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M. Lévinas, Lei
ha affermato che l'Europa del XX secolo, l'Europa che
ha provocato due guerre mondiali e terribili genocidi,
ha una cattiva coscienza. Che cosa intendeva dire?
Io penso
che il XX secolo in cui siamo entrati noi altri Europei
con la più grande fiducia, come nel secolo in cui
lo spirito europeo avrebbe mostrato tutto il suo splendore,
è stato invece il secolo di due guerre mondiali
con tutto ciò che ha significato la Seconda al
di là delle cause abituali della guerra; è
stato il secolo in cui abbiamo visto i campi, l'oppressione,
lo sterminio di intere popolazioni e, al di sopra di tutto,
quello che è stato chiamato Olocausto e gli altri
genocidi che lo hanno accompagnato. E in seguito alla
guerra abbiamo avuto la disoccupazione e viviamo, adesso,
qualcosa che sarebbe apparso incredibile nel tempo in
cui gli uomini soffrivano di essere schiavi e di lavorare
senza pausa, mentre conoscono ormai una sofferenza quasi
più grande, quella di non poter lavorare. Penso
anche all'apparizione di tutta la miseria del Terzo e
del Quarto Mondo, perché c'è un Quarto Mondo.
Qual
è, in tutto questo, la responsabilità dell'Europa?
E allora
- mi lasci continuare - questo succede nel momento stesso
in cui abbiamo preso coscienza, nel corso di questo secolo,
di tutto lo splendore della ragione, di tutte le innovazioni
tecniche. Ma la cosa più terribile è che
in questa cattiva coscienza dell'Europa non c'è
soltanto la cattiva coscienza del secolo: attraverso la
cattiva coscienza del secolo, tutta la nostra storia prende
un altro senso. Tutta la nostra storia, dopo i messaggi
che l'hanno aperta, il messaggio greco e il messaggio
religioso, è una storia sanguinosa e tutto questo
sangue prende un altro senso alla luce del nostro secolo.
E tutto ciò accompagna i brillanti risultati dell'intelligenza
teorica e del progresso tecnico, che di per sé
non mi sgomentano e il cui valore ho sempre riconosciuto.
Penso all'impresa clamorosa del primo uomo che ha messo
piede sulla luna (sono rimasto molto impressionato da
quella notte) - e a tutte le altre cose di cui ho parlato.
Perché c'è una cattiva coscienza, come se
la ragione fosse stata usata male, come se la ragione
avesse contribuito a questa storia sanguinosa, determinando
il crollo di molti valori. Ho parlato di tutto questo
senza menzionare la minaccia di cui tutti parlano, la
minaccia di guerre atomiche, di guerre nucleari, che noi
dimentichiamo continuamente nel corso delle nostre occupazioni
quotidiane, senza che, per questo, la minaccia diminuisca.
Non è affatto la minaccia dell'esplosione finale
che mi sembra apocalittica: credo che tutto il secolo
sia apocalittico. Io non ho mai concepito l'apocalisse
sotto la forma di un'esplosione, per così dire,
spettacolare, ma sotto la forma di una vita che si svolge,
che sembra avere un senso e che bruscamente è interrotta
dalla negazione di ogni senso. Ho parlato dei campi perché
l'hitlerismo, il fascismo e lo stalinismo non possono
essere dimenticati.
E
adesso vediamo l'Europa cercare altrove, presso altre
civiltà, il senso che ha perduto...
Questa
è una testimonianza della sua cattiva coscienza.
È ciò che si chiama con umiltà la
non centralità dell'Europa e che si traduce in
interesse per tutte le civiltà, che hanno molto
da insegnare e che potranno insegnare molto all'Europa,
alla nostra Europa positiva, all'Europa della ragione
e dell'ordine, e la cui vita, le cui forme culturali ci
sono proposte come modelli.
La
non centralità dell'Europa è una tesi che
ci viene proposta nelle più grandi Università
europee, la relatività della nostra civiltà
è insegnata dalle più alte cattedre. Cattiva
coscienza significa che l'Europa denuncia quello che nella
sua concezione costituiva e garantiva la pace.
L'Europa vedeva sempre l'umanità nel suo isolamento,
nell'isolamento dell'individuo, nell'ostilità degli
individui gli uni verso gli altri; e ha scoperto che,
con la sua saggezza, con la filosofia e con tutte le altre
scienze, con la razionalità del suo sapere, gli
individui, a causa della loro ostilità, non ritroveranno
la pace. E allora si scopre che questa civiltà
è venuta meno alla sua vocazione.
La prospettiva di arrivare alla pace, alla pace della
coscienza, attraverso il sapere, è in crisi e perciò,
invece della pace, abbiamo una coscienza inquieta.
Professor
Lévinas, secondo una efficace espressione di Gadamer,
che parla del "pathos del disincanto", c'è
una specie di cinismo, di scetticismo, diffuso soprattutto
tra i giovani dell'Occidente. Chi guarda la televisione
si aspetta da un filosofo una parola rassicurante o almeno
qualche spiegazione. Cosa può dire ai giovani contro
il "pathos del disincanto"?
Sarei felice di poter consolare, ma non è possibile.
Io penso che il "disincanto", come lo chiama
Gadamer, o la "cattiva coscienza", come la chiamo
io, sia soprattutto appannaggio della gioventù,
che non si sente troppo impegnata, mentre è la
vecchia generazione a sentire, ad essersi assunta l'antica
fierezza dell'Europa. Non so che cosa dire ai giovani.
Forse bisogna pensare a una riconsiderazione della stessa
antropologia, cioè della struttura, dell'essenza
dell'umano. Non so se l'educazione vi arriverà,
ma forse, da certe esperienze la gioventù ritroverà
- me lo auguro - la giusta misura di quella che mi sembra
essere una revisione possibile. Mi domando se sia giusto
definire l'uomo proprio mediante la potenza del sapere.
Questo non comporta che si debba raccomandare la stupidità
o che l'intelligenza non sia più un valore; bisogna
piuttosto richiamare l'attenzione sulla necessità
di definire l'umanità altrimenti che in questi
due modi: come l'essere infinitamente intelligente, cioè
che può dominare il mondo e, in secondo luogo,
come l'essere che deve essere a qualsiasi costo libero,
libero quasi di puro libero arbitrio - non denuncio, beninteso,
la libertà, ma dico: libero in un modo incontrollabile,
libero di fare quello che vuole, di non essere limitato
da nulla...
Libertà per la libertà?
Libertà per la libertà, libertà come
l'elemento che definisce l'uomo. Non denuncio né
la libertà né l'intelligenza, ma mi domando
se la definizione stessa dell'uomo non debba essere attinta
da un altro ordine. Mi domando, in particolare, se la
relazione di un essere umano all'altro essere umano, la
relazione da uomo a uomo invece di essere presentata -
così si insegna - come una conseguenza remota dell'intelligenza,
come una conseguenza della libertà, non debba essere
colta nella definizione stessa dell'uomo, nella vocazione
stessa dell'uomo. Con vocazione dell'uomo intendo che
l'uomo riconosce la sua dignità e il suo posto
nell'essere, nella possibilità di uscire dalla
necessità e dal compiacimento che ha nell'esistere,
usando l'intelligenza e la libertà come le sole
forme in cui egli può affermarsi.
Su questo bisogna richiamare l'attenzione della gioventù
(non so con quali mezzi, né attraverso quale transizione),
insistendo piuttosto sul fatto che un essere può
invece uscire dalla sua autoaffermazione per occuparsi,
prima di tutto, dell'altro essere umano e che questo è
stato l'avvento stesso dell'umanità, è l'essenza,
è la forma stessa dell'umanità.
Bisogna insegnare tutto ciò, richiamando l'attenzione
sui dati immediati del comportamento umano, insistendo
sul fatto che da principio l'uomo prende coscienza di
se stesso in una elementare bontà riguardo all'altro
essere, in una bontà che persiste, che trionfa
di molte cadute, che sussiste nelle condizioni più
atroci. E questo è un paradosso solo in rapporto
all'antropologia corrente, mentre, al contrario, è
la struttura umana iniziale. E se permette mi riferisco
al mio libro preferito - non so se lo conosce - il libro
di Vasilij Grossman, scritto in Unione Sovietica, sotto
Stalin, sequestrato laggiù e introdotto clandestinamente
in Europa, il cui contenuto consiste nella descrizione
di un ordine che voleva organizzare la società
umana nella libertà, con il dominio intelligente
sulla natura ed è finito nell'infamia dei campi,
che fossero hitleriani o staliniani - non voglio dire
sovietici, perché su questo mi riservo il giudizio.
Mentre Grossman descrive quel mondo con la crudezza di
un autentico reporter, vediamo che, attraverso quelle
atrocità, si producono degli atti di bontà,
da uomo a uomo, nelle circostanze più drammatiche.
L'autore del libro ha realizzato una sapiente composizione,
a doppio fondo, e senza fare prediche inutili, ma con
una certa disperazione, si chiede se non sia questa l'umanità
stessa dell'uomo - usa il termine di "antropologia"
- se non si debba cercare qui la definizione stessa dell'uomo.
Lei
parla di bontà, di amore per l'altro, ma in nome
della bontà, si sa che sono stati commessi molti
delitti, i buoni sentimenti hanno provocato spesso dei
disastri.
Bisogna
vedere come la si intende...Se non siamo capaci di vedere,
l'autore non ci parla. Grossman dice che il bene non ha
vinto il male, ma il male non ha vinto la bontà:
fa una differenza tra bene e bontà, tra un ideale
di bene prescritto, che diventa ideologia, che diventa
movimento politico e poi istituzione e questa bontà
iniziale, debole, senza difesa, senza pensiero, in cui
non c'è ancora una ideologia della bontà.
Il termine "bontà" ci disarma, è
un modo per esprimere il fatto che l'altro uomo non mi
è indifferente, l'altro uomo mi concerne, mi riguarda
nei due sensi della parola "riguardare". In
francese si dice che "mi riguarda" qualcosa
di cui mi occupo, ma regarder significa anche "guardare
in faccia" qualcosa, per prenderla in considerazione.
Io chiamo appunto questa apparizione dell'altro "il
volto umano". Il volto umano è la testimonianza
non del trionfo istituzionale del bene, ma - indubbiamente
- della possibilità del bene. Tutto il resto, cioè
la saggezza, l'organizzazione dell'umanità, l'organizzazione
delle istituzioni, deve sempre ricordare il volto degli
uomini, che spariscono spesso in questi movimenti organizzativi,
amministrativi, essi stessi indispensabili, in questa
giustizia che pure è essa stessa indispensabile
per esistere senza predilezioni e senza pregiudizi, ma
in cui il richiamo al volto umano è essenziale.
Nei miei modesti scritti è questo che sostengo.
Qual
è la differenza tra la Sua concezione della relazione
dell'uomo con l'altro uomo e la dialettica hegeliana di
signoria e servitù dell'autocoscienza, fondata
sul riconoscimento di sé attraverso l'altro?
Lei mi
vuol far entrare in polemica con gli hegeliani che sono
veramente molto forti e intervengono sempre trionfalmente
nelle discussioni, perché hanno una teoria per
tutto e anche per il sommo bene, che chiamano "identità
dell'identico e del non identico". Ma io mi domando
se ciò che le guerre ci hanno insegnato, ciò
che ci ha insegnato il XX secolo, ciò che ci ha
insegnato la visione della storia come storia sanguinosa,
non sia l'importanza di questa sofferenza immediata, anche
se da un punto di vista hegeliano non può essere
razionale. È qualcosa di pericoloso per la priorità
del razionale [razionalità del reale, n. d. t.],
è una follia nell'essere, è la follia iniziale,
che un ente che si occupa soltanto di sé stesso
si metta ad occuparsi di qualcun altro. Non è una
confutazione dell'hegelismo: l'hegelismo non si può
confutare. Ma, se si vuole, la crisi dell'idealismo in
seguito alle due Guerre mondiali, diventa sempre più
evidente: questo risponderei al trionfalismo hegeliano.
E vorrei dire una cosa che ho raccontato altrove (gli
hegeliani l'hanno dimenticata: anche questo fa parte del
disincanto del mondo). Nella Bibbia c'è una scena
in cui Giacobbe deve incontrare suo fratello Esaù
che teme assai, perché sono in lite, dopo che ha
preso la benedizione al suo posto. Dice il testo che Giacobbe
ebbe paura e angoscia. Paura e angoscia non sono la stessa
cosa. I commenti che ascolto, che a volte anche leggo
- la gente pensa che io non legga altro, ma io non leggo
solo questo, leggo, oltre Rousseau, anche questo - dicono
che ebbe paura della guerra e si angosciò per dover
uccidere.
Lei polemizza con gli hegeliani, ma anche con Heidegger,
per il suo essere-per-la-morte, ed anche con gli altri
esistenzialisti. In un certo senso, Lei sembra più
ottimista.
Per il momento ho solo questa debole bontà, vinta,
debole, ma immortale. Non è facile - è terribile
- lasciare un mondo che è alla vigilia di un inferno
- che Dio ci protegga - un mondo che in ogni caso ha conosciuto
i prodromi dell'inferno, affidandolo a qualche giusto,
a qualche santo, che farebbe la sua apparizione nell'umanità,
o a qualche atto giusto o atto santo che di tanto in tanto
si potrebbe verificare nel privato. Nel libro di cui parlo
Grossman, come ogni grande autore, si contraddice, si
smentisce - la realtà non si può esprimere
semplicemente - e dice: è come voler spegnere l'incendio
con un clistere.
Lei parla della bontà come se non si trattasse
di un valore, ma come di qualcosa di naturale, di un istinto...
Lei vuole
estinguere il paradosso della bontà chiamandola
istinto. Poco importa il modo in cui si manifesta. Nell'istinto
c'è già la parola di Dio, perché
chiamo proprio così questa possibilità per
l'uomo di essere buono verso l'altro uomo o piuttosto
la possibilità di leggere sul volto dell'altro
uomo questo richiamo, che è una vocazione, un appello
alla bontà. Per me questa è la parola di
Dio. Dico anzi che è il momento in cui la nozione
di Dio viene allo spirito, perché bisogna domandarsi
di dove viene, in quali circostanze concrete una cosa,
una parola così strana, che d'altronde si sente
dappertutto, viene allo spirito. Io la situo precisamente
nel momento in cui guardo il volto dell'altro uomo.
Lei
ha nominato Dio. Io le chiedo...
Non abbia
paura...
crede
che sia possibile, che possa esistere un'etica in senso
forte senza Dio?
Io trovo
Dio nell'etica, non ho alcuna altra idea di Dio valida
al di fuori del folklore. Lo trovo nel senso di qualcosa
che interrompe bruscamente il corso forte delle cose,
nel fatto che uno si occupi di un altro, dell'assolutamente
altro, perché è il solo momento in cui c'è
un'alterità totale, un'alterità che non
rientra nell'ordine che io controllo, che non diventa
mia. Anche il mio schiavo sente, in quanto uomo, il bisogno
di fuggire la schiavitù e perciò è
assolutamente altro. Trovo che nel momento in cui sento
questo come ordine, come ordine muto - la prima parola
che si sente è questa parola muta dell'ordine,
del comandamento - non dico che parlo con Dio, ma ho sentito
la più forte delle parole, la prima...
Può esistere una morale conforme alla religione,
senza il Dio delle religioni istituite, senza il Dio delle
chiese, può esistere una morale senza trascendenza,
una morale puramente immanente?
No, no, qui l'evento stesso è un evento di bontà,
è la trascendenza. Penso al momento della Rivoluzione
francese e al momento della Rivoluzione russa. La Rivoluzione
russa del 1917 è un evento di speranza, di abnegazione,
ma dal momento che si organizza senza riguardo per l'individuo,
dal momento che si crea un'amministrazione di massa, un'amministrazione
di stato, lo stato diventa al tempo stesso la fonte delle
istituzioni, presso cui si può trovare giustizia,
ma anche l'ordine in cui l'individuo deve eclissarsi in
modo totale, eclissarsi o perire. Lo stato, come organizzazione
di questi momenti trascendenti, diventa strumento di mobilitazione
e finisce nei campi di sterminio. Dico che questa attenzione
prestata a ciò che chiamo l'"unicità
dell'altro uomo", il rispetto nell'altro uomo della
sua unicità, cioè la considerazione dell'altro
come fondamentalmente insostituibile, è sempre
un fatto di amore. Amare è appunto considerare
l'altro come insostituibile, come unico. Forse una maggiore
attenzione a questo fatto ci permetterebbe di apportare
alla struttura dei nostri stati, che sono razionali [rationnels]
o, meglio, conformi alla ragione [raisonnables], una riforma.
Per fare un esempio concreto, ciò che occorre assolutamente
negli stati "razionali" moderni sono, come si
sa, delle associazioni che si occupino in particolare
dei diritti dell'individuo, che noi chiamiamo "diritti
dell'uomo". Ma io penso che i diritti dell'uomo siano
una istituzione extra-politica, che deve sussistere nella
società in modo del tutto indipendente dallo stato
e dalle sue necessità. Questa era in altri tempi,
se si vuole, la funzione del profeta, che veniva a proclamare
al re il suo torto - non a lavorare clandestinamente contro
il re, ma a dichiarargli ufficialmente il suo torto. Oggi
non ci sono profeti: forse la profezia può essere
sostituita da una più grande libertà lasciata
agli scrittori. E infine penso che la più grande
virtù della nostra società liberale - che
è ancora la migliore - sia la libertà di
opinione, di parola, di espressione, come garanzia per
la possibilità di una riparazione. È una
modesta proposta. E come ultima cosa raccomando l'attenzione
di ciascuno verso tutti, indipendentemente dall'organizzazione,
che è sempre una amministrazione.
– In
questo momento interviene il filosofo Adriaan Peperzak,
presente al colloquio
Se posso
sottolineare una cosa, vorrei dire che la bontà
di cui parla il professor Lévinas, è anche
umiltà, è una cosa chiamata da lui una “piccola
bontà”. Per riprendere il termine di “disincanto”,
che Lei ha usato, mi sembra che questo “disincanto”, in
rapporto al sapere, alla tecnologia, alla morale europee,
ha dapprima introdotto uno spirito ancora molto europeo,
che si è incarnato in strategie politiche.
I giovani nelle Università hanno creduto di potersi
politicizzare in un senso del tutto antipolitico, antimilitarista,
anticolonialista, eccetera. Ora constato un secondo disincanto
in rapporto appunto a questa politica di grande respiro
che è ancora, a mio avviso, una specie di imperialismo,
che si è servita di menzogne, di violenze e che
non ha condotto, praticamente, a nulla.
Ciò che constato inoltre nell’insegnamento - anche
se la mia esperienza è limitata, conosco però
diversi paesi - è una grandissima disponibilità
al raccoglimento e soprattutto sensibilità, nel
senso appunto di un desiderio di bontà. Non dico
che tutti praticano la bontà, ma che c’è
un grande desiderio di tornare alle cose più profonde,
più radicali, che sono piccole. Una prova di ciò
la trovo nel fatto che quando insegno l’opera di Emmanuel
Lévinas incontro un’attenzione estrema e una reale
volontà di scoprire il senso di tutto ciò.
– Riprende
la parola l'intervistatore
Vorrei
sottolineare una cosa che Lei ha detto a proposito del
mondo liberale. Ho l'impressione talvolta che il liberismo
economico conduca a un relativismo assoluto.
Tutto
si può comprare.
Sì,
e vorrei sapere che cosa Lei pensa della impossibilità
perfino di prendere in considerazione l'esistenza della
verità, di una realtà vera.
Neanche
per questo ho un rimedio. In fin dei conti io parlo sempre
della "piccola libertà", della "piccola
bontà", ma penso che una pluralità
di opinioni vale più di una sola e che, di conseguenza
ci sono, malgrado tutto, delle cose, o delle verità,
come Lei dice, - io direi atti di benevolenza - che trovano
subito i loro imitatori, gente pronta a condividerli.
Non so se si può distruggere il disincanto, ma
vorrei, innanzi tutto, impedire che esso venga costituito
a ontologia ultima o a metafisica ultima, dicendo che
sia proprio questa la verità delle verità...
Allora Lei crede che il problema della verità...
Questa
"piccola bontà" comporta molto più
di quello che si dice ai bambini quando li si educa, quando
si raccomanda loro di essere buoni. Ci sono nei testi
religiosi, nel contenuto etico dei testi religiosi, prospettive,
che prolungano, che innalzano questa bontà. La
bontà non è una cosa screditata. Lei mi
ha chiesto se è possibile vivere senza trascendenza.
Io dico di no. Lei mi chiede se è possibile vivere
senza dogma. Rispondo: probabilmente. Ma la grande esperienza
etica, depositata nella letteratura religiosa, non è
ancora arrivata ad avere, nella formazione letteraria
della nostra gioventù, l'importanza che le spetta.
Quei testi non devono essere letti, alzando le spalle,
come dei testi ingenui, che sono stati veri un tempo,
come testimonianze del folklore, nell'ambito del folklore
universale. Non sono folklore. Questa è la mia
posizione rispetto alle tradizioni religiose propriamente
dette.
Lei
ha parlato nei suoi scritti del ruolo della poesia, dell'importanza
della poesia come forma di dialogo.
Era un
problema particolare, il problema di sapere se la riflessione
sull'umano non distrugga sempre il contenuto dell'umano,
quando in presenza di un testo, invece di guardare quello
che dice il testo, si riflette sulle condizioni nelle
quali è stato composto. Si può trovare allora
la parte che ha avuto la grammatica, la parte che hanno
avuto le vicissitudini personali del suo autore, la parte
che ha avuto, per esempio, la deportazione babilonese
nella composizione della Bibbia - tutto quello che le
scienze umane ci insegnano. Io dico invece che bisogna
ascoltare il testo, e che questa regola è assoluta,
è la condizione stessa per comprendere la poesia.
Prima di analizzare la composizione del poema, per individuare
le contingenze e le regole che vi hanno presieduto, le
influenze che ha subito, bisogna in primo luogo ascoltare
il testo stesso. Ho definito la poesia come il dire umano
in cui la riflessione in quel senso è vietata.
Le
ho fatto questa domanda perché penso che dopo la
Seconda Guerra Mondiale la poesia è morta - più
di tutte le altre arti. Non ci sono più poeti.
Che cosa vuol dire?
Non so.
Ma c'è una verità che risale ai Greci, a
Platone: una volta quando la quercia parlava, si ascoltava
quello che diceva la quercia; ora se un uomo parla ci
si chiede da dove viene...
Le vorrei porre un'ultima domanda sulla responsabilità.
Secondo Lei, gli uomini che hanno una responsabilità
pubblica, che hanno il potere di decidere anche per gli
altri uomini, hanno la stessa responsabilità di
quelli che possono decidere solo per se stessi? Cioè
la responsabilità non è forse il lusso di
alcuni...?
È risaputo che talvolta la responsabilità
pubblica è schiacciante. È precisamente
il caso in cui la politica, anche nel senso buono del
termine, falsa la responsabilità, perché
ci determina a punti di vista che forse sono giusti, ma
in cui l'unicità di colui di cui si è responsabili
non è rispettata. La responsabilità di cui
parlo è assai più paradossale. Il punto
su cui ritorno è che in quanto Lei risponde, risponde
sempre di un altro uomo. Lei può, noi tutti possiamo
lasciar correre, possiamo ignorare, ma in realtà
sappiamo che siamo responsabili anche di ciò che
è successo poco fa, di colui che è passato
vicino a noi poco fa. La responsabilità è
questo. Noi siamo responsabili, come se fossimo colpevoli
di fronte a tutti gli altri. Cito a questo proposito per
l'ennesima volta il versetto, vorrei dire, (perché
nei grandi scrittori le proposizioni sono assai spesso
versetti così come i versetti sono le proposizioni
dei grandi autori), la frase di Dostojevskij: siamo tutti
colpevoli - non responsabili, colpevoli - di tutto verso
tutti ed io più di tutti gli altri. È questa
la famosa non reciprocità delle coscienze. Non
arrivo mai a sottrarmi alla posizione di essere io il
più responsabile di tutti.
(traduzione
di Francesco Rizzuto)
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