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Scarpa: Secondo me didattico,
soprattutto, narrativo poco. Beh, intanto ci ha chiesto
se la conosciamo. Io conosco qualcosa di Michael Joyce
che è stato il primo. Ha fatto "Afternoon",
una specie di romanzo, di testo poematico ipertestuale.
Poi c'è Lorenzo Miglioli che ha fatto "Ra-Dio".
E poi, secondo me, l'esempio più riuscito rimane
quello di William Gibson che ha scritto "Agrippa-
The book of the dead", una poesia, l'equivalente
di qualche cartella. Voleva dare il senso dell'angoscia,
del lutto per la morte di suo padre. Come funziona "Agrippa"?.
Si apre il documento, il file, si ha qualche minuto di
tempo per leggere la poesia, dopo di che il programma
distrugge il testo, come un equivalente elettronico dell'inchiostro
simpatico, o come se un foglio prendesse fuoco. Il lettore,
insomma, ha un'esperienza di lettura equivalente a quella
della scomparsa del padre, il testo scompare come è
morto lui. Questo mi sembra un uso del mezzo proprio,
intrinseco, sfrutta una potenzialità del mezzo
in modo intelligente, geniale, poetico, interessante quanto
meno. Ecco, per il resto non lo so, sì, lo vedo
più adatto a uso didattico. Lo stesso Robert Coover
, uno dei più importanti tra gli scrittori americani
che hanno fatto corsi su questo, dice che anche in America
si è un po' esaurito l'entusiasmo nel fare romanzi
ipertestuali, perché poi mettersi lì davanti
a uno schermo a leggere narrativa per ore e ore è
veramente defatigante.
Noterei una sola una differenza: Jane Austen in un suo
romanzo alla fine dice, "beh, lettore ormai hai questo
oggetto in mano e vedi che mancano poche pagine, sai che
stai andando verso la fine, che questa vicenda non può
esser tirata ancora per le lunghe, ti aspetti la 'catastrofé',
la risoluzione". In un romanzo ipertestuale questo
non è possibile perché non sai quanto è
grande il mondo dentro il qualche sei entrato, perché
i link, le pagine che puoi aprire gli eventi sonori, verbali,
visivi che puoi attivare esplorando questo mondo potrebbero
durare 850 ore come potrebbero esserci solo altre due
cartelle, l'equivalente di due pagine scritte. Non sai
quanto è grande il mondo in cui sei entrato, con
che un romanzo ipertestuale. Questa è un'altra
differenza, una potenzialità del mezzo rispetto
al romanzo cartaceo.
Sanguineti: Penso a certe analogie,
a tante esperienze di cinema underground, penso a Warhol,
anche lì i problemi di durata sono importantissimi,
effettivamente. Penso al famoso film di Warhol dove la
macchina da presa è fissa sopra un gelato che lentissimamente
si scioglie... E puoi andare avanti per delle giornate
intere, anche musicalmente hai spesso questi effetti di
durata incerta. Dove può essere più interessante
è quando tu puoi agire, hai la possibilità
di manipolare il testo. Questa, effettivamente, è
una ricchezza perché il testo te lo fabbrichi tu.
C'è stato un momento in cui le opere erano davvero
aperte, checché ne dica l'ormai pentito Eco. Di
fronte a un testo musicale potevi cominciare di qua o
di là, l'esecutore sceglieva liberamente e lì,
di fronte a un romanzo, le pagine erano così, un
blocco di fogli che tu disordinavi e ordinavi a tuo piacere.
Scarpa: Anche Cortazar nel "Gioco
del mondo" mimava questo. O anche "Finnegans
wake", dove il finale è "along the river
run", che è anche nella prima pagina. Andrebbe
rilegato intorno a un tubo, per essere letto circolarmente.
Sanguineti: Quindi, è
chiaro, si possono meccanizzare delle cose. Ma, di nuovo,
io non direi che è epocale, la svolta. Invece,
sono d'accordo con te, tecnicamente il mezzo ha delle
possibilità.
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