Da Elisabetta Treves per De Masi:
Per ora l’ubiquità in senso stretto è legata soprattutto al telelavoro. E questo, più che una risorsa, spesso si tramuta in una schiavitù. Saltato il muro della fabbrica o dell’ufficio, saltano anche le norme di semplice cortesia. Si lavora non quando e dove si vuole, ma quando e dove vuole qualcun altro, insomma il padrone. Allora dobbiamo salutare il telelavoro come una benedizione?
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De Masi: I pericoli che vengono
denunciati esistono. Il problema è ogni volta capire
come si usa e perché si usa una novità.
La luce elettrica può essere utilizzata per illuminare
una sala operatoria dove si salvano vite umane e può
essere utilizzata per una sedia elettrica dove una vita
umana viene stroncata. Esistono, quindi, dei pericoli
intrinseci anche nel telelavoro.
Sono un grande fautore del telelavoro ma credo che esso
possa dare frutti solo se ben gestito. Intanto, che sia
utilizzato nei casi in cui è giusto farlo. Un giornalista
può fare un’intervista telefonica in modo ottimale.
Un professore universitario, per molte sue cose, può
interagire tramite telelavoro in modo ottimale. Ma, per
esempio, non è ottimale trasferire in telelavoro
un call center, non è ottimale trasferire in telelavoro
un servizio telefonico come il “12”.
Il telelavoro consente al lavoratore di lavorare secondo
i suoi ritmi . Se debbo dare un articolo entro dopodomani
sera, o debbo consegnare una pratica complicata entro
tre giorni, starà a me stabilire se fare questo
lavoro all’alba o di notte, in quali ore del giorno e
con quali pause, perché io sono colui che regola
il processo e il datore di lavoro deve limitarsi a controllare
il risultato.
Se invece il telelavoro viene usato come un coltello preso
dalla parte del manico, significa che il padrone mi può
inseguire ovunque. Cosa che, peraltro, avviene già
per telefono. Ci sono molti capi ufficio che hanno il
vezzo di telefonare alle loro segretarie anche a casa.
Io non ho il numero di telefono della mia segretaria -
né del telefonino, né di casa - perché
potrebbe diventare una tentazione: quella di prevaricare
il tempo libero dei dipendenti.
Quello che però va detto è che queste tecnologie,
e queste modalità, non riguardano solo il lavoro.
Noi, quando pensiamo alla vita umana, di solito pensiamo
immediatamente al lavoro. Ma il lavoro è un settimo
della vita. E forse è perfino la cosa meno importante,
se non coincide con il gioco e con lo studio, cioè
se non si trasforma in quello che io chiamo ozio creativo.
Quindi queste tecnologie valgono per tutto: studio, lavoro
e tempo libero.
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