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Castronovo: Un'unione di tipo
federale comporta di fatto, di per sé, necessariamente,
il massimo di convergenza e coesione possibile su alcuni
grandi versanti: dalle politiche sociali a quelle del
lavoro, alle politiche economiche, della sicurezza, della
difesa, alla politica estera... In modo che l'Europa faccia,
in questo, sentire la sua voce: se una volta fra le due
superpotenze mondiali, oggi nei confronti dell'unica superpotenza
mondiale rimasta sulla scena, gli Stati Uniti.Però
un'Unione di tipo federale non comporta l'avvento di una
sorta di monocultura, una sorta di appiattimento su un
unico modello. Non vuol dire, appunto, omologazione.Oggi
per primi direi i più avvertiti, i più consapevoli
tra gli uomini politici, gli statisti che operano in Europa
e che per primi agiscono in funzione del raggiungimento
dell'obiettivo di un' Europa federale si rendono ben conto
che occorre salvaguardare un'identità dell'Europa
che sta appunto nella molteplicità e varietà
delle sue attitudini, dei suoi mondi culturali, sta nell'enorme
ricchezza del suo patrimonio, artistico naturalmente,
e culturale nell'accezione più larga del termine.
Però bisogna fare attenzione. Non bisogna pensare
di poter riposare sugli allori, non possiamo pensare di
vivere di rendita di posizione di questo prezioso patrimonio.
Occorre rinverdirlo, questo patrimonio. Occorre che questo
patrimonio noi lo accresciamo, che ne aumentiamo la forza
di irradiazione che ancora è consistente. L'Europa
è, per antonomasia, la culla della civiltà
occidentale e, per tanti versi ancora, è un modello
di riferimento per altre parti del pianeta. E la globalizzazione
è un fenomeno irreversibile, in quanto prodotto
della rivoluzione informatica. Questa rivoluzione informatica
sta cancellando le barriere dello spazio e del tempo che
finora esistevano nella comunicazione tra gli esseri umani.
Ebbene, l'eliminazione di queste barriere ci consente
di mutuare, di conoscere, di accedere ad altre culture
e, a nostra volta, di trasferire le nostre idee e di far
conoscere le nostre esperienze ad altri. Dunque, noi potremmo
difendere l'identità culturale dell'Europa sviluppando
però il dialogo, il confronto di idee che è
sempre la quintessenza di una vocazione cosmopolita. Perché,
appunto, in quale modo gli uomini del Settecento hanno
dato luogo alla cultura illuminista? A forme di cosmopolitismo,
a un dialogo, per la prima volta, non soltanto fra le
teste coronate riformatrici di mezza Europa, tra la Francia
e la Russia,fra diversi ambienti di governo e di corte
in Europa occidentale? In quale modo hanno dato luogo
a dei valori di carattere universale, come sono i diritti
individuali dell'uomo, uguaglianza e libertà ?
Ebbene, il dialogo, il confronto delle opinioni anche
duro, serrato, è la quintessenza non solo di una
cultura e di una vocazione cosmopolita, ma anche di una
vocazione laica nel senso autentico del termine, in termini
non tanto di antireligiosità ma di rispetto delle
opinioni e delle credenze altrui, insomma nel rispetto
reciproco delle idee e delle ragioni degli altri.Questo
è importante. Io credo che ci siano ancora delle
grandi potenzialità di cui l'Europa può
avvalersi. Dare per scontato, come si sente comunemente
dire, che la globalizzazione sommergerà le diverse
identità, i diversi tratti distintivi e specifici,
è un errore. E può indurre soltanto ad un
atteggiamento fatalista di rassegnazione. Così
come induce a un atteggiamento inane di rassegnazione
la posizione degli "euroscettici", di quanti,
tutto sommato, non credono che l'Europa giungerà
mai al traguardo posto dai suoi padri fondatori. Dunque,
per concludere, noi dobbiamo cercare di rinverdire e arricchire
il nostro patrimonio culturale sviluppando il dialogo,
tenendo in gran conto e facendo tesoro dei tratti specifici
delle nazioni e anche delle singole regioni europee che
sono ricche di storia. Dobbiamo avere una capacità
di percezione dei problemi più cruciali del nostro
tempo e dobbiamo sviluppare una capacità di risposta
reale, concreta, sul piano culturale ai dilemmi posti
dai tanti mutamenti di scenario cui stiamo assistendo.
Matvejevic: Io aggiungerei qualche
riflessione sui due temi insiti in questa domanda. Su
una cultura diciamo comune, planetaria, da una parte,
e sul cosmopolitismo così come era concepito e
come, in qualche modo, è stato poi distrutto nella
Storia.Il cosmopolitismo è una grande invenzione
del Settecento e dell'Illuminismo, è l'idea di
un dialogo fra le culture, tra gli Stati, tra i mondi.
E l'ideale nazionale dell'Ottocento ha, in qualche modo,
in gran parte distrutto l'idea cosmopolita. Culture nazionali
troppo innamorate della propria particolarità,
che concepivano la particolarità come un valore
in sé - mentre la particolarità può
diventare un valore solo a condizione che si affermi e
confermi come tale - culture che sono spesso diventate
ideologie della nazione , hanno distrutto un cosmopolitismo
positivo e l'hanno sostituito con malintesi e contraddizioni.
Dall'altra parte, purtroppo, le ideologie sovietico-staliniane
hanno anche loro contribuito a distruggere il cosmopolitismo
opponendogli l' internazionalismo. Come se ci fosse una
opposizione reale tra cosmopolitismo vero e fra internazionalismo.
Il cosmopolitismo era considerato come una invenzione
piccolo borghese, mentre l'internazionalismo con la sua
intensità ideologica l'andava distruggendo..Da
un lato, dunque, ci sono il nazionalismo e lo stalinismo,
dall'altro un'idea che è stata qui abbastanza problematizzata.
Per quanto riguarda la questione della "cultura planetaria",
ricordo che Claude Levi-Strauss si è posto la domanda
dal punto di vista dell'antropologia e la sua conclusione
è stata che una cultura planetaria può essere
soltanto una somma delle culture particolari. Tenendo
conto, di nuovo, del fatto che il particolare è
una categoria abbastanza dubbiosa. All'inizio del XIX
secolo Hölderlin diceva: "La cosa più
difficile da imparare è come servirsi del particolare".
Ogni particolarità, insomma, non è un valore
in sé, può esserlo a condizione che si affermi
e confermi come tale. E, così, possiamo anche ripensare
in un modo diverso al concetto di identità: a me
è più vicina l'idea "delle" identità
che quella "dell'"identità. Io, per esempio,
sono sei anni che vivo in Italia, che insegno qui, e vedo
piuttosto delle identità italiane che un'unica
identità. Sono pochissime, le cose in cui leggo
"una" identità italiana. Vedo un Paese
in cui ci sono diversità ricchissime che hanno
prodotto una grande arte, che hanno prodotto il Rinascimento,
caratteristiche della cultura italiana,e le vedo piuttosto
come identità al plurale.
Castronovo: Infatti parlavo
di identità nazionali, ma anche di identità
di singole regioni storiche. L'Italia della civiltà
comunale, della civiltà del Rinascimento, il prodotto
delle società di questi cento, mille campanili
che, si dice, popolano e costellano l'Italia e che oggi
stanno tornando...
Matvejevic: Questa volta nel
modo sbagliato.
Castronovo: ...Stanno tornando
sulla scena in modo diverso, rivisitando antiche tradizioni
artigianali e mercantili. Parlavo di questa Italia, ma
non solo. Anche delle regioni storiche della Francia,
le regioni storiche della Germania come quelle dell'Est.Io
preferirei parlare di concorso e non di somma delle varie
culture nazionali. E va anche detto che, sì ,l'idea
di nazione si è poi trasformata in cieco nazionalismo,
ma, così come era stata declinata all'inizio dal
nostro Mazzini era invece un'idea di fratellanza e famiglia
delle nazioni europee. C'era già, nella sua visione,
questa prospettiva di unione, di fratellanza di una comunità
europea, affratellata dai valori, anche lì, della
fede religiosa, dall'idea della cooperazione, della solidarietà,
della lotta per l'emancipazione dei popoli oppressi e
soprattutto quelli dell'Est…
Matvejevic: I Balcani.
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