Odifreddi: Si dice spesso che la matematica
è una scienza, al punto che nelle facoltà
universitarie si parla di Facoltà di Scienze
matematiche, fisiche e naturali. Però la mia
impressione è che la matematica non sia una scienza:
è utile per le scienze, ma il suo modo stesso
di procedere è quasi antitetico. Le scienze partono
dalle conclusioni che sono i dati sperimentali e cercano
di risalire all'indietro in modo da costruire delle
teorie che poi le spieghino. Certo che, poi, le teorie
hanno anche un valore predittivo, però l'obbiettivo
principale delle scienze è quello di spiegare
ciò che già si sa.
Giorello: Perché fa buio di notte.
Odifreddi: Appunto, per esempio. La matematica
fa il contrario: spesso parte da degli assiomi che sono
ottenuti in qualche modo attraverso un'analisi filosofica
o logica delle nozioni, e va avanti. I metodi della
matematica e della scienza sono contrapposti: in un
caso si parla di 'deduzione' nell'altro caso si parla
di 'induzione'. Quindi, mettere la matematica nello
stesso calderone con le scienze, non andrebbe più
fatto.
Giorello: Forse è ancora riduttivo. Toglie
quella dimensione umana e filosofica di cui parlavamo
prima
Odifreddi: Mentre tenerla separata permette,
per l'appunto, di farle fare da ponte tra le due culture,
cioè la cultura scientifica, quella che studia
il mondo esterno, la fisica, la chimica, la biologia,
le scienze cosiddette appunto naturali e, dall'altra
parte, l'umanesimo, cioè la filosofia, la letteratura
e così via. E la matematica è un po' lì,
a metà. E proprio questo fatto che stia a metà
è quello che le permette di essere un collegamento.
Nessuno direbbe che la matematica è letteratura.
Per quale motivo allora bisognerebbe dire che la matematica
è solo…
Giorello: Fisica, o biologia, o magari economia.
Odifreddi: Esatto. La cosa tra l'altro poi ha
degli effetti deleteri. Io credo che se facessimo un'indagine
e chiedessimo in giro quale è stato il più
grande matematico del Novecento, la maggior parte delle
persone direbbe Einstein, che non era un matematico
per nulla, era un fisico . E anche, addirittura, i suoi
problemi in matematica li ha avuti non soltanto a scuola,
il che può essere secondario, ma anche quando
si trattava di scrivere le famose equazioni della relatività
generale. Al punto che un matematico, David Hilbert,
ci arrivò prima di lui, una settimana prima,
perché i matematici queste cose le sanno fare
meglio. E' chiaro che Einstein aveva l'intuizione fisica,
propria del fisico, però considerarlo un matematico
è sbagliato. Ed è proprio la conseguenza
di questo atteggiamento, del mettere la matematica all'interno
del calderone.
Giorello: Delle scienze della natura o, più
in generale, della scienza empirica. Sì, io sono
fortemente d'accordo.
Nella domanda c'è un altro aspetto che mi pare
interessante. Tu, giustamente dicevi prima, in molti
casi assumi come premessa del tuo ragionamento degli
assiomi e lavori lì dentro. Allora, la verità
della matematica è una verità relativa
al sistema assiomatico particolare assunto. Molto bene,
e questa è una lezione di relativismo? Questo
era un po' il timore, forse, sotteso a quella domanda.
Sì e no. Sì, nel senso che appunto la
verità è relativa a quella particolare
teoria. Ma è un relativismo che ci dice che tutto
uguale? Niente affatto. Ci sono teorie migliori di altre,
teorie più articolate, teorie più significative.
Quindi, abituarsi a una relativizzazione della verità
non vuol dire essere preda di un relativismo sfrenato.
Ecco, io uso la bella immagine che il matematico Federigo
Enriques usava agli inizi del Novecento: è imparare
che in qualche modo la scienza, in questo senso, è
democratica, nel senso che non ci sono i principi assoluti.
Cambiando i principi, cambia la nozione di verità
interna a quei principi e si fa l'esperienza di differenti
sistemi minimi di pensiero. Se questo è relativismo,
allora viva il relativismo.
Odifreddi: Credo che, però, la domanda
fosse in qualche modo suggerita all'ascoltatore dal
teorema di Gödel, che viene spesse volte frainteso
in questo senso. Il teorema di Gödel dimostra semplicemente
che non tutte le verità si possono dimostrare,
appunto, dal punto di vista matematico. Dimostra cioè
una limitazione della matematica, ma è una limitazione
non nel senso del relativismo: cioè che ciò
che prima era noto, adesso non possiamo più crederlo.
In realtà Gödel ha dimostrato che la matematica
può fare certe cose, ma non tutte. È una
limitazione del senso di potenza, vivaddio.
Giorello: E non riesce ad autogiustificarsi.
Odifreddi: Ma questo non scalfisce la verità
matematica: cioè ciò che i matematici
dimostrano, appunto, dipende dagli assiomi, ma una volta
fissati gli assiomi, questa è una conseguenza
necessaria degli assiomi. Mentre il teorema di Gödel
troppo spesso viene riformulato in questa maniera un
po' approssimativa che si presta ai fraintendimenti.
Giorello: Sì. E tra l'altro questa presentazione
non rende giustizia agli aspetti interessanti e stimolanti
del teorema di Gödel, cioè al fatto che
getta una luce forte sul fenomeno dell'autoriferimento.
L'autoriferimento, ecco un altro bell'esempio di legame
tra riflessione matematica e umanesimo. Perché
l'autoriferimento è un'esperienza che noi facciamo
molto spesso, in molti settori. Studiamo il cosmo, ma
siamo una parte di questo cosmo che studiamo, studiamo
i viventi, ma siamo anche noi esseri viventi, vogliamo
studiare l'intelligenza, ma siamo dei soggetti intelligenti,
vogliamo studiare la società, ma facciamo parte
della società che studiamo. L'autoriferimento
attraversa non poche imprese umane. Si impara a fare
i conti con l'autoriferimento fin dai tempi di Epimenide
il cretese che dice: "Tutti i cretesi mentono"…
Un allettante esempio di autoriferimento che, poi, è
l'idea che ritroviamo codificata nella conclusione di
Gödel e, poi, nel teorema di Tarski sulla difficoltà
di esprimere il concetto di verità in modo formale.
Ecco, i grandi teoremi cosiddetti della logica contemporanea,
in realtà ci fanno toccare le difficoltà
profonde di un grande problema filosofico. Il problema
che ci riferiamo necessariamente a noi stessi, mentre
cerchiamo di proiettarci sul mondo. Forse, veramente
la sfida più difficile è il "conosci
te stesso" dell'oracolo di Delfi. La truffa maggiore
forse è stata questa.
Odifreddi: A proposito del teorema di Gödel,
ho una metafora, per spiegarlo, che si riferisce al
potere giudiziario. La verità è l'analogo
di quello che i pubblici ministeri, gli accusatori,
cercano di scoprire quando fanno le indagini e cercano
di capire che cosa effettivamente è successo.
Quando, però, si fanno i processi, i processi
non possono essere fatti altro che all'interno di una
certa legislazione che corrisponde esattamente agli
assiomi e alle regole dei sistemi formali matematici.
Quindi, anche dal punto di vista giudiziario, c'è
una differenza tra ciò che si può dimostrare,
che sono appunto i contenuti delle sentenze, e ciò
che invece veramente è successo. E questo è
l'analogo della dimostrabilità e della verità
in matematica. Il teorema di Gödel dice semplicemente
che ci sono verità indimostrabili. E questo in
tutti i processi di mafia lo fanno vedere.
Ci sono cose che si sa benissimo come sono andate, però
un conto è sapere qual è la verità
e un conto è riuscire a dimostrarla. Il teorema
di Gödel dice proprio questo, che tante cose che
in matematica sono vere, però poi non si riescono
a dimostrare, con i mezzi della matematica. E questo
appunto mi sembra una buona metafora.
Giorello: Attenzione, però, a non forzare
troppo il paragone tra la matematica e la mafia…