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Antinucci: In questa domanda
c’è una parte di verità, così come
una parte cui fare attenzione. La tecnologia di per sé
è semplicemente il supporto, il sostegno di qualcosa.
Non comporta necessariamente l’utilizzo efficace della
stessa tecnologia.
È come il caso cui accennavi prima, quando dicevi
“con le macchine singole è automatico, io faccio
un’azione e la macchina risponde, con queste macchine
è più difficile, perché devo imparare
a lavorarci, a chiedere”.
Di per sé la diffusione della telefonia cellulare
non ha nulla a che vedere con Internet, perché
la telefonia cellulare è l’espansione di uno strumento
di comunicazione che è il telefono, anche con cambiamenti,
certo. Ma si tratta comunque di comunicazione dialogica
in tempo reale, senza elaborazione di informazione. La
convergenza tra le due cose però è molto
interessante. Coprirà o no il gap con l’America?
Non dipende tanto dal fatto che noi abbiamo già
i telefonini cellulari e lì non ci sono, o dal
fatto che lì hanno più computer, dipende
da quanto la voglia, la volontà o l’esigenza di
lavorare con gli strumenti tipici del computer e di Internet
è stata diffusa. Questo è il punto. Se io
ho una base sostanziale – vuoi che la crei la scuola,
vuoi che la creino i luoghi di lavoro, gli uffici ecc…
- l’utilizzo di una tecnologia più potente, come
quella dell’Umts, provocherà un boom: perché
in quel caso allargherò il supporto di una domanda
già pronta. Altrimenti no: vedremo solo un telefonino
futuro usato sostanzialmente come telefonino, con qualche
abbellimento visivo. Questo non dipende tanto, ormai,
dalla tecnologia, ma dalla preparazione umana che c’è
sotto.
De Masi: Recentemente mi è
capitato di fare un dibattito con Negroponte. E lui mi
diceva: “Beati voi che in Italia avete dei cellulari così
diffusi capillarmente rispetto agli USA. Avete una banda
con cui potete dialogare in tutta l’Europa, noi no.”.
Lui paventava questo, perché riteneva che tutto
sommato noi abbiamo, sì, un po’ di ritardo su Internet,
ma che la cultura media, di base, di un italiano non è
assolutamente inferiore a quella di un americano. Allora,
non avendo una cultura inferiore e avendo le tecnologie,
l’opportunità reale di un sorpasso ce l’avremmo.
perché queste tecnologie che cambiano in modo così
pervasivo e rapido, consentono ogni tanto a un paese che
sta dietro di passare avanti. Se io oggi compro un computer,
non compro quello di dieci anni fa, compro l’ultimo grido,
e dunque , benché sia stato il più ritardatario
nell’acquistarlo, mi trovo a essere all’avanguardia. Il
fatto dell’adattamento psicologico-cognitivo, invece,
quello sì è richiesto, eccome! L’essere
umano sperimenta una continua trasformazione delle proprie
capacità cognitive, in relazione a quello che gli
muta intorno, a quello che lui stesso ha fatto mutare.
L’essere umano, per esempio, ha dovuto rivedere nel corso
dei secoli tutte le sue categorie di velocità.
Rubo un esempio a Simone Weil: se tra duemila anni un
archeologo trova un martello, capisce che questo martello
è un arnese elementare, però che ha una
sua bellezza e una sua armonia, che il rapporto tra la
testa e il manico è ben calibrato; quindi capisce
anche che chi lo aveva inventato lo aveva inventato per
se stesso, sapendo che l’avrebbe usato lui; se, invece,
lo stesso archeologo trova un martello pneumatico e vede
che usarlo richiede uno sforzo enorme, s’accorge prima
di tutto che si tratta di uno strumento più potente
di un martello elementare, però più univoco,
specializzato: non posso farci l’infinita varietà
di cose che posso fare col martello semplice; e l’archeologo
inoltre capisce che non l’avrebbe usato chi lo ha inventato,
ma un operaio. Questi strumenti hanno altre loro caratteristiche:
richiedono un adattamento cognitivo. E questo sarà
richiesto sempre, perché l’uomo fin quando vive
è in mutamento, indotto da sé stesso e da
quelli che lo circondano. Dice Eraclito: “È nel
mutamento che le cose si riposano”.
Antinucci: Sono d’accordo. Forse
l’unica differenza è nella stima di questo pre-adattamento.
Non c’è dubbio che poter andare su Internet o comunicare
su larga banda diano una possibilità formidabile.
Si capisce anche che una persona come Negroponte dica
“beati voi che ce l’avete”: anche se l’America, quando
interviene in questi campi, è molto rapida, da
osservatore locale, americano, non tiene presente il fatto
che negli Usa c’è, già fatto, un lavoro
capillare di base, fatto colla tecnologia standard. Un
lavoro che ha creato un pre-adattamento. Se vai nelle
scuole elementari, vedi centinaia di studenti che usano
abitualmente il computer, e non solo Internet, per qualsiasi
compito. In Italia manca forse – io penso da pessimista,
tu da ottimista – la possibilità di sfruttare a
pieno un grande salto.
De Masi: Forse l’America è
più furba di noi nell’usare questa tecnologia per
la produzione di ricchezza e di potere. Ed è probabile
che noi, apparentemente indietro, forse siamo più
disposti a usarla per il tempo libero, il gioco, lo studio
e la convivialità. Quindi, anche in questo caso,
forse vale la pena di restare in Italia.
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