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Sanguineti: Ma, sì. Mi sembra
sia disponibile un sistema segnico allargato. Se prendiamo
una poesia tradizionale, tradizionale in senso anche molto
avanzato, di norma ci troviamo delle parole, una punteggiatura,
delle disposizioni grafiche e basta. Il fatto che si possano
usare delle icone, anche se in un numero, almeno per ora,
limitato nel complesso, può... Ma, qui, ho l'impressione
che si scambino dei fenomeni molto elementari... Per esempio
i futuristi erano ossessionati dallo stile telegrafico.
Era per loro una sorta di modello di scrittura lasciar
cadere l'avverbio, l'aggettivo, la sintassi più elementare.
Ma, insomma, nonostante la loro lingua telegrafica non
è che tutti scriviamo, né artisticamente né nella comunicazione
quotidiana,' come se fossimo dinnanzi all'invio di telegrammi,
moduli da riempire.
Scarpa: No, al contrario.
Sanguineti: Al contrario. Evidentemente
si può approfittare di questo, è un suo fascino il fatto
di produrre, all'interno di modi più arcaici, questo tipo
di icone e di segni. Ci sono sigle comunicative, rapidissime
e piene di giocosità. Non so, "sei contento?" si scrive
col 6 in cifra, per esempio. E facce che ridono, segni
di semplice punteggiatura o micromessaggi pieni di significato,
si può giocare, con questo. Personalmente, aggiungerò,
io non amo affatto la poesia visiva, come non amo quella
sonora. Mi pare che l'interesse della poesia sia oscillare
tra il silenzio della pagina, la rapidità dell'occhio
e, invece, l'aspetto sonoro, proprio nel muoversi tra
questi due estremi, un puro suono e una pura scrittura,
con una grafia, diciamo pure un disegno se vuoi, questo
è il fascino della scrittura poetica. Puntare sull'una
componente o sull'altra, come esperienza è stata interessante
ma, insomma, lo facevano già gli antichi greci, lo hanno
fatto i futuristi, lo ha fatto Apollinaire, è una tradizione,
questa, della parola figurata. Pozzi ha fatto su questo
bellissime riflessioni con molta e molto ricca documentazione.
Nel complesso direi che la nostra tradizione culturale
è abbastanza allergica a queste cose. E noi siamo lontanissimi
da una cultura come quella orientale. Basti pensare a
quella cinese, dove nella calligrafia, nell'ideogramma,
tra pittura e scrittura i contatti sono estremamente fitti.
Per un poeta cinese, la calligrafia è decisiva.
Scarpa: Io distinguerei, così
come ha fatto chi ha posto la domanda. Computer e Internet
sono due mondi coincidenti ma non sovrapponibili. Sono
nello stesso posto, che è quel televisore, lo schermo.
Però, per esempio, quando compri un programma di computer
con la videoscrittura, ha,sì, un kit, un suo bel deposito
di diversi tipi di caratteri, una cinquantina di solito
- che mimano magari l'inglese antico, cioè il corsivo
usato da quelli che ancora oggi ti possono fare il cartellino
di auguri di compleanno nelle bottegucce inglesi, perché
fa molto scrittura d'antan, vecchia società merletti e
pizzi, o che sono, magari, il Font, con dei design molto
alla moda - ma, per il resto, vai da sinistra a destra
e vai a capo. Il programma non ti consente tante acrobazie.
Se vuoi fare le acrobazie da poesia visiva, a parte cambiare
colore al carattere e cambiare forma del carattere, puoi
mimare su uno schermo ipertecnologico un vecchio carattere
antico o uno ipermoderno, però da sinistra a destra vai,
e vai a capo. Fare delle cose alla Apollinaire è molto
faticoso e complesso, ti fa perdere molto tempo. Vale
la pena di farle a mano o col collage. Non è un caso che
ci sia stata molta più produzione di poesia visiva negli
anni Cinquanta e Sessanta che non oggi. Gianni Toti all'inizio,
negli anni Settanta-Ottanta, con l'euforia della prima
possibilità di realizzare al computer degli effetti visivi,
ha fatto dei video, con delle parole tridimensionali che
si mescevano a degli effetti sonori, ha rifatto"Voyelles"
di Rimbaud con degli effetti cromatici tridimensionali
in video. Però era videopoesia, non era poesia visiva.
Erano filmati che duravano dieci minuti, da guardare in
tv. In internet è diverso perché la pagina di internet
non è solo scrittura: c'è, appunto, la musichetta che
suona, c'è il micro cartone animato... L'attuale pagina
di Internet - con i mezzi tecnologici che ancora non consentono
di avere delle immagini pesanti, nel senso che sono immagini
hanno una tale quantità di bit, di informazione, che necessitano
di cavi o connessioni molto potenti, come dei tubi, non
so, più capienti, mentre, attualmente, tutti abbiamo il
nostro cavetto telefonico che lascia passare di solito
quarantottomila, cinquantaseimila kb al secondo - l'attuale
pagina di Internet, stante le condizioni, fa arrivare
un po' di testo, un po' di immagini, un po' di musichetta,
un micro cartone animato che si muove sulla sinistra dello
schermo. Così, attualmente, a me sembra una divertente
immagine metaforica della mente. La mente spesso così
è: è un pensiero con un flusso verbale, però magari mentre
pensi sullo sfondo hai qualcosa che ti ricorda la canzone
di Battisti o Barbie Girl o una sinfonia, e questo non
ti impedisce, nella tua testa, di continuare a fare un
ragionamento pseudologico, mentre arrivano alla superficie
grumi verbali o flussi di frasi, mescolati a delle immagini
mentali. Questa miscelazione, questa fenomenologia per
cui nello schermo della mente si presentano fatti verbali
ed eventi pseudologici visivi, sonori, secondo me è abbastanza
ben metaforizzata dallo schermo del computer in Internet,
in un portale di un giornale, dove c'è la pubblicità,
c'è il banner pubblicitario, e c'è il testo dellarticolo.
Sanguineti: Quello che però
mi impressiona un po' è il fatto che questi meccanismi
mentali appaiano riprodotti in modo estremamente impoverito.
La mente funziona in modo molto più complicato. E allora
qui vedo un rischio: ci può essere chi, effettivamente,
è indotto a ridurre i propri movimenti mentali perché
vuole adeguarsi in qualche modo alla riduzione prodotta
degli schemi operativi in internet. Puo', cioè, essere
stimolata una sorta di semplificazione, essere assunto
un modello mentale semplificato. Fenomeni di robotizzazione...
Nel linguaggio comune dei giovani lo senti, un crescere
della stereotipia dei modi di dire che riempiono il vuoto.
Ho l'impressione, invece, che sia più fecondo quello che
si può fare con il computer quando si sviluppano elementi
di tipo virtuale. Per esempio come viene usato dagli architetti:
lì effettivamente hai degli arricchimenti linguistici,
tu prendi un'immagine, la fai girare, la modifichi...
Molta dell'invenzione figurativa è ormai influenzata da
questo: un architetto vede delle strutture architettoniche,
virtuali o esistenti, con una ricchezza di possibilità
che nessun disegno prima gli poteva dare, e può fare prove
di ogni sorta. Questo, rimescolato con elementi di scrittura,
può generare effettivamente nuovi spazi di invenzione.
Ma, naturalmente, questo dipenderà dalla volontà delle
persone: come per tutte le cose, ci sono usi che noi consideriamo
propri e usi impropri, come per le "armi improprie". Recentemente
ci sono state molte mostre relative al primo Novecento
e sono rimasto impressionato dalla quantità di frammenti
della voce "journal" fatta da pittori russi intorno al
1910, da pittori francesi, spagnoli "jou", "rnal", intero,
a pezzi. A un certo momento ci sono dei codici di immaginazione
che diventano topici, ossessionano una generazione di
pittori. Ma, naturalmente, dopo un poco, è chiaro, tutti
hanno smesso di usare "journal" e anche cose affini, tu
puoi mettere per un po' dei biglietti del bus, dentro
i quadri, dei francobolli, ma dopo un po' si esaurisce
proprio anche lo stimolo di questa invenzione. E qui non
possono essere che i fruitori, gli utenti, a decidere
che fare.
Scarpa: Questo mi sembra un
po' liquidatorio. Ci sono degli elementi veri, concreti,
che appartengono solo e soltanto a questo mezzo, al computer
collegato alla Rete. Per esempio, sì, potrà anche darsi
che lo schermo, così come si presenta su Internet, sia
una metafora della mente molto impoverita, che la mente
è molto più ricca e molto più complessa, che i suoi meccanismi
non sono certo rappresentati da quel quadratino luminoso,
molto deprimente come ambasciatore di ciò che accade,
però la scrittura è ancora più semplificante, si fa forte
proprio della deprivazione sensoriale totale.
Sanguineti: Sì, ma vedi, chi
scrive, proprio perché sa che deve selezionare enormemente
rispetto alla complessità delle cose, è stimolato a rendere
immensamente intensa la comunicazione. Quando uno dice"
Nel mezzo del cammin di nostra vita" sa benissimo che
deve compattare in una decasillabo un'immensa rete, è
il caso proprio di usare la parola, di immagini, di allusioni
culturali e via discorrendo. In Internet tu hai una apparente
ricchezza, ma è solo apparente, anzi, sei stimolato a
dire "ma che abbondanza di cose", poi analizzi e tutto
è molto, molto elementare. Invece, più che sulla Rete,
io appuntavo l'attenzione proprio sul computer, per quelli
che sono i valori virtuali di simulazione che si possono
aprire. Lì mi pare ci sia molta maggiore fecondità. Penso
ai giochi che faceva Godard nei suoi momenti migliori
quando utilizzava - è una sperimentazone analoga a quella
con la parola "journal" che dicevo prima - pezzi di scrittura
visti in modo esteso, poi selezionando, mettiamo nella
parola "anima", una parte, "an". Ma, ripeto, chi vivrà
vedrà. Nel senso che chi vivrà farà: svilupperà queste
tendenze al massimo oppure le abbandonerà.
Scarpa: Sì, perché poi alla
fine chi scrive, cosa vuoi, ha una tastiera. Il computer,
è già stato detto tante volte prima di me, prima di noi
oggi, è una macchina da scrivere più potente. Lo ha già
detto Eco, se non sbaglio. Una macchina che ti semplifica
un po' le operazioni. Infatti noto che mentre i computer
negli ultimi cinque anni hanno avuto una crescita di potenza
esponenziale, quanto a microprocessori, proprio di potenza,
di macchina, come macchina, i programmi di scrittura sono
sempre quelli. Probabilmente qualcosa potrà cambiare quanto
ai programmi che consentano di dettare: il riconoscimento
vocale è una frontiera che non è ancora stata acquisita,
perché ci sono ancora problemi di fonologia, di riconoscimento
della propria fonetica idiosincratica... E allora il rapporto
tra oralità e scrittura diventerà ancora più stretto e
problematico e strano. Oltre a risolvere la tortura della
sbobinatura di un'intervista, una di quelle cose che non
auguro al mio peggior nemico: battere a macchina al computer
quello che è stato registrato a voce. Però, appunto al
di là di queste facilitazioni che chiamerei confort per
chi scrive, non vedo proprio possibilità di sfondare ulteriormente
la scrittura.
Sanguineti: E, come accennavo
all'inizio, bisogna tener conto dei rischi che comporta
un eccesso di confort rispetto alle energie mentali che
si possono mobilitare, invece, proprio sul piano dell'invenzione.
Omero era bravissimo, parlo del proto Omero, quello reale,
non trascritto, quello degli aedi..
Scarpa: Loro sì, erano modulari,
e non usavano la macchina da scrivere...
Sanguineti: E non usavano la
macchina da scrivere. Ma c'era questo loro lavoro di memorizzazione
straordinaria e di combinatoria estremamente ricca e complessa,
anche se apparentemente simile a un Lego, un lavoro fatto,
in fondo, di un numero molto limitato di pezzi. Ma è come
la questione di quante siano le lettere dell'alfabeto,
e cosa diavolo però ci si possa fare, con esse.
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