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RUFFOLO: Le due domande si completano
tra loro, in qualche modo. È vero che un eccesso di informazione
finisce per disorientare. E quello che importa, quanto
all'informazione, non è aumentarne la quantità attraverso
i canali, ormai, straordinariamente differenziati che
ci bombardano: televisione, Internet, ecc., ma è dare
alle persone la capacità di selezionare, e selezionare
l'informazione significa avere cultura.
Solo uno spessore culturale profondo rende la persona
capace di rifiutare l'informazione inutile o dannosa e
di cogliere, invece, quella feconda. Mi pare, quindi,
fondamentale insistere sulla differenza tra informazione
e cultura, tra quantità e qualità. E questo è compito
della scuola e della politica, più che dei mezzi di informazione
stessi.
La seconda domanda, pure, mi pare sollevi il problema
degli eccessi di una tendenza a moltiplicare le informazioni.
Internet è un moltiplicatore formidabile di informazione,
ma un suo abuso può portare a risultati paradossali.
Forse ricordate un film abbastanza recente, "C'è posta
per te", dove degli utenti di Internet finiscono per avere
paura della comunicazione diretta, rispetto a quella anonima
attraverso la Rete. Ecco, questo è un esito catastrofico
dell'informazione. Questo che cosa ci dice? Che le invenzioni
ci danno delle potenzialità, ma non ci danno direttamente
la capacità di usufruire di queste potenzialità.
E ci dice un'altra cosa: che bisogna diffidare degli entusiasti,
dei fanatici, dei fissati, perché è sempre gente disposta
a cedere il cervello in affitto.
BIANCHERI: Concordo. E trovo
che queste due domande, in quanto pongono il problema
del rapporto fra globalizzazione e individuo, arrivano
al nocciolo. Perché, poi, è questo quello che ci interessa:
sapere come ognuno di noi come reagisce, come viene influenzato
dal fenomeno. A me sembra che la globalizzazione abbia
un corrispettivo in un fenomeno che è un po' il suo opposto:
la localizzazione.
Non è vero che tutto tenda univocamente a globalizzarsi,
c'è anche una forza, che credo appartenga alla natura
umana, a reagire così, c'è una forte tendenza a localizzare.
Lo vediamo in politica: da un lato abbiamo processi di
integrazione, l'Unione europea, il Mercosur e altri fenomeni
di mondializzazione o comunque di espansione, ma, contemporaneamente,
abbiamo dei processi di frammentazione.
Il mondo cinquant'anni fa, quando sono nate le Nazioni
Unite, aveva cinquanta Stati, oggi ne ha centottanta.
Da un lato si integra, dall'altro si frantuma. Solo dalla
sparizione dell'Unione Sovietica sono nate quindici repubbliche.
Nei Balcani, al posto della Jugoslavia abbiamo oggi cinque
stati, ma domani, forse, sei o sette.
Quindi i due fenomeni, quello del locale e quello dell'universale,
in qualche modo si bilanciano. Lo vedo anche nel mondo
dei media: c'è una generale tendenza all'uniformità, una
lieve decrescita delle tirature dei giornali quotidiani,
e non solo in Italia, ma essa corrisponde soprattutto
ai grandi giornali nazionali.
Invece i giornali locali, molto spesso, accrescono le
loro tirature. Quindi c'è una richiesta di "locale" che
si accompagna alla consapevolezza dell'"universale". I
due fenomeni non sono, poi, contraddittori, si bilanciano.
E non bisogna mai demonizzare nulla. Neanche la globalizzazione,
come si tende a fare. Sono rimasto impressionato, pochi
giorni fa, quando si è tenuto a Napoli un incontro al
quale hanno partecipato centotrenta o centoquaranta Paesi
e che è stato chiamato "Global Forum".
Unico torto, usare questo aggettivo, "global", perché
in realtà la finalità di questo incontro era vedere come
le nuove tecnologie possono migliorare il rapporto fra
la società civile e pubblica amministrazione, e mettere
a disposizione, soprattutto per i Paesi in via di sviluppo,
gli strumenti con cui l'amministrazione agisca in un modo
più obiettivo, più trasparente.
Chi può dissentire contro questo proposito? Eppure, sono
scese in piazza ventimila persone per protestare. Allora,
dov'è il problema? Ecco, c'è un processo di demonizzazione
che molto spesso si attacca alla pura parola, e che, a
mio giudizio, sovverte l'obiettività del nostro ragionamento,
del nostro giudizio. Questo, non per prendere le difese
di tutto ciò che è globalizzato, ma per evitare che tutto
ciò che è globalizzato venga demonizzato.
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