|
Antinucci: E’ un po’ il punto
su cui abbiamo ragionato prima. Io credo che dal punto
di vista della comunicazione non ci sia una reale frattura,
un reale salto qualitativo. Penso ci sia una sostanziale
continuità. Ma, ovviamente, non vuol dire che Internet
non possa creare grossi cambiamenti, dal momento che molte
volte il semplice incremento quantitativo delle possibilità
di scambio e comunicazione, comporta anche notevoli cambiamenti
organizzativi. Quindi è difficile dirlo.
Se però guardiamo la cosa dal punto di vista delle
tecnologie e del modo di operare, a me sembra che invece,
sotto queste tecnologie, sotto questi apparati di comunicazione
nuovi, c’è un’altra realtà: la realtà
del computer così come lo conosciamo. Che poi vada
o non vada in Rete è un dettaglio, frutto di altri
sviluppi che non costituiscono di per sé il centro
della questione. Il centro della questione è proprio
l’utilizzo di questa macchina e di questa interazione.
Il computer è una tecnologia della mente, così
come sono tecnologie della mente quelle che riguardano
la comunicazione, la memoria ecc. Tecnologie che a differenza
di quelle più familiari del passato non amplificano
e supportano le nostre capacità fisiche, ma le
nostre capacità mentali. Questo è il grande
sviluppo di questo secolo, lo sviluppo, soprattutto, di
questi ultimi vent’anni, con l’avvento del computer.
Di tecnologie della mente ne sono state inventate pochissime
nel passato, e quelle poche hanno fatto una differenza
enorme: la scrittura come la stampa, per esempio.
Questo secolo sta sviluppando una serie di tecnologie
della mente a tutto campo che supportano tutto l’operare
cognitivo della mente umana: apprendere, comunicare, elaborare
l’informazione, ragionare e così via. E questo
sviluppo culmina nel computer: il computer comprende tutto.
Ora il problema è che questo supporto opera in
un modo che può costituire un cambiamento rispetto
ai precedenti. Per esempio, fino a questo momento acquisire
della conoscenza è sinonimo di fare un certo lavoro
su cose che chiamiamo testi, linguaggi e simboli. Da questo
momento in poi, è possibile invece che la nostra
strada per apprendere, guadagnare conoscenze e scambiarle
non passi più attraverso questi canali, ma attraverso
canali che noi chiamiamo percettivi e motori. Cioè
canali diretti, estremamente più ampi, potenti
e adattabili nell’uomo. Questo, sì, potrebbe creare
una differenza veramente straordinaria, veramente epocale.
De Masi: Concordo pienamente.
Voglio aggiungere alcune osservazioni di carattere marginale.
Mi pare che siano cambiate la quantità di messaggi
e la loro temporalità, così come è
cambiata la medialità, che è diventata multimedialità.
Parliamo della quantità. Noi, oggi, comunque riceviamo
ed emettiamo molti più messaggi. Forse gli ascoltatori
avranno sentito, prima, due o tre volte dei telefonini
che squillavano. Non c’è situazione in cui non
ci troviamo, così, ad ascoltare altri che vengono
interpellati da qualcuno che non vediamo e con cui interagiscono.
In uno scompartimento ferroviario siamo praticamente bombardati
da squilli di telefonini e siamo costretti ad ascoltare
metà della conversazione.
Mi ricordano i taccuini di Beethoven: Beethoven era sordo,
per cui si faceva scrivere sui taccuini le domande dell’interlocutore.
Delle conversazioni di Beethoven ci resta la metà.
Non sappiamo che cosa rispondeva all’interlocutore. Noi,
questa sindrome di Beethoven la viviamo continuamente.
C’è poi il problema del tempo: non siamo mai stati
abituati ad avere dei feedback così veloci e da
tanta distanza. Mai, a una lettera spedita veniva data
una risposta in pochi secondi. Guccia, il grande matematico
di Palermo, aveva fondato agli inizi del nostro secolo
il circolo matematico di Palermo e aveva una rivista straordinaria
su cui scrivevano i matematici di tutto il mondo. Una
volta Humbert, mi pare, gli scrisse, non ricordo se dalla
Germania o dalla Svezia, “Ti ringrazio perché ti
ho mandato l’articolo e mi sono tornate le bozze in sette
giorni”. Sette giorni erano un primato, per riavere le
bozze. Oggi con Internet le puoi avere in tempo reale.
Anzi, mentre il tipografo compone, immediatamente l’Humbert
di oggi vede sul suo schermo che cosa avviene.
Noi possiamo condividere documenti e interagire allo stesso
documento a distanza di migliaia di chilometri. Con la
chat line possiamo addirittura interloquire come se fossimo
in un salotto, pur stando ognuno sulla sua poltrona a
migliaia di chilometri di distanza.
La terza novità, senz’altro assoluta, è
l’interazione di audio e video: posso vedere immagini,
ascoltare suoni, vedere dati, vedere cose scritte. E questo,
secondo me, ha cambiato proprio la qualità della
comunicazione. Io da tre anni o quattro anni ho abolito
il ricevimento fisico degli studenti, l’ho limitato soltanto
a casi eccezionali e sostituito con la posta elettronica.
Bene, ho visto che è cambiato completamente il
linguaggio. La posta elettronica mi costringe a essere
più preciso: mentre prima a voce potevo dare delle
indicazioni bibliografiche soltanto approssimative, oggi
se comunico qual è il testo da leggere, devo aggiungere
la casa editrice. Poi tutto questo avviene in modo estremamente
sintetico, e la sintesi mi pare che ecciti molto l’ironia.
Per cui, i messaggi che scambio con i miei studenti sono
densi di ironia molto più di un tempo. Proprio
a causa della velocità di Internet. E si può
rispondere con una sillaba, addirittura. Se uno studente
mi chiede: “Lei pensa che io possa fare la tesi nella
prossima sessione?”, posso rispondere “Sì” e mi
firmo.
La compresenza di queste tre novità crea, in qualche
modo, una ipernovità alla quale non eravamo assolutamente
abituati. Ma non si capisce ancora se è avvenuta
una rivoluzione, se si tratti di una vera discontinuità.
Siamo troppo dentro al fenomeno per poterlo dire.
Fra qualche anno quello a cui abbiamo assistito si rivelerà
o come una cesura epocale, come la scoperta dell’America
o il copernicanesimo, oppure come una continuità
seguita poi da altre tappe. Così come la banda
larga segue il precedente tipo di cellulare.
Antinucci: Assolutamente vero.
Però è interessante insistere un attimo
su questo punto. Io sono d’accordo che è ancora
poco quello che possiamo capire e che i cambiamenti si
comprendono a distanza di minimo 50 o 100 anni, ma proprio
gli esempi che hai fatto, le cose che hai nominato e che
facilitano questo scambio, questa compresenza, erano già
tutte presenti prima della posta elettronica.
Avevamo la televisione che dà la telepresenza in
tempo reale da una parte e dall’altra, avevamo il telefono
e il fax per interagire. Tutto questo ci ha già
portato ad un livello nel quale la comunicazione era immediata:
le bozze di quel matematico, già via fax, sarebbero
arrivate esattamente in tempo reale come con la posta
elettronica.
Bisogna capire qual è la vera differenza.
Bene, la vera differenza – e per questo dicevo è
importante capire quello che sta sotto la nuova tecnologia
piuttosto che il loro risultato superficiale – è
che per la prima volta tutti questi oggetti hanno lo stesso
formato. Non c`è differenza. Quando voi andrete
a guardare sul computer questa mia conversazione vi apparirà
come un file.
File: questa parola magica. Sono tutti uguali, sono tutti
file, tutti trattabili allo stesso modo tutti uniformabili.
Questo è quello che fa la differenza, molto più
che la quantità.
Ovviamente in questo è incluso il fatto che diventano
accessibili a tutti. Proprio perché non c’è
più bisogno di apparati specializzati, ma tutto
va sullo stesso supporto e le possibilità di manipolazione
diventano infinite.
De Masi: Questo però,
forse, legittima l’ipotesi che non si tratti soltanto
di una continuità.
Antinucci: Certo, io volevo
solo sottolineare che il punto non è tanto nell’incremento
della capacità comunicativa, quanto nella tecnologia
che viene impiegata nel farlo.
|