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Castronovo: Penso di aver già
risposto, quando dicevo che il ricongiungimento di questi
fratelli, o cugini, separati dell'Est alla famiglia dell'Ovest
non sarà così semplice, sarà laborioso.
Perché hanno differenti idee di sviluppo, hanno
norme legislative differenti, perché sono vissuti
per due generazioni e mezzo sotto un regime comunista,
e via dicendo. Perché tante restano ancora le macerie
dei vecchi sistemi totalitari da rimuovere.E c'è
un ulteriore problema. Con l'ingresso di una dozzina,
o decina, di paesi dell'Est o del Sud-est europeo nell'Unione
si moltiplicherebbero, certo, le difficoltà per
arrivare a delle decisioni comuni su alcuni problemi importanti.
Sapete che oggi per varare un progetto, un piano che impegni
tutti i membri della Comunità occorre una decisione
unanime fra i quindici paesi membri. Non esiste ancora
il voto a maggioranza qualificata. Quindi, è bene
che l'Europa prima riformi le sue strutture e le sue istituzioni,
si dia una Costituzione anche, proprio, per superare queste
impasse. Con ventotto o venticinque Paesi sarebbe molto
più difficile, infatti, giungere a delle decisioni
comuni convergenti.Poi, c'è il timore che l'apertura
delle frontiere verso Est comporti un' immigrazione in
massa, ma insomma, questa basta regolarla. Il fenomeno
immigratorio va regolato, non va subìto. E non
soltanto per debellare l'immigrazione clandestina, illegale,
esposta alla lunga mano di organizzazioni criminali o
schiaviste, come succede attualmente per molte povere
donne dell'Est. Il fenomeno immigratorio va regolato in
funzione delle richieste di lavoro, delle possibilità
di accoglienza e delle necessità demografiche dei
Paesi dove andrebbero a risiedere gli immigrati.E c'è
ancora un altro problema: si moltiplicherebbe il carico
delle sovvenzioni dell'Unione verso le sue aree meno sviluppate.
Oggi un piano di aiuti concerne alcune aree arretrate
dei paesi che fanno parte della Comunità Europea:
Irlanda, Spagna, il Mezzogiorno d'Italia, alcune regioni
tedesche dell'Est ricongiunte all'Ovest dopo la caduta
del muro di Berlino.Detto questo, va aggiunto però
che, di fatto, un processo di integrazione sta già
avvenendo sotto i nostri occhi. Numerosi e crescenti sono
gli investimenti dei paesi occidentali nei paesi dell'Est,
crescente è la presenza di imprese. Quelle italiane,
per esempio, proprio in questi giorni terranno una grande
assise in Romania, perché lì sono presenti
in gran numero, tant' è che hanno costituito un'associazione
industriale. E questo vale anche per i tedeschi presenti
in massa in Polonia, presenti in massa in Ungheria, nella
Repubblica Ceca, e via dicendo.Ed esistono già
forme di cooperazione intergovernativa in campo tecnologico
e nel campo della formazione. Noi italiani, per esempio,
abbiamo un accordo quadro pluriennale con l'Ungheria.E
poi, ancora, ci sono progetti ormai a livello europeo
per grandi opere infrastrutturali: le grandi arterie ferroviarie
ad alta velocità da Ovest verso Est, come le grandi
arterie autostradali. Insomma, c'è già un'idea
di Europa dall'Atlantico agli Urali. È giusto quanto
lei diceva a proposito della Russia. La Russia è
partecipe a pieno titolo dell'Europa, non soltanto per
le sue tradizioni culturali,per tutto ciò che ha
dato alla letteratura, all'arte, ma perché la Russia
fa parte dell'Europa in modo geografico. È vero,
viene considerata una potenza eurasiatica, perché
è estesa anche sull'altro crinale. Ma su quel crinale
in realtà si svilupperà sempre più
la Cina. La Cina sarà la potenza egemone, la potenza
leader in Asia. La Russia , da Pietro il Grande in avanti
e anche prima, ha una vocazione europea: è unita
all'Europa dallo stesso credo cristiano...Noi europei,
insomma, dobbiamo aiutare la Russia a costruire un suo
ordinamento democratico, a uscir fuori dalle rovine del
socialismo reale, dall'inquinamento della corruzione d'alto
bordo, dal degrado sociale. E a neutralizzare certe spinte
verso una deriva di stampo nazional-populista o verso
l'instaurazione di un regime bonapartista o, ancora, verso
la tentazione di cadere di nuovo in un abbraccio comunista.
A questo la Russia post comunista, la Russia di Eltsin
e oggi quella di Putin è ancora esposta. Una Russia
che, oltretutto, sta conducendo una guerra coloniale in
Cecenia, sta premendo su Ucraina e Georgia in modo da
tenerle ancora avvinte al Cremlino, privandole di gas
naturale e di rifornimento di materie prime. Questa Russia
è ancora esposta al pericolo di un ritorno indietro,
di una deriva autoritaria o di sopravvento di regimi in
cui abbia la prevalenza o la vecchia casta burocratica
e militare o, comunque, la nostalgia di un passato imperiale
e imperialista. Insomma, sono tanti gli ostacoli che bisogna
superare, gli impegni che gli europei devono prendere.
E credo che l'opinione pubblica europea non abbia del
tutto preso coscienza di quali e quanti compiti e di quali
e quante responsabilità dobbiamo assumerci.
Matvejevic: Posso aggiungere
qualcosa proprio sull'idea di Russia. Sono tantissime
le alternative ideali che esistono, e non da ieri, non
soltanto nell'Unione Sovietica. C'è per esempio
la bellissima idea di un poeta russo, Tintcev, che diceva:
c'è una Russia in cui si può soltanto credere,
soltanto credere... Ma nella stessa letteratura si trova
un'alternativa a questa idea, c'è per esempio l'idea
di una Russia grande, "culona". Così,
proprio, diceva Alexandr Block , poeta del Novecento,
che prima aderì alla Rivoluzione e poi se ne distaccò.
E queste alternative restano.Ma vorrei aggiungere una
cosa a proposito del rapporto della Russia con l'Europa.
Il comunismo e il marxismo non sono idee russe: l'idea
russa è un messianismo cristiano, preso poi in
trappola da alcune idee europee. Sappiamo che il comunismo
è un'idea nata dalla Rivoluzione francese e il
marxismo è un'idea nata nella filosofia tedesca
dopo Hegel. Sono idee che un'Europa guardinga non voleva
mettere alla prova, e che proprio il messianismo russo,con
tutte le sue illusioni, fece proprie. Naturalmente queste
idee, messe in pratica in un paese sottosviluppato, hanno
compromesso l'ideale del comunismo. E, d'altro canto,
indirettamente, in un'Europa che si affacciava al XX secolo
con un capitalismo ancora selvaggio...
Castronovo: Certo...
Matvejevic: Suggerì l'idea:
"Ecco, vedete cosa può succedere, una rivoluzione
può essere vittoriosa". Questo aiutò
i partiti comunisti e le esigenze sindacali. Aiutò
gli operai, gli impiegati dell'Europa occidentale. Si
può fare una lettura molto diversa da quella che
generalmente si fa, di quanto è capitato in Russia.
Ma sarebbe molto lungo, non voglio dilungarmi.Preferisco
vedere come questi paesi che aspettano in fila possano
avvicinarsi all'Europa ed entrarci. Nessuno di noi aveva
previsto che dopo il crollo del muro di Berlino ci potesse
essere una transizione così lunga. Le transizioni
e le trasformazioni sono due cose diverse. La maggior
parte dei paesi dell'ex Europa dell'Est sta tuttora vivendo
transizioni molto più lunghe di quanto si prevedesse.
E le vere trasformazioni,quando si compiono, diventano
talvolta grottesche o tragiche: l'abbiamo visto in Jugoslavia,
in Albania, in Romania... Dunque, distinguiamo. E ammettiamo
che a volte le transizioni sono più lunghe di quello
che avevamo previsto. Che, talvolta, con una transizione
- trans-ire, andare da qualche parte- non si sa dove si
vada. Alcuni paesi hanno scelto vie plausibili, accettabili,
che l'Europa sostiene, altri non lo hanno ancora fatto.
La Russia, di sicuro, non ha trovato ancora la propria
via di uscita dal suo passato.Ovunque c'è un peso
del passato. In uno dei miei libri, "L'Europa e il
Mediterraneo", ho cercato proprio di sviluppare questo
tema: in vari Paesi dell'Est in qualche modo si è
voluto difendere un patrimonio, un retaggio, ma arriva
il momento, poi, in cui occorre difendersi "da"
questo patrimonio,"da" questo retaggio. Si voleva
salvare una memoria, ma arriva il momento in cui occorre
salvarsi da quello che contiene questa memoria. Queste
sono le contraddizioni...
Castronovo: Di un passato che
non passa.
Matvejevic: Sì, di un
passato che non passa.
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