|
Palazzo
Reale del Buganda
|

Entrata
alla tombe di Kasubi, parte del complesso
reale di Lubiri in Uganda
|
Credo che la
mia selezione per Mondo3 rifletta le mie frustrazioni.
In altre parole, sospetto che in un'altra vita
probabilmente sarei stato un architetto, e il
filo conduttore delle mie scelte lo rivela chiaramente.
Il fatto è che sono un grande consumatore…
io divoro l'architettura. Ogni volta che vado
in un posto nuovo, la prima cosa che faccio è
cercare la zona più vecchia. Osservo l'architettura,
mi piace toccare le pietre antiche, sentire sui
muri la patina del tempo, le varie forme che hanno
interpretato la sensibilità umana in termini
di abitazioni, luoghi di culto, di spiritualità,
di divertimento, persino di guerra, di decisioni
pubbliche. Perciò non ho avuto alcuna esitazione.
In effetti è un miracolo che sia riuscito
a far spazio anche ad altre opere non di architettura,
ma l'embarras de richesse è tale
che… Da dove si comincia? Dove si finisce? Volevo
presentare quanta più architettura possibile.
Ma naturalmente ero anche consapevole dell'eredità
artistica della società che mi circonda
più da vicino, e della necessità
di preservare gli aspetti meno conosciuti di questa
eredità. [...]
Dunque, prima di tutto
non amo particolarmente la monumentalità
nell'architettura. Mi piacciono le cosiddette
"proporzioni umane". Anche se questo
edificio, e la sua struttura riflettono una certa
grandeur, credo che essa possa essere domata
dall'umiltà del materiale utilizzato per
la sua costruzione.
Ho visitato un'unica volta il palazzo dei re di
Buganda [Uganda], nei primi anni sessanta. Non
ci sono più tornato da allora. Sa il cielo
se è ancora in piedi, se quei palazzi hanno
retto alle devastazioni di Idi Amin e di Milton
Obote, alle guerre che hanno scatenato, a turno
e a più riprese, contro il Kabaka di Buganda,
spesso cacciandolo dal suo paese, o almeno mutilandone
il potere e l'autorità… Il suo era un potere
alternativo, un potere cosiddetto secondario.
Il palazzo per me è anche un simbolo di
quel periodo, in cui avevamo una sorta di equilibrio
tra il potere politico moderno e il potere monarchico
tradizionale, un equilibrio incarnato da persone
come il Kabaka di Buganda. Quel che più
mi ricordo dell'edificio è l'uso delle
stoppie nella copertura di una struttura gigantesca
come questa, e il modo di utilizzare gli spazi
e i piani. È un ricordo di oltre trent'anni
fa, eppure me lo rivedo davanti quasi in ogni
dettaglio mentre ne parlo. Ad esempio, la sezione
riservata alle donne, la sala di ricevimento,
l'uso intelligente e molto, molto rilassante dei
rapporti spaziali: sono cose che hanno lasciato
in me un'impressione profonda. Ecco, per quanto
riguarda il palazzo reale di Buganda, è
tutto.
alto
La
mostra "1000 anni di arte nigeriana"
|

Testa
in bronzo risalente ai secoli XII-XIV
|
La
Nigeria è un concetto artificiale, ma all'interno
di questa artificiosità c'è comunque
una grande ricchezza, di cui probabilmente molta
parte del mondo non conosce l'uguale. Certo io
nutro un pregiudizio favorevole nei confronti
della società a cui appartengo. Diciamo
che sono convinto che nelle opere d'arte nigeriane
si trovi una ricchezza e una varietà -
ecco, soprattutto la varietà è impressionante
- non sempre apprezzate nella giusta misura. Le
nazioni possono essere tenute insieme, possono
trovare l'unità, anche semplicemente accettando
una sorta di interazione culturale, una interazione
culturale accettabile e creativa.
Questa mostra, che è frutto di un'attenta
selezione e che ha fatto il giro del mondo, ha
in effetti meravigliato e conquistato il pubblico
di tutto il mondo, dall'Australia agli Stati Uniti
ad altri paesi dell'Africa, ed è per me
il simbolo della speranza delle nuove nazioni.
È come un'essenza che le nuove nazioni
stanno lottando per raggiungere, un'essenza della
bellezza, di ciò che è allo stesso
tempo evanescente e permanente, imperituro: perché
lo spirito stesso della creatività di queste
opere è davvero imperituro.
Inoltre questa mostra suscita degli interrogativi.
Ad esempio sulle sculture Ibuku e sulle opere
decorative come i vasi ed altri oggetti: quando
e dove esattamente è fiorita questa cultura?
Chi erano questi popoli? Come vivevano? Perché
questa particolare civiltà non è
sopravvissuta? Si trattava forse di una popolazione
nomade, di passaggio? Noi per esempio abbiamo
i bronzi di Ifa, i bronzi yoruba o, ancora, le
terrecotte Nok. In questi casi, abbiamo un'idea
delle popolazioni che li hanno prodotti, i loro
discendenti, per certi versi, conservano ancor
oggi nelle loro opere alcuni elementi che si rifanno
a quelle civiltà. Ma gli Ibuku, tanto per
fare un esempio che non è unico, rappresentano
una cultura che è esistita all'interno
del territorio che oggi chiamiamo Nigeria e che
è per noi un mistero, un enigma. E io adoro
gli enigmi in campo culturale, questa sorta di
rompicapo che di fatto accresce e arricchisce
la stessa presenza estetica delle loro opere.
Tra dieci anni esisterà ancora la Nigeria?
Non lo so, ma speriamo che la mostra sui Mille
anni di arte nigeriana serva a ricordarci
di quella nazione un tempo chiamata Nigeria, o
di quella nazione che potrebbe essere in futuro
la Nigeria.
alto
Tempio
scintoista a Nara
|

Il
Tempio Kasuga in una cartolina colorata
a mano dell'inizio del '900
|
Un altro dei
miei stili architettonici preferiti, di cui sono
piuttosto appassionato, è la semplicità
e la linearità nella progettazione degli
edifici. Mi trovavo in Giappone, e fui fortemente
colpito dalla semplice eleganza delle linee e
dall'uso degli interstizi e dello spazio all'interno
della maggior parte degli edifici giapponesi,
che siano case da tè o abitazioni private
o templi scintoisti e così via.
Lo stile scinto mi è rimasto impresso come
l'esempio più raffinato e più classico
di questo principio di linearità rettilinea,
soprattutto negli spazi interni. Mi rendo conto
che è molto difficile trovare oggi in Giappone
un edificio in puro stile scinto, perché
i templi scintoisti sono stati in seguito influenzati
dallo stile architettonico buddista cinese, e
quindi i templi giapponesi si sono sviluppati
soprattutto in forma di pagode. È una cosa
che non sopporto, per me è quasi un sacrilegio.
Per quanto riguarda queste cose, sono un purista.
Per fortuna qualcuno è rimasto com'era.
Poi c'è un'altra cosa da tener presente.
I giapponesi hanno l'abitudine di rinnovare continuamente,
di ricostruire continuamente i loro templi, credo
ogni venti o trent'anni, per rinnovare l'essenza
rituale all'interno dei santuari. Perciò,
prima riusciamo ad afferrare uno dei pochi esemplari
scampati a questo costante processo di rinnovamento
- che potrebbe prima o poi risentire dello stile
buddista cinese, assorbendolo - meglio sarà,
credo, per i nostri obiettivi di tipo antiquariale.
Lo scinto - devo dire che nutro un pregiudizio
favorevole nei confronti dello shintoismo - implica
un riconoscimento dell'anima delle cose: pietre,
montagne, alberi, e in più, come anche
nella mia comunità, ha il culto degli antenati.
Gli avi sono considerati viventi tra i vivi. C'è
quindi una correlazione tra lo shintoismo giapponese
e la visione generale del mondo che hanno gli
yoruba. Pertanto la mia scelta dello shintoismo
rappresenta insieme una predilezione architettonica
e spirituale: l'amore per la semplice, rettilinea
interazione delle relazioni spaziali, che si trasforma
in flessibilità, in mobilità. Una
cosa difficilissima, come ben sappiamo. A volte
ci si trova all'interno di una casa, in Giappone,
e ci si chiede se per caso non faccia parte di
un tempio. Dove mi trovo, in un tempio o in una
stanza? Non si è mai sicuri della risposta.
C'è nell'architettura scinto una sorta
di continuità tra le normali abitazioni,
le sale da tè… una sorta di mescolanza
dei vari livelli dell'esistenza che io trovo enormemente
affascinante, e che si riscontra esclusivamente
in Giappone. Ho dimenticato quel che avevo iniziato
a dire, ma in ogni caso è questo quello
che mi premeva di dire riguardo al tempio scinto
del Giappone.
alto
Requiem
tedesco di Johannes Brahms
|

Foto
di Johannes Brahms
|
Altri potranno
non essere d'accordo, ma io sono convinto che
la voce umana sia il più perfetto strumento
del mondo. Sono perciò smodatamente appassionato
di opere corali, oratori, requiem eccetera. E
quel che più mi piace nel Requiem di Brahms
rispetto ad altri, diciamo a quello di Verdi o
di Fauré, è il modo in cui riesce
a catturare un elemento pan-umanista. In altre
parole, è come se non fosse legato direttamente
ad alcuna religione, al contrario di altri in
cui spira una forte, specifica aura di cattolicesimo
romano, ad esempio. Al contrario, qui abbiamo
un sentimento di unificazione dell'umanità
all'interno di una sola, identificabile emozione,
in questo caso il dolore, e il trionfo al tempo
stesso. Quando ascolto il Requiem di Brahms tendo
a vedere un intero concorso di umanità
che si raccoglie attorno alla desolazione di una
parte della comunità, unita dall'esperienza
del dolore e della sofferenza temporanea, ma che
allo stesso tempo trae forza e vigore dalla presenza
reciproca, dando voce al dolore tutti insieme,
l'intera comunità umana nel suo insieme.
Ora, è molto difficile parlare della musica.
La musica per me è un campo del tutto soggettivo.
Sono un consumatore appassionato di ogni genere
musicale. Mi piacciono le sinfonie, ma al fondo
traggo la massima soddisfazione, la più
totale identificazione estetica, diciamo così,
nelle grandi opere corali. E tra tutte, il cosiddetto
"Requiem tedesco", che tra l'altro non
dovrebbe affatto essere chiamato "tedesco",
mi sono dato un gran daffare per fare qualche
ricerca su Brahams prima… ho sempre amato le sue
opere. Quando ho deciso per questo brano ho controllato
per essere certo che non avesse qualche richiamo
pre-nazista. Non volevo trovarmi in imbarazzo
e scoprire per esempio che la sua opera, come
quella di Wagner, era stata utilizzata dal regime
anti-umano di Hitler in Germania. In effetti credo
di amare ancora di più la sua musica dopo
avere studiato la sua travagliata biografia. Ho
iniziato a capire perché, fin dall'inizio,
ho tanto amato il suo Requiem: perché capivo
il compositore attraverso la sua opera.
alto
"Il
settimo sigillo" di Ingmar Bergman
|

La
danza della Morte.
Una scena del "Settimo sigillo"
|
Probabilmente
non sarà per molti una sorpresa il fatto
che io abbia scelto Ingmar Bergman. Io sono uno
studioso di mitologia, e nella mia opera faccio
largo uso dei miti. Inoltre, nei miei studi di
letteratura comparata ho avuto occasione di conoscere
i miti delle altre culture, le varie saghe, come
quella vichinga, le leggende arturiane, la leggenda
di Gilgamesh: in tutte ritrovo gli echi delle
nostre epiche africane, delle mitologie dell'Africa,
la leggenda di Sondiata e quella di Shakadzulu,
le vicende delle divinità yoruba e della
loro discesa, dal remoto pantheon giù nel
nostro mondo, lungo il sentiero tracciato per
loro da Ogun, il dio del ferro, ma anche della
creatività e della poesia.
Quando vidi il film di Ingmar Bergman mi colpì
dunque per essere un'esplorazione, di grande profondità
e bellezza, soprattutto di straordinaria bellezza,
della dimensione mitica dell'esperienza. Era la
rappresentazione di una cultura a me fondamentalmente
estranea, e al contempo familiare. E credo che
proprio qui risieda la bellezza dell'universalità
e il paradosso del mito. Naturalmente Bergman,
in quanto regista, ha saputo anche infrangere
molte barriere. Ha introdotto una nuova concezione
della composizione, nel cinema voglio dire. C'è
una sorta di qualità classica, scultorea,
in questo film, che credo non sia mai stata imitata
da alcun altro regista e, credo, non sia nemmeno
stata eguagliata dallo stesso Bergman. Ecco perché
la mia scelta è caduta sul settimo sigillo.
alto
I
quadri di Romare Bearden
|

Particolare
di "Mill hand's Lunch Bucket"
di Romare Bearden, 1978
|
Considero Romare
Bearden, che è originario delle Antille,
un africano. La sua è l'Africa della diaspora.
L'arte fa parte del complesso dell'eredità
caraibica che desidero rivendicare per il continente
africano. Romare Bearden, tuttavia, non è
solo uno dei tanti pittori. Non ha giocato, diciamo
così, la carta etnica, quella dei cosiddetti
pittori naïf, dei pittori etnografici. No.
Come poeti del calibro di Derek Walcott, è
imbevuto dell'eredità, dell'insieme dell'eredità
mondiale che gli appartiene. Ha condotto sperimentazioni
in tutte le forme, nell'espressionismo, nel collage,
nel divisionismo; ha usato molto anche la china
per conferire un acuto significato sociale alle
sue opere.
Quindi, al di
là della bellezza di alcuni suoi dipinti
- non tutte le sue opere sono belle, e lui stesso
non sempre ha cercato la bellezza - sono sempre
molto espressivi, sono affermazioni di grande
potenza. Ma sa essere anche piuttosto frivolo,
come Picasso. Come saprete, Picasso ha spesso
scherzato con la sua pittura. E nemmeno Romare
Bearden si tirava indietro. Ma allo stesso tempo
aveva una forte coscienza sociale ed era estremamente
esigente verso se stesso sul piano estetico.
È un pittore poco apprezzato. Di tutti
i caraibici, e dei pittori dell'ambiente che conosco
meglio, amo anche un pittore e grafico americano,
Lawrence, che è un altro dei miei favoriti.
Non è stata dunque una scelta facile. Ma
alla fine ho scelto Bearden essenzialmente per
la sua straordinaria capacità espressiva,
e perché ha saputo combinare, con mano
sicura, ciò che io considero il meglio
della sperimentazione europea con il simbolismo
africano, la mitologia e la realtà sociale
dell'ambiente da cui proviene. È un artista
di genio, le cui opere meritano di entrare a far
parte di un museo permanente per l'edificazione
del mondo.
alto.
|