|
Sanvitale: Io penso che neanche
la contemporaneità sfugga a questo grosso problema, né
a esso sfuggono gli scrittori contemporanei. Semmai, diciamo
che la visione del bene e del male è in qualche modo cambiata
rispetto a una visione ottocentesca e, anche, a una visione
solo religiosa: abbiamo anche una dimensione diversa da
quella religiosa e, nello stesso tempo, una visione più
individualistica. Caduti i codici, la concezione del male
può essere molto diversa da uno scrittore all'altro, però
si potrebbero citare innumerevoli libri in cui questa
dimensione resta vivissima, una dimensione che può diventare
per esempio ecologica, come nel romanzo "Rumore bianco"
di Don DeLillo dove il male è costituito da una nube tossica,
ma resta chiaramente male che incombe sugli esseri umani.
O dalla droga, nel caso di un altro romanzo americano
molto importante, "Pastorale americana" di Philip
Roth, la droga che distrugge la ragazza nella parte finale.
Quindi, questo è il male. Quanto ai protagonisti, questo
comporta una riflessione di tipo sociologico. Simbolicamente
Musil , nei primi trent'anni del secolo, ha intitolato
la sua opera "L'uomo senza qualità". E, come
sempre succede agli scrittori, è stato interprete di un
sentimento generale. Da allora vediamo che non ci possono
più essere grandi protagonisti che si stagliano tra le
masse, anzi, di solito i protagonisti scelti da uno scrittore
sentono la problematica contraria: il dramma della non
individuazione, del non essere né grandi né piccoli, di
non essere niente nei confronti di una società organizzata
al di fuori di loro stessi e che li trascina. Questo per
la seconda domanda. Quanto alla terza, se lo scrittore
non eserciti più un'influenza etica sui lettori o non
voglia esercitarla, direi che non la può più esercitare
perché è la letteratura che ha diminuito la propria importanza.
Quando mai un romanzo, oggi, può esercitare veramente
nella società europea un'influenza etica? E dico società
europea perché dobbiamo fare i conti anche col fatto che
non possiamo più essere eurocentrici come cinquant'anni,
quarant'anni fa. Se ragioniamo in termini eurocentrici,
ci diciamo che lo scrittore non ha nessuna possibilità
di avere un impatto etico forte. Ma, se guardiamo alla
società islamica - e il caso Rushdie s'impone avanti a
tutti, come caso simbolico - vediamo invece che l'impatto
etico può esserci. Ma dove può esserci? Dove civiltà e
religione, codice religioso e codice civile sono la stessa
cosa. Mentre nella nostra società questo non esiste e,
nello stesso tempo, non esiste più la letteratura. La
narrativa, specialmente, si è indebolita a tal punto che
non le è più possibile esercitare un'influenza etica.
Ferroni: In linea di massima
sono, naturalmente, d'accordo. Vorrei solo sottolineare
il fatto che in fondo il caso Rushdie interroga anche
il nostro non chiedere un valore etico alla letteratura,
la nostra impossibilità di parlare di eticità della letteratura
in qualunque senso ciò si concepisca, si parli anche della
letteratura del passato. Da parte della critica, da parte
della coscienza comune, dell'opinione corrente, non si
chiede più un valore etico, una dimensione etica. E' vero
che in alcune società, come quella islamica, così come
in situazioni dove sono forti gli elementi di repressione,
di marginalità, la letteratura può mantenere ancona una
forza etica dirompente. Ma è anche vero che nella comunicazione
corrente chi parla di eticità della letteratura viene
preso in giro. In fondo, credo che il grande merito di
Yehoshua sia stato quello di ribadire in un contesto difficile
- in un contesto dove non si chiede più eticità non dico
solo alla letteratura ma alle arti, alla comunicazione
- di ribadire come la grande letteratura, la grande arte
abbiano comunque bisogno di un orizzonte etico. Naturalmente
da questo a definire che cosa è l'eticità e cosa è l'etica,
il passo è lungo. E' un problema che, forse, affronteremo
successivamente.
|