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Scrittura elettronica & scrittura creativa

Domanda 5



Gabriele Gugliemi osserva: il computer e internet ci danno la possibilità di comporre graficamente il testo a nostro piacimento, e la possibilità di usare immagini, così come "emoticons", cioè la simbologia inventata dal popolo della Rete. Ci riavvicinano allora alle esperienze di poesia visiva care alla avanguardie di primo e secondo Novecento?

Sanguineti: Ma, sì. Mi sembra sia disponibile un sistema segnico allargato. Se prendiamo una poesia tradizionale, tradizionale in senso anche molto avanzato, di norma ci troviamo delle parole, una punteggiatura, delle disposizioni grafiche e basta. Il fatto che si possano usare delle icone, anche se in un numero, almeno per ora, limitato nel complesso, può... Ma, qui, ho l'impressione che si scambino dei fenomeni molto elementari... Per esempio i futuristi erano ossessionati dallo stile telegrafico. Era per loro una sorta di modello di scrittura lasciar cadere l'avverbio, l'aggettivo, la sintassi più elementare. Ma, insomma, nonostante la loro lingua telegrafica non è che tutti scriviamo, né artisticamente né nella comunicazione quotidiana,' come se fossimo dinnanzi all'invio di telegrammi, moduli da riempire.

Scarpa: No, al contrario.

Sanguineti: Al contrario. Evidentemente si può approfittare di questo, è un suo fascino il fatto di produrre, all'interno di modi più arcaici, questo tipo di icone e di segni. Ci sono sigle comunicative, rapidissime e piene di giocosità. Non so, "sei contento?" si scrive col 6 in cifra, per esempio. E facce che ridono, segni di semplice punteggiatura o micromessaggi pieni di significato, si può giocare, con questo. Personalmente, aggiungerò, io non amo affatto la poesia visiva, come non amo quella sonora. Mi pare che l'interesse della poesia sia oscillare tra il silenzio della pagina, la rapidità dell'occhio e, invece, l'aspetto sonoro, proprio nel muoversi tra questi due estremi, un puro suono e una pura scrittura, con una grafia, diciamo pure un disegno se vuoi, questo è il fascino della scrittura poetica. Puntare sull'una componente o sull'altra, come esperienza è stata interessante ma, insomma, lo facevano già gli antichi greci, lo hanno fatto i futuristi, lo ha fatto Apollinaire, è una tradizione, questa, della parola figurata. Pozzi ha fatto su questo bellissime riflessioni con molta e molto ricca documentazione. Nel complesso direi che la nostra tradizione culturale è abbastanza allergica a queste cose. E noi siamo lontanissimi da una cultura come quella orientale. Basti pensare a quella cinese, dove nella calligrafia, nell'ideogramma, tra pittura e scrittura i contatti sono estremamente fitti. Per un poeta cinese, la calligrafia è decisiva.

Scarpa: Io distinguerei, così come ha fatto chi ha posto la domanda. Computer e Internet sono due mondi coincidenti ma non sovrapponibili. Sono nello stesso posto, che è quel televisore, lo schermo. Però, per esempio, quando compri un programma di computer con la videoscrittura, ha,sì, un kit, un suo bel deposito di diversi tipi di caratteri, una cinquantina di solito - che mimano magari l'inglese antico, cioè il corsivo usato da quelli che ancora oggi ti possono fare il cartellino di auguri di compleanno nelle bottegucce inglesi, perché fa molto scrittura d'antan, vecchia società merletti e pizzi, o che sono, magari, il Font, con dei design molto alla moda - ma, per il resto, vai da sinistra a destra e vai a capo. Il programma non ti consente tante acrobazie. Se vuoi fare le acrobazie da poesia visiva, a parte cambiare colore al carattere e cambiare forma del carattere, puoi mimare su uno schermo ipertecnologico un vecchio carattere antico o uno ipermoderno, però da sinistra a destra vai, e vai a capo. Fare delle cose alla Apollinaire è molto faticoso e complesso, ti fa perdere molto tempo. Vale la pena di farle a mano o col collage. Non è un caso che ci sia stata molta più produzione di poesia visiva negli anni Cinquanta e Sessanta che non oggi. Gianni Toti all'inizio, negli anni Settanta-Ottanta, con l'euforia della prima possibilità di realizzare al computer degli effetti visivi, ha fatto dei video, con delle parole tridimensionali che si mescevano a degli effetti sonori, ha rifatto"Voyelles" di Rimbaud con degli effetti cromatici tridimensionali in video. Però era videopoesia, non era poesia visiva. Erano filmati che duravano dieci minuti, da guardare in tv. In internet è diverso perché la pagina di internet non è solo scrittura: c'è, appunto, la musichetta che suona, c'è il micro cartone animato... L'attuale pagina di Internet - con i mezzi tecnologici che ancora non consentono di avere delle immagini pesanti, nel senso che sono immagini hanno una tale quantità di bit, di informazione, che necessitano di cavi o connessioni molto potenti, come dei tubi, non so, più capienti, mentre, attualmente, tutti abbiamo il nostro cavetto telefonico che lascia passare di solito quarantottomila, cinquantaseimila kb al secondo - l'attuale pagina di Internet, stante le condizioni, fa arrivare un po' di testo, un po' di immagini, un po' di musichetta, un micro cartone animato che si muove sulla sinistra dello schermo. Così, attualmente, a me sembra una divertente immagine metaforica della mente. La mente spesso così è: è un pensiero con un flusso verbale, però magari mentre pensi sullo sfondo hai qualcosa che ti ricorda la canzone di Battisti o Barbie Girl o una sinfonia, e questo non ti impedisce, nella tua testa, di continuare a fare un ragionamento pseudologico, mentre arrivano alla superficie grumi verbali o flussi di frasi, mescolati a delle immagini mentali. Questa miscelazione, questa fenomenologia per cui nello schermo della mente si presentano fatti verbali ed eventi pseudologici visivi, sonori, secondo me è abbastanza ben metaforizzata dallo schermo del computer in Internet, in un portale di un giornale, dove c'è la pubblicità, c'è il banner pubblicitario, e c'è il testo dellarticolo.

Sanguineti: Quello che però mi impressiona un po' è il fatto che questi meccanismi mentali appaiano riprodotti in modo estremamente impoverito. La mente funziona in modo molto più complicato. E allora qui vedo un rischio: ci può essere chi, effettivamente, è indotto a ridurre i propri movimenti mentali perché vuole adeguarsi in qualche modo alla riduzione prodotta degli schemi operativi in internet. Puo', cioè, essere stimolata una sorta di semplificazione, essere assunto un modello mentale semplificato. Fenomeni di robotizzazione... Nel linguaggio comune dei giovani lo senti, un crescere della stereotipia dei modi di dire che riempiono il vuoto. Ho l'impressione, invece, che sia più fecondo quello che si può fare con il computer quando si sviluppano elementi di tipo virtuale. Per esempio come viene usato dagli architetti: lì effettivamente hai degli arricchimenti linguistici, tu prendi un'immagine, la fai girare, la modifichi... Molta dell'invenzione figurativa è ormai influenzata da questo: un architetto vede delle strutture architettoniche, virtuali o esistenti, con una ricchezza di possibilità che nessun disegno prima gli poteva dare, e può fare prove di ogni sorta. Questo, rimescolato con elementi di scrittura, può generare effettivamente nuovi spazi di invenzione. Ma, naturalmente, questo dipenderà dalla volontà delle persone: come per tutte le cose, ci sono usi che noi consideriamo propri e usi impropri, come per le "armi improprie". Recentemente ci sono state molte mostre relative al primo Novecento e sono rimasto impressionato dalla quantità di frammenti della voce "journal" fatta da pittori russi intorno al 1910, da pittori francesi, spagnoli "jou", "rnal", intero, a pezzi. A un certo momento ci sono dei codici di immaginazione che diventano topici, ossessionano una generazione di pittori. Ma, naturalmente, dopo un poco, è chiaro, tutti hanno smesso di usare "journal" e anche cose affini, tu puoi mettere per un po' dei biglietti del bus, dentro i quadri, dei francobolli, ma dopo un po' si esaurisce proprio anche lo stimolo di questa invenzione. E qui non possono essere che i fruitori, gli utenti, a decidere che fare.

Scarpa: Questo mi sembra un po' liquidatorio. Ci sono degli elementi veri, concreti, che appartengono solo e soltanto a questo mezzo, al computer collegato alla Rete. Per esempio, sì, potrà anche darsi che lo schermo, così come si presenta su Internet, sia una metafora della mente molto impoverita, che la mente è molto più ricca e molto più complessa, che i suoi meccanismi non sono certo rappresentati da quel quadratino luminoso, molto deprimente come ambasciatore di ciò che accade, però la scrittura è ancora più semplificante, si fa forte proprio della deprivazione sensoriale totale.

Sanguineti: Sì, ma vedi, chi scrive, proprio perché sa che deve selezionare enormemente rispetto alla complessità delle cose, è stimolato a rendere immensamente intensa la comunicazione. Quando uno dice" Nel mezzo del cammin di nostra vita" sa benissimo che deve compattare in una decasillabo un'immensa rete, è il caso proprio di usare la parola, di immagini, di allusioni culturali e via discorrendo. In Internet tu hai una apparente ricchezza, ma è solo apparente, anzi, sei stimolato a dire "ma che abbondanza di cose", poi analizzi e tutto è molto, molto elementare. Invece, più che sulla Rete, io appuntavo l'attenzione proprio sul computer, per quelli che sono i valori virtuali di simulazione che si possono aprire. Lì mi pare ci sia molta maggiore fecondità. Penso ai giochi che faceva Godard nei suoi momenti migliori quando utilizzava - è una sperimentazone analoga a quella con la parola "journal" che dicevo prima - pezzi di scrittura visti in modo esteso, poi selezionando, mettiamo nella parola "anima", una parte, "an". Ma, ripeto, chi vivrà vedrà. Nel senso che chi vivrà farà: svilupperà queste tendenze al massimo oppure le abbandonerà.

Scarpa: Sì, perché poi alla fine chi scrive, cosa vuoi, ha una tastiera. Il computer, è già stato detto tante volte prima di me, prima di noi oggi, è una macchina da scrivere più potente. Lo ha già detto Eco, se non sbaglio. Una macchina che ti semplifica un po' le operazioni. Infatti noto che mentre i computer negli ultimi cinque anni hanno avuto una crescita di potenza esponenziale, quanto a microprocessori, proprio di potenza, di macchina, come macchina, i programmi di scrittura sono sempre quelli. Probabilmente qualcosa potrà cambiare quanto ai programmi che consentano di dettare: il riconoscimento vocale è una frontiera che non è ancora stata acquisita, perché ci sono ancora problemi di fonologia, di riconoscimento della propria fonetica idiosincratica... E allora il rapporto tra oralità e scrittura diventerà ancora più stretto e problematico e strano. Oltre a risolvere la tortura della sbobinatura di un'intervista, una di quelle cose che non auguro al mio peggior nemico: battere a macchina al computer quello che è stato registrato a voce. Però, appunto al di là di queste facilitazioni che chiamerei confort per chi scrive, non vedo proprio possibilità di sfondare ulteriormente la scrittura.

Sanguineti: E, come accennavo all'inizio, bisogna tener conto dei rischi che comporta un eccesso di confort rispetto alle energie mentali che si possono mobilitare, invece, proprio sul piano dell'invenzione. Omero era bravissimo, parlo del proto Omero, quello reale, non trascritto, quello degli aedi..

Scarpa: Loro sì, erano modulari, e non usavano la macchina da scrivere...

Sanguineti: E non usavano la macchina da scrivere. Ma c'era questo loro lavoro di memorizzazione straordinaria e di combinatoria estremamente ricca e complessa, anche se apparentemente simile a un Lego, un lavoro fatto, in fondo, di un numero molto limitato di pezzi. Ma è come la questione di quante siano le lettere dell'alfabeto, e cosa diavolo però ci si possa fare, con esse.


 
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