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Prima
domanda di "Rai Educational":
L'omelia di Giovanni Paolo II in
occasione del Giubileo dei militari e delle forze
di polizia, il 19 novembre scorso, ha fatto
discutere il mondo cattolico e non.
Luigi Pintor sul "Manifesto" si è
chiesto: come può la Chiesa conciliare la sua
strenua "difesa della vita" in campo
bioetico, dalla difesa dell'embrione al no
all'eutanasia, con il sì alla guerra, sia pure
umanitaria?
Mentre le comunità di base hanno chiesto: perché
il Papa ha voluto un giubileo dei militari e non
ha voluto un giubileo dei costruttori di pace?
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Domanda
di Marcantonio Corsini:
Il Papa fa un riferimento
piuttosto esplicito all’intervento militare in
Kosovo. A un anno e mezzo dalla fine della guerra,
resta assodato che si sia trattato di un
intervento dettato da ragioni davvero e solo
umanitarie? E il dopoguerra nei Balcani dà
ragione a chi volle l’intervento?
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Domanda
di Daniel Pommier: (per
Pietro Ingrao)
Lei ha passato la sua vicenda
politica sulla continua e attenta lettura dei
grandi processi storici del novecento: non crede
che l'intervento umanitario in Kosovo sia stato la
chiave di volta per la perdita del consenso al
regime di Milosevic esploso poi nella sconfitta
elettorale di settembre? Non si è verificato un
possibile effetto "25 luglio" in
Iugoslavia perché la sconfitta militare serba era
troppo pesante per il dittatore nazionalista?
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Domanda
di Lucia Remotti:
Hubert Védrine, ministro
francese degli Esteri, in una conferenza ripresa
dalla rivista 'Le Monde Diplomatique', si chiede
se sia giusto che l'Occidente si dia il compito di
convertire il resto del mondo alla 'democrazia'.
E se, in più, gli interventi di ingerenza
umanitaria possano essere stimolati, più che da
organismi internazionali, da un'opinione pubblica
occidentale scioccata dalle immagini di battaglie
e di massacri e che, osserva, vuole veder cessare
le sue 'sofferenze televisive'. Voi, a Védrine,
cosa rispondereste?
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Domanda
di Maria Angela Canepa:
In occasione della guerra in
Kosovo la Nato si è data un ruolo nuovo. Un ruolo
non più, solo, di difesa dei territori dei propri
stati membri, ma un ruolo attivo di intervento, di
ingerenza.
E' giusto? Un anno e mezzo dopo cosa deriva da
quel cambio di ruolo?
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Domanda
di Roberto Martelli:
L'Europa, dalla guerra del
Kosovo, ha imparato qualche lezione? E' necessario
che si dia un proprio esercito? E per quali scopi?
E, visto che siamo in argomento Europa,
aggiungiamo: cosa pensate della critica che il
Papa ha mosso alla Carta della nuova Europa, al
fatto che essa non citi Dio?
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Domanda
di Cesara De Dominici:
L'intervento in Kosovo ha
chiesto di infrangere il codice etico della nostra
Repubblica, la Costituzione, dove è detto che
l'Italia ripudia la guerra. Oggi quella rottura
quali conseguenze comporta?
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| 8 |
Domanda
di Giovanni Palmieri:
Chi decide quando è
necessario l'intervento umanitario? E secondo
quali criteri? Chi comanda in un pianeta
globalizzato? Chi comanda in un pianeta dove,
secondo la stessa Onu, fra le prime cento potenze
mondiali cinquanta sono compagnie multinazionali?
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Domanda
di Silvio Vodret:
Kostunica, oggi, ha problemi
con l'opinione pubblica serba, perché gran parte
di essa non giudica Milosevic un criminale.
Durante la seconda guerra mondiale l'80% dei
tedeschi sosteneva Hitler. Perché? La nuova
guerra inventata dal Novecento, quella in cui i
civili sono obiettivo strategico quanto i
militari, crea speciali alleanze tra popolazioni e
governanti?
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Domanda
di Marilena Ottavino:
La seconda guerra mondiale si
é conclusa con il lancio della bomba atomica su
Hiroshima e Nagasaki. Con un'azione di guerra,
cioè, che ha colpito nel modo più totale e
devastante una popolazione civile.
Quell'intervento era giusto? Umanitario? E, dopo
la Bomba, cosa significa per noi la guerra?
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Domanda
di Tommaso Cesareni: (Per
Ingrao)
C'è qualche nesso tra la
globalizzazione e l'antica parola d'ordine
dell'internazionalismo?
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Domanda
di Domanda di Antonio Azzolini:
Nell'ambito del nuovo
ordinamento universitario italiano, tra le lauree
brevi è prevista, alla classe 35, quella in
Scienze sociali per la cooperazione, lo sviluppo e
la pace. Insomma, il cosiddetto 'peacebuilding',
l'attività dei cosiddetti costruttori di pace,
fin qui dominio di organizzazioni volontarie e non
governative, diventa, almeno nominalmente, una
vera professione. Cosa ne pensate?
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