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La nuova ubiquità

Domanda 4



Da Raffaella Viglione per Antinucci:
Fino a che punto Internet, posta elettronica e cellulare sono semplici amplificazioni della nostra capacità di comunicare? Fino a che punto, invece, segnano una discontinuità radicale che coinvolge il nostro stesso concetto di comunicazione? La posta elettronica, per esempio, recupera soltanto – e non è poco – la parola scritta? Oppure fa di più?

Antinucci: E’ un po’ il punto su cui abbiamo ragionato prima. Io credo che dal punto di vista della comunicazione non ci sia una reale frattura, un reale salto qualitativo. Penso ci sia una sostanziale continuità. Ma, ovviamente, non vuol dire che Internet non possa creare grossi cambiamenti, dal momento che molte volte il semplice incremento quantitativo delle possibilità di scambio e comunicazione, comporta anche notevoli cambiamenti organizzativi. Quindi è difficile dirlo.
Se però guardiamo la cosa dal punto di vista delle tecnologie e del modo di operare, a me sembra che invece, sotto queste tecnologie, sotto questi apparati di comunicazione nuovi, c’è un’altra realtà: la realtà del computer così come lo conosciamo. Che poi vada o non vada in Rete è un dettaglio, frutto di altri sviluppi che non costituiscono di per sé il centro della questione. Il centro della questione è proprio l’utilizzo di questa macchina e di questa interazione.
Il computer è una tecnologia della mente, così come sono tecnologie della mente quelle che riguardano la comunicazione, la memoria ecc. Tecnologie che a differenza di quelle più familiari del passato non amplificano e supportano le nostre capacità fisiche, ma le nostre capacità mentali. Questo è il grande sviluppo di questo secolo, lo sviluppo, soprattutto, di questi ultimi vent’anni, con l’avvento del computer.
Di tecnologie della mente ne sono state inventate pochissime nel passato, e quelle poche hanno fatto una differenza enorme: la scrittura come la stampa, per esempio.
Questo secolo sta sviluppando una serie di tecnologie della mente a tutto campo che supportano tutto l’operare cognitivo della mente umana: apprendere, comunicare, elaborare l’informazione, ragionare e così via. E questo sviluppo culmina nel computer: il computer comprende tutto.
Ora il problema è che questo supporto opera in un modo che può costituire un cambiamento rispetto ai precedenti. Per esempio, fino a questo momento acquisire della conoscenza è sinonimo di fare un certo lavoro su cose che chiamiamo testi, linguaggi e simboli. Da questo momento in poi, è possibile invece che la nostra strada per apprendere, guadagnare conoscenze e scambiarle non passi più attraverso questi canali, ma attraverso canali che noi chiamiamo percettivi e motori. Cioè canali diretti, estremamente più ampi, potenti e adattabili nell’uomo. Questo, sì, potrebbe creare una differenza veramente straordinaria, veramente epocale.

De Masi: Concordo pienamente. Voglio aggiungere alcune osservazioni di carattere marginale. Mi pare che siano cambiate la quantità di messaggi e la loro temporalità, così come è cambiata la medialità, che è diventata multimedialità.
Parliamo della quantità. Noi, oggi, comunque riceviamo ed emettiamo molti più messaggi. Forse gli ascoltatori avranno sentito, prima, due o tre volte dei telefonini che squillavano. Non c’è situazione in cui non ci troviamo, così, ad ascoltare altri che vengono interpellati da qualcuno che non vediamo e con cui interagiscono. In uno scompartimento ferroviario siamo praticamente bombardati da squilli di telefonini e siamo costretti ad ascoltare metà della conversazione.
Mi ricordano i taccuini di Beethoven: Beethoven era sordo, per cui si faceva scrivere sui taccuini le domande dell’interlocutore. Delle conversazioni di Beethoven ci resta la metà. Non sappiamo che cosa rispondeva all’interlocutore. Noi, questa sindrome di Beethoven la viviamo continuamente.
C’è poi il problema del tempo: non siamo mai stati abituati ad avere dei feedback così veloci e da tanta distanza. Mai, a una lettera spedita veniva data una risposta in pochi secondi. Guccia, il grande matematico di Palermo, aveva fondato agli inizi del nostro secolo il circolo matematico di Palermo e aveva una rivista straordinaria su cui scrivevano i matematici di tutto il mondo. Una volta Humbert, mi pare, gli scrisse, non ricordo se dalla Germania o dalla Svezia, “Ti ringrazio perché ti ho mandato l’articolo e mi sono tornate le bozze in sette giorni”. Sette giorni erano un primato, per riavere le bozze. Oggi con Internet le puoi avere in tempo reale. Anzi, mentre il tipografo compone, immediatamente l’Humbert di oggi vede sul suo schermo che cosa avviene.
Noi possiamo condividere documenti e interagire allo stesso documento a distanza di migliaia di chilometri. Con la chat line possiamo addirittura interloquire come se fossimo in un salotto, pur stando ognuno sulla sua poltrona a migliaia di chilometri di distanza.
La terza novità, senz’altro assoluta, è l’interazione di audio e video: posso vedere immagini, ascoltare suoni, vedere dati, vedere cose scritte. E questo, secondo me, ha cambiato proprio la qualità della comunicazione. Io da tre anni o quattro anni ho abolito il ricevimento fisico degli studenti, l’ho limitato soltanto a casi eccezionali e sostituito con la posta elettronica.
Bene, ho visto che è cambiato completamente il linguaggio. La posta elettronica mi costringe a essere più preciso: mentre prima a voce potevo dare delle indicazioni bibliografiche soltanto approssimative, oggi se comunico qual è il testo da leggere, devo aggiungere la casa editrice. Poi tutto questo avviene in modo estremamente sintetico, e la sintesi mi pare che ecciti molto l’ironia. Per cui, i messaggi che scambio con i miei studenti sono densi di ironia molto più di un tempo. Proprio a causa della velocità di Internet. E si può rispondere con una sillaba, addirittura. Se uno studente mi chiede: “Lei pensa che io possa fare la tesi nella prossima sessione?”, posso rispondere “Sì” e mi firmo.
La compresenza di queste tre novità crea, in qualche modo, una ipernovità alla quale non eravamo assolutamente abituati. Ma non si capisce ancora se è avvenuta una rivoluzione, se si tratti di una vera discontinuità. Siamo troppo dentro al fenomeno per poterlo dire.
Fra qualche anno quello a cui abbiamo assistito si rivelerà o come una cesura epocale, come la scoperta dell’America o il copernicanesimo, oppure come una continuità seguita poi da altre tappe. Così come la banda larga segue il precedente tipo di cellulare.

Antinucci: Assolutamente vero. Però è interessante insistere un attimo su questo punto. Io sono d’accordo che è ancora poco quello che possiamo capire e che i cambiamenti si comprendono a distanza di minimo 50 o 100 anni, ma proprio gli esempi che hai fatto, le cose che hai nominato e che facilitano questo scambio, questa compresenza, erano già tutte presenti prima della posta elettronica.
Avevamo la televisione che dà la telepresenza in tempo reale da una parte e dall’altra, avevamo il telefono e il fax per interagire. Tutto questo ci ha già portato ad un livello nel quale la comunicazione era immediata: le bozze di quel matematico, già via fax, sarebbero arrivate esattamente in tempo reale come con la posta elettronica.
Bisogna capire qual è la vera differenza.
Bene, la vera differenza – e per questo dicevo è importante capire quello che sta sotto la nuova tecnologia piuttosto che il loro risultato superficiale – è che per la prima volta tutti questi oggetti hanno lo stesso formato. Non c`è differenza. Quando voi andrete a guardare sul computer questa mia conversazione vi apparirà come un file.
File: questa parola magica. Sono tutti uguali, sono tutti file, tutti trattabili allo stesso modo tutti uniformabili.
Questo è quello che fa la differenza, molto più che la quantità.
Ovviamente in questo è incluso il fatto che diventano accessibili a tutti. Proprio perché non c’è più bisogno di apparati specializzati, ma tutto va sullo stesso supporto e le possibilità di manipolazione diventano infinite.

De Masi: Questo però, forse, legittima l’ipotesi che non si tratti soltanto di una continuità.

Antinucci: Certo, io volevo solo sottolineare che il punto non è tanto nell’incremento della capacità comunicativa, quanto nella tecnologia che viene impiegata nel farlo.


 
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