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Buone vacanze

Domanda 9



Educational: Cristiano Milovan manda questa domanda in particolare a lei Lidia Ravera. La "vacanza", per molti scrittori, si è rivelata il giusto scenario per la storia di un cambiamento, di una crescita o di una iniziazione: pensiamo a "Morte a Venezia"di Thomas Mann o ad "Agostino" di Moravia. Per gli scrittori di oggi ha ancora questa eco, questi significati?

Ravera: Per gli scrittori di razza, credo di sì. Perché la vacanza o il viaggio comportano comunque un mutamento di ritmo, un déplacement, un cambiamento di abitudini, e quindi contengono sempre un piccolo fattore di shock, di smarrimento. E spesso possono comportare delle crisi. E le crisi fanno crescere, quindi fanno cambiare il personaggio. Ora, siccome qualsiasi racconto, qualsiasi opera narrativa, racconta un cambiamento - se un personaggio, all'inizio e alla fine della mia storia, è uguale, vuol dire che la storia non c'è, che ho fatto un bozzetto, una descrizione, un'altra cosa, ma non un'opera narrativa - la vacanza è appunto uno dei luoghi topici e tipici.
Credo che sia ancora più stimolante per gli scrittori contemporanei, perché stiamo vivendo un'epoca di trapasso in cui la vacanza sta di nuovo cambiando di segno. E, quindi, raccontare una storia di vacanza - io ne ho raccontate molte - assume un valore epocale. Credo che la maggior parte dei miei libri raccontino vacanze o si svolgano in vacanza. Uno, in particolare, si chiama "I compiti delle vacanze": sono tre romanzi brevi che hanno per tema ciò che ci si aspetta dalle vacanze, i compiti delle vacanze nel doppio senso di "compiti" come quelli dei bambini e di "compiti" come doveri, ciò che, cioè, la vacanza dovrebbe fare per noi.
In questo momento la vacanza ha questa valenza epocale perché il passaggio che stiamo vivendo è l'uscita definitiva dal Novecento, cioè dal secolo dell'homo faber, dal secolo in cui il lavoro era il valore centrale dell'esistenza. Mentre adesso il valore centrale dell'esistenza, posto che esso ci sia, è il tempo libero. E non solo per una questione numerica, per la quantità di tempo libero che abbiamo a disposizione, ma anche perché si sta modificando il rapporto con l'ideologia del sacrificio, dello sforzo, della fatica. Basta guardare i giovani, con quale naturalezza oziano.
Io, alla loro età, non ne ero assolutamente capace. Quando non andavo a scuola, non studiavo e non cercavo di lavorare per il mio futuro scrivendo affannosamente, facevo politica: lunghissime riunioni, turni alle sei del mattino per volantinare davanti alle fabbriche, e avevo sedici anni, diciassette. Vedo i miei figli, loro oziano tranquillamente. Nel loro collettivo la fatica non è un valore. I nostri leader erano quelli che faticavano di più, quelli che facevano le riunioni fino alle quattro del mattino quando tutti gli altri si erano già addormentati, quelli diventavano i leader. Non ce ne rendevamo conto, ma la fatica era ancora al centro delle nostre vite.
Ora lo è sempre meno e lo sarà sempre meno. Qualcos'altro prenderà il posto ingombrante di questo valore assoluto. E per uno scrittore di razza è molto affascinante raccontare questo. La vacanza, secondo me, è fondamentale come momento creativo, ispira molto.

Canestrini: Nella letteratura di viaggio che ho avuto modo di leggere, c'è un po' - e questo non è tipico soltanto degli scrittori, lo è stato anche per molto tempo degli antropologi - un desiderio di distinguersi come veri viaggiatori e di ignorare questa crescente massa, come la chiama Pierre Loti nel 1892, di "sfaccendati" che si riversano ovunque. Gli scrittori di viaggio sono sempre fuggiti da questa massa, perché dovevano tramandare un'immagine eroica. Da questo deriva che, secondo certa critica, chi scrive di turismo non può fare letteratura. Io invece non ci credo assolutamente. Ho letto delle bellissime cose di grandi scrittori sul turismo e sui turisti: penso al Mark Twain di "Innocenti all'estero", penso al "Giro della prigione" di Marguerite Yourcenar, ho letto belle cose, anche, di Gianni Celati, nel suo "Diario africano", dove, da scrittore europeo, mette proprio in discussione il suo essere lì, spostato, spiazzato, altrove. Si può fare buona letteratura di viaggio anche nel mondo contemporaneo, anche se è pieno di turisti.


 
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