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Ravera: Per gli scrittori di
razza, credo di sì. Perché la vacanza o
il viaggio comportano comunque un mutamento di ritmo,
un déplacement, un cambiamento di abitudini, e
quindi contengono sempre un piccolo fattore di shock,
di smarrimento. E spesso possono comportare delle crisi.
E le crisi fanno crescere, quindi fanno cambiare il personaggio.
Ora, siccome qualsiasi racconto, qualsiasi opera narrativa,
racconta un cambiamento - se un personaggio, all'inizio
e alla fine della mia storia, è uguale, vuol dire
che la storia non c'è, che ho fatto un bozzetto,
una descrizione, un'altra cosa, ma non un'opera narrativa
- la vacanza è appunto uno dei luoghi topici e
tipici.
Credo che sia ancora più stimolante per gli scrittori
contemporanei, perché stiamo vivendo un'epoca di
trapasso in cui la vacanza sta di nuovo cambiando di segno.
E, quindi, raccontare una storia di vacanza - io ne ho
raccontate molte - assume un valore epocale. Credo che
la maggior parte dei miei libri raccontino vacanze o si
svolgano in vacanza. Uno, in particolare, si chiama "I
compiti delle vacanze": sono tre romanzi brevi che
hanno per tema ciò che ci si aspetta dalle vacanze,
i compiti delle vacanze nel doppio senso di "compiti"
come quelli dei bambini e di "compiti" come
doveri, ciò che, cioè, la vacanza dovrebbe
fare per noi.
In questo momento la vacanza ha questa valenza epocale
perché il passaggio che stiamo vivendo è
l'uscita definitiva dal Novecento, cioè dal secolo
dell'homo faber, dal secolo in cui il lavoro era il valore
centrale dell'esistenza. Mentre adesso il valore centrale
dell'esistenza, posto che esso ci sia, è il tempo
libero. E non solo per una questione numerica, per la
quantità di tempo libero che abbiamo a disposizione,
ma anche perché si sta modificando il rapporto
con l'ideologia del sacrificio, dello sforzo, della fatica.
Basta guardare i giovani, con quale naturalezza oziano.
Io, alla loro età, non ne ero assolutamente capace.
Quando non andavo a scuola, non studiavo e non cercavo
di lavorare per il mio futuro scrivendo affannosamente,
facevo politica: lunghissime riunioni, turni alle sei
del mattino per volantinare davanti alle fabbriche, e
avevo sedici anni, diciassette. Vedo i miei figli, loro
oziano tranquillamente. Nel loro collettivo la fatica
non è un valore. I nostri leader erano quelli che
faticavano di più, quelli che facevano le riunioni
fino alle quattro del mattino quando tutti gli altri si
erano già addormentati, quelli diventavano i leader.
Non ce ne rendevamo conto, ma la fatica era ancora al
centro delle nostre vite.
Ora lo è sempre meno e lo sarà sempre meno.
Qualcos'altro prenderà il posto ingombrante di
questo valore assoluto. E per uno scrittore di razza è
molto affascinante raccontare questo. La vacanza, secondo
me, è fondamentale come momento creativo, ispira
molto.
Canestrini: Nella letteratura
di viaggio che ho avuto modo di leggere, c'è un
po' - e questo non è tipico soltanto degli scrittori,
lo è stato anche per molto tempo degli antropologi
- un desiderio di distinguersi come veri viaggiatori e
di ignorare questa crescente massa, come la chiama Pierre
Loti nel 1892, di "sfaccendati" che si riversano
ovunque. Gli scrittori di viaggio sono sempre fuggiti
da questa massa, perché dovevano tramandare un'immagine
eroica. Da questo deriva che, secondo certa critica, chi
scrive di turismo non può fare letteratura. Io
invece non ci credo assolutamente. Ho letto delle bellissime
cose di grandi scrittori sul turismo e sui turisti: penso
al Mark Twain di "Innocenti all'estero", penso
al "Giro della prigione" di Marguerite Yourcenar,
ho letto belle cose, anche, di Gianni Celati, nel suo
"Diario africano", dove, da scrittore europeo,
mette proprio in discussione il suo essere lì,
spostato, spiazzato, altrove. Si può fare buona
letteratura di viaggio anche nel mondo contemporaneo,
anche se è pieno di turisti.
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