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Letteratura del 2000,
il Bene e il Male abitano ancora qui?

 

Domanda 1



"Platone metteva in guardia contro l'influenza morale nefasta dei poeti, ritenendo auspicabile sottoporli a uno stretto controllo prima di accordare loro un posto nella sua repubblica ideale. Tolstoj, negli ultimi anni di vita, si pronunciò contro quelle forme di letteratura, compresi i suoi grandi romanzi, che rischiavano di condurre la società a comportamenti amorali. Comune a entrambi era la consapevolezza che l'arte, e in particolar modo la letteratura, avesse un grande ascendente morale e una pericolosa forza di persuasione spirituale. Questo genere di affermazione viene oggi accolto con un sorriso scettico. Si è persa l'abitudine di trattare la letteratura con tanta serietà e non le si attribuisce più una grave responsabilità morale…".

Questo scrive Abraham B. Yehoshua, scrittore israeliano assai letto anche in Italia, nella sua raccolta di saggi "Il potere terribile di una piccola colpa", uscita da un paio di mesi per Einaudi. Davvero il Bene e il Male non abitano più nella letteratura del Duemila? Non ci sono più Lady Macbeth, Raskolnikov, principi Myskin? E davvero gli scrittori hanno rinunciato a esercitare un ascendente etico?

Sanvitale: Io penso che neanche la contemporaneità sfugga a questo grosso problema, né a esso sfuggono gli scrittori contemporanei. Semmai, diciamo che la visione del bene e del male è in qualche modo cambiata rispetto a una visione ottocentesca e, anche, a una visione solo religiosa: abbiamo anche una dimensione diversa da quella religiosa e, nello stesso tempo, una visione più individualistica. Caduti i codici, la concezione del male può essere molto diversa da uno scrittore all'altro, però si potrebbero citare innumerevoli libri in cui questa dimensione resta vivissima, una dimensione che può diventare per esempio ecologica, come nel romanzo "Rumore bianco" di Don DeLillo dove il male è costituito da una nube tossica, ma resta chiaramente male che incombe sugli esseri umani. O dalla droga, nel caso di un altro romanzo americano molto importante, "Pastorale americana" di Philip Roth, la droga che distrugge la ragazza nella parte finale. Quindi, questo è il male. Quanto ai protagonisti, questo comporta una riflessione di tipo sociologico. Simbolicamente Musil , nei primi trent'anni del secolo, ha intitolato la sua opera "L'uomo senza qualità". E, come sempre succede agli scrittori, è stato interprete di un sentimento generale. Da allora vediamo che non ci possono più essere grandi protagonisti che si stagliano tra le masse, anzi, di solito i protagonisti scelti da uno scrittore sentono la problematica contraria: il dramma della non individuazione, del non essere né grandi né piccoli, di non essere niente nei confronti di una società organizzata al di fuori di loro stessi e che li trascina. Questo per la seconda domanda. Quanto alla terza, se lo scrittore non eserciti più un'influenza etica sui lettori o non voglia esercitarla, direi che non la può più esercitare perché è la letteratura che ha diminuito la propria importanza. Quando mai un romanzo, oggi, può esercitare veramente nella società europea un'influenza etica? E dico società europea perché dobbiamo fare i conti anche col fatto che non possiamo più essere eurocentrici come cinquant'anni, quarant'anni fa. Se ragioniamo in termini eurocentrici, ci diciamo che lo scrittore non ha nessuna possibilità di avere un impatto etico forte. Ma, se guardiamo alla società islamica - e il caso Rushdie s'impone avanti a tutti, come caso simbolico - vediamo invece che l'impatto etico può esserci. Ma dove può esserci? Dove civiltà e religione, codice religioso e codice civile sono la stessa cosa. Mentre nella nostra società questo non esiste e, nello stesso tempo, non esiste più la letteratura. La narrativa, specialmente, si è indebolita a tal punto che non le è più possibile esercitare un'influenza etica.

Ferroni: In linea di massima sono, naturalmente, d'accordo. Vorrei solo sottolineare il fatto che in fondo il caso Rushdie interroga anche il nostro non chiedere un valore etico alla letteratura, la nostra impossibilità di parlare di eticità della letteratura in qualunque senso ciò si concepisca, si parli anche della letteratura del passato. Da parte della critica, da parte della coscienza comune, dell'opinione corrente, non si chiede più un valore etico, una dimensione etica. E' vero che in alcune società, come quella islamica, così come in situazioni dove sono forti gli elementi di repressione, di marginalità, la letteratura può mantenere ancona una forza etica dirompente. Ma è anche vero che nella comunicazione corrente chi parla di eticità della letteratura viene preso in giro. In fondo, credo che il grande merito di Yehoshua sia stato quello di ribadire in un contesto difficile - in un contesto dove non si chiede più eticità non dico solo alla letteratura ma alle arti, alla comunicazione - di ribadire come la grande letteratura, la grande arte abbiano comunque bisogno di un orizzonte etico. Naturalmente da questo a definire che cosa è l'eticità e cosa è l'etica, il passo è lungo. E' un problema che, forse, affronteremo successivamente.


 
 

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