I dialoghi della Rete
Emporio
I martedì di Rai Educational
Lo stato di salute della ragione nel mondo
Palinsesto
Il mondo della scuola
Riflessioni
 
 
IndietroAvanti

Matematica, che paura o che passione?

Domanda 07



Domanda di Piero Di Lucca: Quante matematiche esistono oggi? Quante matematiche può dominare uno studioso? E, se ne può dominare solo una parte, magari minima, oggi il matematico cos'è: uno scienziato o un filosofo?

Odifreddi: In parte abbiamo già detto, sulla contrapposizione tra scienza e matematica. Sul rapporto tra matematica e filosofia abbiamo parlato di meno e bisogna ricordare, come ho accennato prima parlando dell'etica di Platone, che moltissimi matematici sono stati filosofi. Pitagora è, appunto, agli inizi della filosofia e del pensiero matematico greco. Pensiamo, per avvicinarci un po' più a noi, a Cartesio, a Leibniz, grandissimi matematici. La geometria "cartesiana", l'analisi infinitesimale che Leibniz e Newton hanno scoperto e sviluppato insieme, sono grandissimi strumenti di matematica pura fatta da gente che in realtà faceva anche il filosofo. Forse il problema è proprio questo, che all'epoca filosofia e matematica non erano così separate, e la scienza anche. C'era ancora la possibilità di avere un'immagine unitaria. L'altra parte della domanda parlava delle matematiche. In italiano la cosa non suona tanto bene, noi diciamo 'la matematica', ma in inglese e anche in francese si dice al plurale 'les mathematiques', 'the mathematics'…

Giorello: Senza nessuno scandalo.

Odifreddi: Sono plurali, effettivamente, perché ci sono tante discipline diverse che possono confluire in una classificazione molto generica, ma spesse volte sono abbastanza separate. Però, c'è un vantaggio nell'usare una parola singolare, ed è il sottolineare che queste varie discipline sono in realtà collegate tra di loro. Anzi, il grande matematico è proprio colui che riesce a vedere i collegamenti sotterranei. Ciascuno di noi, poverini, lavora nel suo piccolo orticello, chi fa il logico, chi l'analista, chi fa il geometra e così via. Però la maggior parte di noi non ha questa visione globale, il vedere come in realtà tutto è collegato. E questo è qualche cosa che il nome 'la matematica', invece che 'le matematiche', sottolinea: che è una sola impresa, anche se poi ha tante facce. E' come un diamante, ha tante facce, ciascuno ne vede una o più, però il diamante è uno.

Giorello: Sì sono d'accordo. Il diamante ha più di una faccia ma è un diamante solo e la maggior parte dei grandi matematici hanno visto i ponti che collegano tra di loro delle regioni apparentemente separate. L'immagine non è mia, è del grande matematico David Hilbert il quale la usava nel grande convegno internazionale di Parigi, il secondo convegno dei matematici, nel 1900. Più di un secolo fa Hilbert diceva: "La matematica è diventata un insieme di matematiche in cui tante volte gli specialisti di un campo fanno fatica ad intendere gli specialisti dell'altro campo, a meno che non venga fuori il genio che vede dei collegamenti". Forse adesso, più che un sistema di tanti ponti che collegano degli isolotti un po' separati, un po' come Venezia, potremmo pensare a una struttura come Los Angeles, a quelle grandi strutture con snodi, contronodi, tunnel, ponti sopra, ponti sotto, una struttura ancora più complicata. Ma forse c'è ancora bisogno, più che mai, di grandi figure che sono capaci di una sintesi, quelli che erano i Poncaré, gli Enriques, gli Hilbert della fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento. Probabilmente ci sono anche adesso, queste personalità, ma naturalmente per coglierle occorrerà guardare la storia della matematica del nostro tempo col necessario distacco.

Odifreddi: Ci sono, il problema è che molto spesso il matematico ha poca voglia di fare divulgazione. Soprattutto in Italia questa è considerata un'attività secondaria. E anche, comunque, all'estero. Mentre il fisico, per esempio, prende il premio Nobel e poi immediatamente fa un libro di divulgazione, il matematico…

Giorello: Che non ha il premio Nobel…

Odifreddi: Che, appunto, non ha il premio Nobel, ma prende l'analogo del premio Nobel, cioè la medaglia Fields, poi, in genere,: non fa queste cose. C'è un esempio che è un buon esempio: Alain Connes, questo matematico francese che prese appunto la medaglia Fields negli anni Ottanta, quindi ormai già una ventina di anni fa, e ha già scritto due libri di conversazioni, uno con un neurofisiologo, Changeux, e, adesso, uscito da poco, un altro, invece, con altri due matematici però applicati. Effettivamente lui fa questo tentativo di andare al popolo, di avvicinarsi a coloro che non sono specialisti, però è un'eccezione.

Giorello: C'è un caso interessante di un matematico che ha voluto discutere con i fisici, con i biologi e con i filosofi. Anche se non è un esempio di divulgazione perché quando parla en philosophe forse è più difficile di quando parla della matematica. È René Thom. René Thom è usualmente citato come il creatore della teoria delle catastrofi, questo gli ha dato anche una certa risonanza sui media. In realtà ,credo che sia più importante la sua 'teoria sul cobordismo' tecnicamente. Ma Thom è uno che si è più volte cimentato sul senso profondo del fare matematico, sulla nozione di intelligibilità, sul rapporto anche tra la matematica e l'immaginario. Certo, talvolta con uno stile che non era proprio il massimo della chiarezza e della comprensibilità immediata, forse perché come filosofo Thom ha sempre amato Eraclito, il filosofo dell'oscurità, il filosofo del conflitto, ma anche quello che era noto come l'oscuro, il notturno. E per questo carattere notturno forse anche i lavori di Thom non sono proprio un esempio di chiarezza. Ma sono un esempio di bei nodi problematici. E questo, di nuovo, ci rilancia sul terreno della filosofia che la domanda evocava. Tante matematiche, nel senso che abbiamo detto, ma una idea unificante, tante facce del diamante, un diamante solo, e poi, appunto, qualcuno che contempli il diamante, però sempre da un punto di vista limitato. Forse la filosofia è un tentativo di uscire da questi limiti o meglio, di rendersi conto che i nostri limiti sono un po' come l'orizzonte: c'è, ma è una linea immaginaria, mutevole, man mano che ci spostiamo si sposta anche l'orizzonte.


 

alto

 

torna all'elenco delle domande