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La distruzione dei Buddha di Bamiyan

12 aprile 2001

Il 26 febbraio il governo dei Talebani, la milizia fondamentalista che controlla la quasi totalità dell'Afghanistan, annuncia l'intenzione di distruggere i Buddha giganti di Bamiyan, uno dei reperti archeologici più importanti del paese.

Nei giorni successivi, nonostante le proteste della comunità internazionale, i Talebani si accingono a demolire le gigantesche strutture, antiche raffigurazioni del Buddha risalenti ad un periodo compreso tra il III e il V secolo d.C.


Secondo la rigida interpretazione dei precetti islamici (da Mosaico) professata dai Talebani, le due statue devono essere demolite in quanto testimonianza del passato idolatra e preislamico del paese.

Per alcune settimane si susseguono notizie contraddittorie sulla sorte dei Buddha, finché un filmato non ne documenta, in maniera inequivocabile, la distruzione.

L'UNESCO ha avuto dure parole di condanna per l'operato del governo afghano: "È abominevole - ha detto Koichiro Matsuura, direttore generale dell'organizzazione - vedere la distruzione fredda e calcolata di testimonianze culturali che erano patrimonio del popolo afghano, anzi dell'umanità intera".

I Talebani hanno risposto alle accuse dichiarando di non riconoscere le statue come bene culturale (da EMSF).
Di conseguenza, non avendo valore culturale o artistico, il governo afghano avrebbe potuto preservare i Buddha solo in quanto oggetto di culto di qualche minoranza religiosa.
Ma da secoli il buddismo (da Mosaico) non è più praticato in Afghanistan.

Di fatto nulla ha impedito ai Talebani di procedere in un'azione che il resto del mondo ha unanimemente giudicato come irresponsabile e oscurantista, evidenziando in ciò i limiti degli organismi internazionali nonostante il processo di globalizzazione (da I Dialoghi della Rete).
L'episodio ha anche mostrato l'esistenza di una etica globale (da Mosaico), cioè di una serie di valori condivisi a livello internazionale, contrapposta, in questo caso, all' "etica locale" dei valori professati dai Talebani.

Il caso dei Buddha di Bamiyan non è certo isolato.
La distruzione proditoria di opere d'arte e monumenti storici in quanto simboli di un passato (e di un presente) che si vuole cancellare annovera diversi esempi anche nel recente passato.

Il ponte di Mostar

L'abbattimento del ponte di Mostar, deciso e realizzato il 9 novembre del 1993 dal comando croato, non aveva alcuna valenza strategica se non quella di punire la città assediata e fiaccare il morale della popolazione.

Il Ponte Vecchio di Mostar era stato costruito nel 1566 dall'architetto turco Hajruddin, che aveva disegnato una curva elegante sospesa sulle rocce, leggermente asimmetrica per sfruttare l'appoggio naturale delle sponde.

All'epoca Mostar era conosciuta come la "Firenze dell'Impero ottomano", una città tollerante e aperta alle diverse culture.
Il Ponte Vecchio, che collegava attraverso la Neretva le due parti della città, era simbolo di questa tolleranza (da EMSF).

Così anche le immagini della sua distruzione sono diventate uno dei simboli delle guerre etniche (da Mosaico) che, in quegli anni, hanno disintegrato il tessuto sociale dell'ex-Yugoslavia.

Moschea di Ayodhya

Il 6 dicembre 1992 fondamentalisti induisti assaltano e radono al suolo la moschea di Ayodhya, edificata nel 1529 in onore di Babur, l'invasore turco che nel XVI secolo fondò l'impero Moghul, dominante in India fino all'arrivo dei colonizzatori inglesi.

Se il ponte di Mostar fu distrutto nel corso di un conflitto derivante dal tentativo di ridisegnare su basi etniche i confini di uno Stato ormai dissolto, gli incidenti di Ayodhya riguardano la ridefinizione dell'identità nazionale indiana.

L'attacco alla Moschea di Babur è uno scontro sulla memoria storica (da EMSF) dell'India e, in particolar modo, sul ruolo svolto dall'influenza islamica: per i nazionalisti indù essere indiani significa essere induisti, mentre, per la minoranza mussulmana, l'Indianità è un senso di appartenenza comune che trascende il credo religioso.

L'ideologia degli estremisti indù intende estirpare il passato islamico dell'India per rifondarlo su basi induiste.
L'invasione mussulmana non è più parte della Storia indiana, ma è una violenza, una distorsione inflitta al naturale percorso della civiltà induista.
La violenza attuale è giustificata dalle violenze a suo tempo perpetrate dagli invasori islamici e distruggere la Moschea di Babur per riedificarvi un tempio indù (da Mosaico) diventa, quindi, un tentativo di ristabilire il corretto corso della Storia.

I mussulmani rivendicano invece il ruolo positivo svolto dall'impero Moghul nella Storia indiana: secondo la loro interpretazione storica un vero e proprio senso di appartenenza nazionale non esisteva in India prima dell'invasione Moghul e gli indiani hanno cominciato a sentirsi tali proprio sotto i dominatori mussulmani.

La ferita di Ayodhya è così profonda che, a quasi 10 anni di distanza, ancora non si è riusciti a prendere una decisione sulla sorte del sito: se ricostruire la Moschea distrutta o un tempio dedicato a Rama come chiesto dai fondamentalisti indù.

alto.

da EMSF

I link di questa pagina seguiti dalla dicitura (da EMSF) conducono alle risorse presenti sul sito dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche:
il progetto di Rai Educational per la valorizzazione e la diffusione del pensiero filosofico.


da Mosaico

I link di questa pagina seguiti dalla dicitura (da Mosaico) conducono alle schede informative presenti sul sito di Mosaico, mediateca per la scuola.

La mediateca di Mosaico permette agli utenti di richiedere, via internet, filmati e documentari presenti in catalogo.

Una volta richiesti, i filmati vengono trasmessi sul
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Dalle schede informative è possibile ricavare ulteriori informazioni sui contenuti degli audiovisivi e, volendo, inviare la richiesta per la trasmissione del filmato sul satellite.


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