|
Secondo la rigida interpretazione dei precetti
islamici (da Mosaico)
professata dai Talebani, le due statue devono
essere demolite in quanto testimonianza del passato
idolatra e preislamico del paese.
Per alcune settimane si susseguono
notizie contraddittorie sulla sorte dei Buddha,
finché un filmato non ne documenta,
in maniera inequivocabile, la distruzione.
L'UNESCO
ha avuto dure parole di condanna per l'operato
del governo afghano: "È abominevole
- ha detto Koichiro Matsuura, direttore generale
dell'organizzazione - vedere la distruzione fredda
e calcolata di testimonianze culturali che erano
patrimonio del popolo afghano, anzi dell'umanità
intera".
I Talebani hanno risposto alle
accuse dichiarando di non riconoscere le statue
come bene
culturale (da EMSF).
Di conseguenza, non avendo valore culturale o
artistico, il governo afghano avrebbe potuto preservare
i Buddha solo in quanto oggetto di culto di qualche
minoranza religiosa.
Ma da secoli il buddismo
(da Mosaico) non
è più praticato in Afghanistan.
Di fatto nulla ha impedito ai
Talebani di procedere in un'azione che il resto
del mondo ha unanimemente giudicato come irresponsabile
e oscurantista, evidenziando in ciò i limiti
degli organismi internazionali nonostante il processo
di globalizzazione
(da I Dialoghi
della Rete).
L'episodio ha anche mostrato l'esistenza di una
etica
globale (da Mosaico),
cioè di una serie di valori condivisi a
livello internazionale, contrapposta, in questo
caso, all' "etica locale" dei valori
professati dai Talebani.
Il caso dei Buddha di Bamiyan
non è certo isolato.
La distruzione proditoria di opere d'arte e monumenti
storici in quanto simboli di un passato (e di
un presente) che si vuole cancellare annovera
diversi esempi anche nel recente passato.
Il
ponte di Mostar
L'abbattimento del ponte di
Mostar, deciso e realizzato il 9 novembre del
1993 dal comando croato, non aveva alcuna valenza
strategica se non quella di punire la città
assediata e fiaccare il morale della popolazione.
Il Ponte Vecchio di Mostar era
stato costruito nel 1566 dall'architetto turco
Hajruddin, che aveva disegnato una curva elegante
sospesa sulle rocce, leggermente asimmetrica per
sfruttare l'appoggio naturale delle sponde.
All'epoca Mostar era conosciuta
come la "Firenze dell'Impero ottomano",
una città tollerante e aperta alle diverse
culture.
Il Ponte Vecchio, che collegava attraverso la
Neretva le due parti della città, era simbolo
di questa tolleranza
(da EMSF).
Così anche le immagini
della sua distruzione sono diventate uno dei simboli
delle guerre
etniche (da Mosaico)
che, in quegli anni, hanno disintegrato il tessuto
sociale dell'ex-Yugoslavia.
Moschea
di Ayodhya
Il 6 dicembre 1992 fondamentalisti
induisti assaltano e radono al suolo la moschea
di Ayodhya, edificata nel 1529 in onore di Babur,
l'invasore turco che nel XVI secolo fondò
l'impero Moghul, dominante in India fino all'arrivo
dei colonizzatori inglesi.
Se il ponte di Mostar fu distrutto
nel corso di un conflitto derivante dal tentativo
di ridisegnare su basi etniche i confini di uno
Stato ormai dissolto, gli incidenti di Ayodhya
riguardano la ridefinizione dell'identità
nazionale indiana.
L'attacco alla Moschea di Babur
è uno scontro sulla memoria
storica (da EMSF)
dell'India e, in particolar modo, sul ruolo
svolto dall'influenza islamica: per
i nazionalisti indù essere indiani significa
essere induisti, mentre, per la minoranza mussulmana,
l'Indianità è un senso di appartenenza
comune che trascende il credo religioso.
L'ideologia degli estremisti
indù intende estirpare il passato islamico
dell'India per rifondarlo su basi induiste.
L'invasione mussulmana
non è più parte della Storia indiana,
ma è una violenza, una distorsione inflitta
al naturale percorso della civiltà induista.
La violenza attuale è giustificata dalle
violenze a suo tempo perpetrate dagli invasori
islamici e distruggere la Moschea di Babur per
riedificarvi un tempio
indù (da
Mosaico) diventa, quindi, un tentativo
di ristabilire il corretto corso della Storia.
I mussulmani rivendicano invece
il ruolo positivo svolto dall'impero Moghul nella
Storia indiana: secondo la loro interpretazione
storica un vero e proprio senso di appartenenza
nazionale non esisteva in India prima dell'invasione
Moghul e gli indiani hanno cominciato a sentirsi
tali proprio sotto i dominatori mussulmani.
La ferita di Ayodhya è
così profonda che, a quasi 10 anni di distanza,
ancora non si è riusciti a prendere una
decisione sulla sorte del sito: se ricostruire
la Moschea distrutta o un tempio dedicato a Rama
come chiesto dai fondamentalisti indù.
alto.
|