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MONDO 3
INTERVISTA A WOLE SOYINKA

Wole SoynkaNel 1997 Wole Soyinka ha rilasciato un'intervista, ancora inedita, a Mondo3, il museo virtuale multimediale contenente 400 opere fondamentali della Storia dell'umanità.
La realizzazione di questo "museo virtuale" ha coinvolto circa 40 intellettuali e artisti provenienti da diverse parti del mondo e da differenti contesti culturali. A ciascuno è stato richiesto di indicare una serie di opere particolarmente significative per il loro valore artistico e culturale.

Ecco alcune delle opere scelte da Wole Soyinka:
Il palazzo reale del Buganda, le opere esposte nella mostra internazionale 1000 anni di arte nigeriana, il tempio shinto di Nara in Giappone, il "Requiem tedesco" di Johannes Brahms, il "Settimo sigillo" di Ingmar Bergman, i quadri dell'artista caraibico Romare Bearden.

Wole Soyinka
Los Angeles
3 novembre 1997

Palazzo Reale del Buganda

Entrata alla tombe di Kasubi, parte del complesso reale di Lubiri in Uganda

Credo che la mia selezione per Mondo3 rifletta le mie frustrazioni. In altre parole, sospetto che in un'altra vita probabilmente sarei stato un architetto, e il filo conduttore delle mie scelte lo rivela chiaramente. Il fatto è che sono un grande consumatore… io divoro l'architettura. Ogni volta che vado in un posto nuovo, la prima cosa che faccio è cercare la zona più vecchia. Osservo l'architettura, mi piace toccare le pietre antiche, sentire sui muri la patina del tempo, le varie forme che hanno interpretato la sensibilità umana in termini di abitazioni, luoghi di culto, di spiritualità, di divertimento, persino di guerra, di decisioni pubbliche. Perciò non ho avuto alcuna esitazione. In effetti è un miracolo che sia riuscito a far spazio anche ad altre opere non di architettura, ma l'embarras de richesse è tale che… Da dove si comincia? Dove si finisce? Volevo presentare quanta più architettura possibile. Ma naturalmente ero anche consapevole dell'eredità artistica della società che mi circonda più da vicino, e della necessità di preservare gli aspetti meno conosciuti di questa eredità. [...]

Dunque, prima di tutto non amo particolarmente la monumentalità nell'architettura. Mi piacciono le cosiddette "proporzioni umane". Anche se questo edificio, e la sua struttura riflettono una certa grandeur, credo che essa possa essere domata dall'umiltà del materiale utilizzato per la sua costruzione.
Ho visitato un'unica volta il palazzo dei re di Buganda [Uganda], nei primi anni sessanta. Non ci sono più tornato da allora. Sa il cielo se è ancora in piedi, se quei palazzi hanno retto alle devastazioni di Idi Amin e di Milton Obote, alle guerre che hanno scatenato, a turno e a più riprese, contro il Kabaka di Buganda, spesso cacciandolo dal suo paese, o almeno mutilandone il potere e l'autorità… Il suo era un potere alternativo, un potere cosiddetto secondario.
Il palazzo per me è anche un simbolo di quel periodo, in cui avevamo una sorta di equilibrio tra il potere politico moderno e il potere monarchico tradizionale, un equilibrio incarnato da persone come il Kabaka di Buganda. Quel che più mi ricordo dell'edificio è l'uso delle stoppie nella copertura di una struttura gigantesca come questa, e il modo di utilizzare gli spazi e i piani. È un ricordo di oltre trent'anni fa, eppure me lo rivedo davanti quasi in ogni dettaglio mentre ne parlo. Ad esempio, la sezione riservata alle donne, la sala di ricevimento, l'uso intelligente e molto, molto rilassante dei rapporti spaziali: sono cose che hanno lasciato in me un'impressione profonda. Ecco, per quanto riguarda il palazzo reale di Buganda, è tutto.

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La mostra "1000 anni di arte nigeriana"

Testa in bronzo risalente ai secoli XII-XIV

La Nigeria è un concetto artificiale, ma all'interno di questa artificiosità c'è comunque una grande ricchezza, di cui probabilmente molta parte del mondo non conosce l'uguale. Certo io nutro un pregiudizio favorevole nei confronti della società a cui appartengo. Diciamo che sono convinto che nelle opere d'arte nigeriane si trovi una ricchezza e una varietà - ecco, soprattutto la varietà è impressionante - non sempre apprezzate nella giusta misura. Le nazioni possono essere tenute insieme, possono trovare l'unità, anche semplicemente accettando una sorta di interazione culturale, una interazione culturale accettabile e creativa.
Questa mostra, che è frutto di un'attenta selezione e che ha fatto il giro del mondo, ha in effetti meravigliato e conquistato il pubblico di tutto il mondo, dall'Australia agli Stati Uniti ad altri paesi dell'Africa, ed è per me il simbolo della speranza delle nuove nazioni. È come un'essenza che le nuove nazioni stanno lottando per raggiungere, un'essenza della bellezza, di ciò che è allo stesso tempo evanescente e permanente, imperituro: perché lo spirito stesso della creatività di queste opere è davvero imperituro.
Inoltre questa mostra suscita degli interrogativi. Ad esempio sulle sculture Ibuku e sulle opere decorative come i vasi ed altri oggetti: quando e dove esattamente è fiorita questa cultura? Chi erano questi popoli? Come vivevano? Perché questa particolare civiltà non è sopravvissuta? Si trattava forse di una popolazione nomade, di passaggio? Noi per esempio abbiamo i bronzi di Ifa, i bronzi yoruba o, ancora, le terrecotte Nok. In questi casi, abbiamo un'idea delle popolazioni che li hanno prodotti, i loro discendenti, per certi versi, conservano ancor oggi nelle loro opere alcuni elementi che si rifanno a quelle civiltà. Ma gli Ibuku, tanto per fare un esempio che non è unico, rappresentano una cultura che è esistita all'interno del territorio che oggi chiamiamo Nigeria e che è per noi un mistero, un enigma. E io adoro gli enigmi in campo culturale, questa sorta di rompicapo che di fatto accresce e arricchisce la stessa presenza estetica delle loro opere. Tra dieci anni esisterà ancora la Nigeria? Non lo so, ma speriamo che la mostra sui Mille anni di arte nigeriana serva a ricordarci di quella nazione un tempo chiamata Nigeria, o di quella nazione che potrebbe essere in futuro la Nigeria.

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Tempio scintoista a Nara

Il Tempio Kasuga in una cartolina colorata a mano dell'inizio del '900

Un altro dei miei stili architettonici preferiti, di cui sono piuttosto appassionato, è la semplicità e la linearità nella progettazione degli edifici. Mi trovavo in Giappone, e fui fortemente colpito dalla semplice eleganza delle linee e dall'uso degli interstizi e dello spazio all'interno della maggior parte degli edifici giapponesi, che siano case da tè o abitazioni private o templi scintoisti e così via.
Lo stile scinto mi è rimasto impresso come l'esempio più raffinato e più classico di questo principio di linearità rettilinea, soprattutto negli spazi interni. Mi rendo conto che è molto difficile trovare oggi in Giappone un edificio in puro stile scinto, perché i templi scintoisti sono stati in seguito influenzati dallo stile architettonico buddista cinese, e quindi i templi giapponesi si sono sviluppati soprattutto in forma di pagode. È una cosa che non sopporto, per me è quasi un sacrilegio. Per quanto riguarda queste cose, sono un purista. Per fortuna qualcuno è rimasto com'era.
Poi c'è un'altra cosa da tener presente. I giapponesi hanno l'abitudine di rinnovare continuamente, di ricostruire continuamente i loro templi, credo ogni venti o trent'anni, per rinnovare l'essenza rituale all'interno dei santuari. Perciò, prima riusciamo ad afferrare uno dei pochi esemplari scampati a questo costante processo di rinnovamento - che potrebbe prima o poi risentire dello stile buddista cinese, assorbendolo - meglio sarà, credo, per i nostri obiettivi di tipo antiquariale.
Lo scinto - devo dire che nutro un pregiudizio favorevole nei confronti dello shintoismo - implica un riconoscimento dell'anima delle cose: pietre, montagne, alberi, e in più, come anche nella mia comunità, ha il culto degli antenati. Gli avi sono considerati viventi tra i vivi. C'è quindi una correlazione tra lo shintoismo giapponese e la visione generale del mondo che hanno gli yoruba. Pertanto la mia scelta dello shintoismo rappresenta insieme una predilezione architettonica e spirituale: l'amore per la semplice, rettilinea interazione delle relazioni spaziali, che si trasforma in flessibilità, in mobilità. Una cosa difficilissima, come ben sappiamo. A volte ci si trova all'interno di una casa, in Giappone, e ci si chiede se per caso non faccia parte di un tempio. Dove mi trovo, in un tempio o in una stanza? Non si è mai sicuri della risposta. C'è nell'architettura scinto una sorta di continuità tra le normali abitazioni, le sale da tè… una sorta di mescolanza dei vari livelli dell'esistenza che io trovo enormemente affascinante, e che si riscontra esclusivamente in Giappone. Ho dimenticato quel che avevo iniziato a dire, ma in ogni caso è questo quello che mi premeva di dire riguardo al tempio scinto del Giappone.

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Requiem tedesco di Johannes Brahms

Foto di Johannes Brahms

Altri potranno non essere d'accordo, ma io sono convinto che la voce umana sia il più perfetto strumento del mondo. Sono perciò smodatamente appassionato di opere corali, oratori, requiem eccetera. E quel che più mi piace nel Requiem di Brahms rispetto ad altri, diciamo a quello di Verdi o di Fauré, è il modo in cui riesce a catturare un elemento pan-umanista. In altre parole, è come se non fosse legato direttamente ad alcuna religione, al contrario di altri in cui spira una forte, specifica aura di cattolicesimo romano, ad esempio. Al contrario, qui abbiamo un sentimento di unificazione dell'umanità all'interno di una sola, identificabile emozione, in questo caso il dolore, e il trionfo al tempo stesso. Quando ascolto il Requiem di Brahms tendo a vedere un intero concorso di umanità che si raccoglie attorno alla desolazione di una parte della comunità, unita dall'esperienza del dolore e della sofferenza temporanea, ma che allo stesso tempo trae forza e vigore dalla presenza reciproca, dando voce al dolore tutti insieme, l'intera comunità umana nel suo insieme.
Ora, è molto difficile parlare della musica. La musica per me è un campo del tutto soggettivo. Sono un consumatore appassionato di ogni genere musicale. Mi piacciono le sinfonie, ma al fondo traggo la massima soddisfazione, la più totale identificazione estetica, diciamo così, nelle grandi opere corali. E tra tutte, il cosiddetto "Requiem tedesco", che tra l'altro non dovrebbe affatto essere chiamato "tedesco", mi sono dato un gran daffare per fare qualche ricerca su Brahams prima… ho sempre amato le sue opere. Quando ho deciso per questo brano ho controllato per essere certo che non avesse qualche richiamo pre-nazista. Non volevo trovarmi in imbarazzo e scoprire per esempio che la sua opera, come quella di Wagner, era stata utilizzata dal regime anti-umano di Hitler in Germania. In effetti credo di amare ancora di più la sua musica dopo avere studiato la sua travagliata biografia. Ho iniziato a capire perché, fin dall'inizio, ho tanto amato il suo Requiem: perché capivo il compositore attraverso la sua opera.

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"Il settimo sigillo" di Ingmar Bergman

La danza della Morte.
Una scena del "Settimo sigillo"

Probabilmente non sarà per molti una sorpresa il fatto che io abbia scelto Ingmar Bergman. Io sono uno studioso di mitologia, e nella mia opera faccio largo uso dei miti. Inoltre, nei miei studi di letteratura comparata ho avuto occasione di conoscere i miti delle altre culture, le varie saghe, come quella vichinga, le leggende arturiane, la leggenda di Gilgamesh: in tutte ritrovo gli echi delle nostre epiche africane, delle mitologie dell'Africa, la leggenda di Sondiata e quella di Shakadzulu, le vicende delle divinità yoruba e della loro discesa, dal remoto pantheon giù nel nostro mondo, lungo il sentiero tracciato per loro da Ogun, il dio del ferro, ma anche della creatività e della poesia.
Quando vidi il film di Ingmar Bergman mi colpì dunque per essere un'esplorazione, di grande profondità e bellezza, soprattutto di straordinaria bellezza, della dimensione mitica dell'esperienza. Era la rappresentazione di una cultura a me fondamentalmente estranea, e al contempo familiare. E credo che proprio qui risieda la bellezza dell'universalità e il paradosso del mito. Naturalmente Bergman, in quanto regista, ha saputo anche infrangere molte barriere. Ha introdotto una nuova concezione della composizione, nel cinema voglio dire. C'è una sorta di qualità classica, scultorea, in questo film, che credo non sia mai stata imitata da alcun altro regista e, credo, non sia nemmeno stata eguagliata dallo stesso Bergman. Ecco perché la mia scelta è caduta sul settimo sigillo.

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I quadri di Romare Bearden

Particolare di "Mill hand's Lunch Bucket" di Romare Bearden, 1978

Considero Romare Bearden, che è originario delle Antille, un africano. La sua è l'Africa della diaspora. L'arte fa parte del complesso dell'eredità caraibica che desidero rivendicare per il continente africano. Romare Bearden, tuttavia, non è solo uno dei tanti pittori. Non ha giocato, diciamo così, la carta etnica, quella dei cosiddetti pittori naïf, dei pittori etnografici. No. Come poeti del calibro di Derek Walcott, è imbevuto dell'eredità, dell'insieme dell'eredità mondiale che gli appartiene. Ha condotto sperimentazioni in tutte le forme, nell'espressionismo, nel collage, nel divisionismo; ha usato molto anche la china per conferire un acuto significato sociale alle sue opere.

Quindi, al di là della bellezza di alcuni suoi dipinti - non tutte le sue opere sono belle, e lui stesso non sempre ha cercato la bellezza - sono sempre molto espressivi, sono affermazioni di grande potenza. Ma sa essere anche piuttosto frivolo, come Picasso. Come saprete, Picasso ha spesso scherzato con la sua pittura. E nemmeno Romare Bearden si tirava indietro. Ma allo stesso tempo aveva una forte coscienza sociale ed era estremamente esigente verso se stesso sul piano estetico.
È un pittore poco apprezzato. Di tutti i caraibici, e dei pittori dell'ambiente che conosco meglio, amo anche un pittore e grafico americano, Lawrence, che è un altro dei miei favoriti. Non è stata dunque una scelta facile. Ma alla fine ho scelto Bearden essenzialmente per la sua straordinaria capacità espressiva, e perché ha saputo combinare, con mano sicura, ciò che io considero il meglio della sperimentazione europea con il simbolismo africano, la mitologia e la realtà sociale dell'ambiente da cui proviene. È un artista di genio, le cui opere meritano di entrare a far parte di un museo permanente per l'edificazione del mondo.

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