nostra capacità di
comunicare? Fino a che punto, invece, segnano una
discontinuità radicale che coinvolge il nostro
stesso concetto di comunicazione? La posta
elettronica, per esempio, recupera soltanto – e
non è poco – la parola scritta? Oppure fa di
più?
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Domanda
di Elisabetta Treves:
Per ora l’ubiquità in
senso stretto è legata soprattutto al telelavoro.
E questo, più che una risorsa, spesso si tramuta
in una schiavitù. Saltato il muro della fabbrica
o dell’ufficio, saltano anche le norme di
semplice cortesia. Si lavora non quando e dove si
vuole, ma quando e dove vuole qualcun altro,
insomma il padrone. Allora dobbiamo salutare il
telelavoro come una benedizione?
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Domanda
di Claudia Carpineto:
Spesso, su Internet, non
troviamo ciò che cerchiamo, anche se sappiamo che
c’è. Cosa possiamo fare per superare l’ansia
e il senso di disorientamento che accompagnano lo
svolgimento di molte ricerche in Rete? È vero che
ci si può addirittura ammalare di
"sovraccarico cognitivo"?
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Domanda
di Massimo Gaviano:
Lei pensa che la "piazza
virtuale" possa sostituire efficacemente la
piazza vera, insomma i luoghi veri, fisici, di
incontro sociale?
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Domanda
di Fabrizio Forte:
Ubiquità vuol dire anche
reperibilità. E, di conseguenza, fine della
possibilità di isolarsi, concentrarsi su qualcosa
di proprio, personale, che per molti versi esclude
il mondo, lo taglia fuori, almeno per qualche
tempo. Non crede che i nuovi strumenti cancellino
questa possibilità? Non perché non sia possibile
chiudere il cellulare o staccare la spina... Ma
perché, forse, non saremo più psicologicamente
disponibili a farlo?
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Domanda
di Anna Del Piero:
Il telelavoro significa solo
poter lavorare in ogni momento e dappertutto,
però da soli, o può creare legami sociali nuovi?
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Domanda
di Carlo Cagnucci:
L’integrazione in un solo
strumento di più mezzi e più modalità di
comunicazione finirà col produrre forme diverse
del comunicare?
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Domanda
di Emiliano e Giulia Ranieri:
Le nuove generazioni di
telefonia mobile, a partire dal cosiddetto UMTS,consentiranno
al singolo individuo un accesso ubiquitario alla
Rete. Basterà un cellulare per navigare, inviare
e ricevere e-mail. L’Europa è indietro rispetto
agli Stati Uniti nell’utilizzo di Internet. Ma
è avanti quanto a diffusione dei cellulari. Se il
cellulare diventerà lo strumento di accesso
privilegiato alla Rete, il gap tra l’Europa e
gli Stati Uniti potrebbe rovesciarsi? E il futuro
ci richiederà ulteriori adattamenti cognitivi e
psicologici?
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