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Globalizzazione, è un bene o un male?

Domanda 11



Domanda di Annalisa Belviso e di un utente che si presenta con lo pseudonimo di "Lux":
Aumenta la libertà individuale oppure la nostra identità si de-localizza, diventa anonima? Parola d'ordine della new economy è "la globalizzazione annulla le distanze", ma Internet, in realtà, non sta semplicemente accrescendo la nostra solitudine?

RUFFOLO: Le due domande si completano tra loro, in qualche modo. È vero che un eccesso di informazione finisce per disorientare. E quello che importa, quanto all'informazione, non è aumentarne la quantità attraverso i canali, ormai, straordinariamente differenziati che ci bombardano: televisione, Internet, ecc., ma è dare alle persone la capacità di selezionare, e selezionare l'informazione significa avere cultura.
Solo uno spessore culturale profondo rende la persona capace di rifiutare l'informazione inutile o dannosa e di cogliere, invece, quella feconda. Mi pare, quindi, fondamentale insistere sulla differenza tra informazione e cultura, tra quantità e qualità. E questo è compito della scuola e della politica, più che dei mezzi di informazione stessi.
La seconda domanda, pure, mi pare sollevi il problema degli eccessi di una tendenza a moltiplicare le informazioni. Internet è un moltiplicatore formidabile di informazione, ma un suo abuso può portare a risultati paradossali.
Forse ricordate un film abbastanza recente, "C'è posta per te", dove degli utenti di Internet finiscono per avere paura della comunicazione diretta, rispetto a quella anonima attraverso la Rete. Ecco, questo è un esito catastrofico dell'informazione. Questo che cosa ci dice? Che le invenzioni ci danno delle potenzialità, ma non ci danno direttamente la capacità di usufruire di queste potenzialità.
E ci dice un'altra cosa: che bisogna diffidare degli entusiasti, dei fanatici, dei fissati, perché è sempre gente disposta a cedere il cervello in affitto.

BIANCHERI: Concordo. E trovo che queste due domande, in quanto pongono il problema del rapporto fra globalizzazione e individuo, arrivano al nocciolo. Perché, poi, è questo quello che ci interessa: sapere come ognuno di noi come reagisce, come viene influenzato dal fenomeno. A me sembra che la globalizzazione abbia un corrispettivo in un fenomeno che è un po' il suo opposto: la localizzazione.
Non è vero che tutto tenda univocamente a globalizzarsi, c'è anche una forza, che credo appartenga alla natura umana, a reagire così, c'è una forte tendenza a localizzare. Lo vediamo in politica: da un lato abbiamo processi di integrazione, l'Unione europea, il Mercosur e altri fenomeni di mondializzazione o comunque di espansione, ma, contemporaneamente, abbiamo dei processi di frammentazione.
Il mondo cinquant'anni fa, quando sono nate le Nazioni Unite, aveva cinquanta Stati, oggi ne ha centottanta. Da un lato si integra, dall'altro si frantuma. Solo dalla sparizione dell'Unione Sovietica sono nate quindici repubbliche. Nei Balcani, al posto della Jugoslavia abbiamo oggi cinque stati, ma domani, forse, sei o sette.
Quindi i due fenomeni, quello del locale e quello dell'universale, in qualche modo si bilanciano. Lo vedo anche nel mondo dei media: c'è una generale tendenza all'uniformità, una lieve decrescita delle tirature dei giornali quotidiani, e non solo in Italia, ma essa corrisponde soprattutto ai grandi giornali nazionali.
Invece i giornali locali, molto spesso, accrescono le loro tirature. Quindi c'è una richiesta di "locale" che si accompagna alla consapevolezza dell'"universale". I due fenomeni non sono, poi, contraddittori, si bilanciano. E non bisogna mai demonizzare nulla. Neanche la globalizzazione, come si tende a fare. Sono rimasto impressionato, pochi giorni fa, quando si è tenuto a Napoli un incontro al quale hanno partecipato centotrenta o centoquaranta Paesi e che è stato chiamato "Global Forum".
Unico torto, usare questo aggettivo, "global", perché in realtà la finalità di questo incontro era vedere come le nuove tecnologie possono migliorare il rapporto fra la società civile e pubblica amministrazione, e mettere a disposizione, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo, gli strumenti con cui l'amministrazione agisca in un modo più obiettivo, più trasparente.
Chi può dissentire contro questo proposito? Eppure, sono scese in piazza ventimila persone per protestare. Allora, dov'è il problema? Ecco, c'è un processo di demonizzazione che molto spesso si attacca alla pura parola, e che, a mio giudizio, sovverte l'obiettività del nostro ragionamento, del nostro giudizio. Questo, non per prendere le difese di tutto ciò che è globalizzato, ma per evitare che tutto ciò che è globalizzato venga demonizzato.


 
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