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Questa Europa ha un Est? E ha un Sud?

 

Domanda 2



Graziella Moro: Sentirsi europei, per gli intellettuali del Settecento, significava sentirsi cosmopoliti. Essere "comunitari" sarà la stessa cosa? O significherà aderire a una "monocultura"?

Castronovo: Un'unione di tipo federale comporta di fatto, di per sé, necessariamente, il massimo di convergenza e coesione possibile su alcuni grandi versanti: dalle politiche sociali a quelle del lavoro, alle politiche economiche, della sicurezza, della difesa, alla politica estera... In modo che l'Europa faccia, in questo, sentire la sua voce: se una volta fra le due superpotenze mondiali, oggi nei confronti dell'unica superpotenza mondiale rimasta sulla scena, gli Stati Uniti.Però un'Unione di tipo federale non comporta l'avvento di una sorta di monocultura, una sorta di appiattimento su un unico modello. Non vuol dire, appunto, omologazione.Oggi per primi direi i più avvertiti, i più consapevoli tra gli uomini politici, gli statisti che operano in Europa e che per primi agiscono in funzione del raggiungimento dell'obiettivo di un' Europa federale si rendono ben conto che occorre salvaguardare un'identità dell'Europa che sta appunto nella molteplicità e varietà delle sue attitudini, dei suoi mondi culturali, sta nell'enorme ricchezza del suo patrimonio, artistico naturalmente, e culturale nell'accezione più larga del termine. Però bisogna fare attenzione. Non bisogna pensare di poter riposare sugli allori, non possiamo pensare di vivere di rendita di posizione di questo prezioso patrimonio. Occorre rinverdirlo, questo patrimonio. Occorre che questo patrimonio noi lo accresciamo, che ne aumentiamo la forza di irradiazione che ancora è consistente. L'Europa è, per antonomasia, la culla della civiltà occidentale e, per tanti versi ancora, è un modello di riferimento per altre parti del pianeta. E la globalizzazione è un fenomeno irreversibile, in quanto prodotto della rivoluzione informatica. Questa rivoluzione informatica sta cancellando le barriere dello spazio e del tempo che finora esistevano nella comunicazione tra gli esseri umani. Ebbene, l'eliminazione di queste barriere ci consente di mutuare, di conoscere, di accedere ad altre culture e, a nostra volta, di trasferire le nostre idee e di far conoscere le nostre esperienze ad altri. Dunque, noi potremmo difendere l'identità culturale dell'Europa sviluppando però il dialogo, il confronto di idee che è sempre la quintessenza di una vocazione cosmopolita. Perché, appunto, in quale modo gli uomini del Settecento hanno dato luogo alla cultura illuminista? A forme di cosmopolitismo, a un dialogo, per la prima volta, non soltanto fra le teste coronate riformatrici di mezza Europa, tra la Francia e la Russia,fra diversi ambienti di governo e di corte in Europa occidentale? In quale modo hanno dato luogo a dei valori di carattere universale, come sono i diritti individuali dell'uomo, uguaglianza e libertà ? Ebbene, il dialogo, il confronto delle opinioni anche duro, serrato, è la quintessenza non solo di una cultura e di una vocazione cosmopolita, ma anche di una vocazione laica nel senso autentico del termine, in termini non tanto di antireligiosità ma di rispetto delle opinioni e delle credenze altrui, insomma nel rispetto reciproco delle idee e delle ragioni degli altri.Questo è importante. Io credo che ci siano ancora delle grandi potenzialità di cui l'Europa può avvalersi. Dare per scontato, come si sente comunemente dire, che la globalizzazione sommergerà le diverse identità, i diversi tratti distintivi e specifici, è un errore. E può indurre soltanto ad un atteggiamento fatalista di rassegnazione. Così come induce a un atteggiamento inane di rassegnazione la posizione degli "euroscettici", di quanti, tutto sommato, non credono che l'Europa giungerà mai al traguardo posto dai suoi padri fondatori. Dunque, per concludere, noi dobbiamo cercare di rinverdire e arricchire il nostro patrimonio culturale sviluppando il dialogo, tenendo in gran conto e facendo tesoro dei tratti specifici delle nazioni e anche delle singole regioni europee che sono ricche di storia. Dobbiamo avere una capacità di percezione dei problemi più cruciali del nostro tempo e dobbiamo sviluppare una capacità di risposta reale, concreta, sul piano culturale ai dilemmi posti dai tanti mutamenti di scenario cui stiamo assistendo.

Matvejevic: Io aggiungerei qualche riflessione sui due temi insiti in questa domanda. Su una cultura diciamo comune, planetaria, da una parte, e sul cosmopolitismo così come era concepito e come, in qualche modo, è stato poi distrutto nella Storia.Il cosmopolitismo è una grande invenzione del Settecento e dell'Illuminismo, è l'idea di un dialogo fra le culture, tra gli Stati, tra i mondi. E l'ideale nazionale dell'Ottocento ha, in qualche modo, in gran parte distrutto l'idea cosmopolita. Culture nazionali troppo innamorate della propria particolarità, che concepivano la particolarità come un valore in sé - mentre la particolarità può diventare un valore solo a condizione che si affermi e confermi come tale - culture che sono spesso diventate ideologie della nazione , hanno distrutto un cosmopolitismo positivo e l'hanno sostituito con malintesi e contraddizioni. Dall'altra parte, purtroppo, le ideologie sovietico-staliniane hanno anche loro contribuito a distruggere il cosmopolitismo opponendogli l' internazionalismo. Come se ci fosse una opposizione reale tra cosmopolitismo vero e fra internazionalismo. Il cosmopolitismo era considerato come una invenzione piccolo borghese, mentre l'internazionalismo con la sua intensità ideologica l'andava distruggendo..Da un lato, dunque, ci sono il nazionalismo e lo stalinismo, dall'altro un'idea che è stata qui abbastanza problematizzata. Per quanto riguarda la questione della "cultura planetaria", ricordo che Claude Levi-Strauss si è posto la domanda dal punto di vista dell'antropologia e la sua conclusione è stata che una cultura planetaria può essere soltanto una somma delle culture particolari. Tenendo conto, di nuovo, del fatto che il particolare è una categoria abbastanza dubbiosa. All'inizio del XIX secolo Hölderlin diceva: "La cosa più difficile da imparare è come servirsi del particolare". Ogni particolarità, insomma, non è un valore in sé, può esserlo a condizione che si affermi e confermi come tale. E, così, possiamo anche ripensare in un modo diverso al concetto di identità: a me è più vicina l'idea "delle" identità che quella "dell'"identità. Io, per esempio, sono sei anni che vivo in Italia, che insegno qui, e vedo piuttosto delle identità italiane che un'unica identità. Sono pochissime, le cose in cui leggo "una" identità italiana. Vedo un Paese in cui ci sono diversità ricchissime che hanno prodotto una grande arte, che hanno prodotto il Rinascimento, caratteristiche della cultura italiana,e le vedo piuttosto come identità al plurale.

Castronovo: Infatti parlavo di identità nazionali, ma anche di identità di singole regioni storiche. L'Italia della civiltà comunale, della civiltà del Rinascimento, il prodotto delle società di questi cento, mille campanili che, si dice, popolano e costellano l'Italia e che oggi stanno tornando...

Matvejevic: Questa volta nel modo sbagliato.

Castronovo: ...Stanno tornando sulla scena in modo diverso, rivisitando antiche tradizioni artigianali e mercantili. Parlavo di questa Italia, ma non solo. Anche delle regioni storiche della Francia, le regioni storiche della Germania come quelle dell'Est.Io preferirei parlare di concorso e non di somma delle varie culture nazionali. E va anche detto che, sì ,l'idea di nazione si è poi trasformata in cieco nazionalismo, ma, così come era stata declinata all'inizio dal nostro Mazzini era invece un'idea di fratellanza e famiglia delle nazioni europee. C'era già, nella sua visione, questa prospettiva di unione, di fratellanza di una comunità europea, affratellata dai valori, anche lì, della fede religiosa, dall'idea della cooperazione, della solidarietà, della lotta per l'emancipazione dei popoli oppressi e soprattutto quelli dell'Est…

Matvejevic: I Balcani.


 
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