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Sanguineti: Personalmente, potrei
dire che non ho nessun rapporto né con il computer
né con la Rete. A casa mia c'è un computer,
perché lo usa mia figlia, quindi ho un'idea di
come funzioni, ma questo non mi ha sollecitato, nel complesso,
a impadronirmi dello strumento. Con la Rete, di rapporti
non ne ho nessuno. So di che si tratta, come tutti, perché
abbiamo tutti amici da cui assumere tante informazioni.
Ma quanto a esperienza diretta, confesso, non ne ho nessuna.
Scarpa: Per me, invece, l'uso
del computer ha cambiato qualcosa. Ce l'ho da una decina
d'anni, non di più e, da allora, di fatto il 98%
di ciò che scrivo è scritto al computer.
Come esperienza fisica è interessante, perché
la scrittura è retro-illuminata, c'è una
lampadina... Esce da un televisore. Sono rimasto colpito,
una volta, da Leonetti che, proprio riferendosi a un sito,
per dire che non l'aveva ancora visto in Rete, si espresse
così: "Non l'ho ancora visto nel televisore,
lì". E intendeva il computer. Di fatto il
computer è un televisore, sebbene a circuito chiuso
quando non venga usato con la connessione in rete. E questo
fisicamente, appunto, ha reso la scrittura un po' retroilluminata,
illuminata elettricamente, elettronicamente. C'è
anche da dire che da quando i modeli portatili sono diventati
più accessibili economicamente, è cambiato,
in me, anche l'atteggiamento verso il computer, che prima
era stanziale: come Maometto, bisognava andare al computer
per scrivere. C'è stata una finestra di anni in
cui se non andavo alla mia scrivania le sedute di scrittura
non le potevo fare. Mentre ora il computer è diventato
uno strumento analogo a una macchina da scrivere portatile.
Sanguineti: I metodi tradizionali
di scrittura concedevano già questo vantaggio.
Io, quando scrivo, non sono obbligato a essere al mio
tavolino. Mi può essere comodo per abitudine, può
essere comodo avere dei libri a disposizione, però
un foglio di carta e la penna hanno il vantaggio di essere
portabilissimi, più, evidentemente di un computer.
Ma questo è un altro discorso.
Scarpa: Mi sembra di intravedere
delle differenziazioni di genere. E' vero che qualche
verso anch'io lo faccio tuttora su carta. Come se ci fosse
ancora, chi sa, un qualche rimasuglio forse un po' reazionario,
pseudo, tanto pseudo romantico, della "poesia su
carta".
Sanguineti: Io ho preso quest'abitudine
ormai da parecchio tempo: la scrittura come si dice, ahimé,
creativa, una poesia, un racconto, mi nascono normalmente
con stilografica e fogli di carta. Poi, faccio tutte le
correzioni battendo a macchina. Ho una macchina elettronica,
che va benissimo... Invece, se scrivo un articolo, un
saggio, prevalentemente lo faccio direttamente alla macchina
da scrivere. E batto e ribatto. C'è anche una specie
di superstizione: finché ci sono errori, ribatto.
E solo quando la scrittura è tutta pulita mi sembra
aver raggiunto una condizione ottimale anche dal punto
di vista stilistico. Ma queste sono superstizioni private.
Scarpa: Non so se sono solo
superstizioni. Nel passaggio dalla scrittura a mano a
quella a macchina c'è, ovviamente, un progressivo
distaccarsi dal gesto del corpo e, quindi, un disincarnamento
della scrittura che raggiunge, per così dire, un'alterità.
Sanguineti: C'è l'ottica
del lettore che incalza. Ti leggi come se ti leggesse
un altro mentre il manoscritto, finché è
tale, resta tuo.
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