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3) Rai
Educational: "Da queste prime due risposte
che ha dato sembra che in qualche modo il linguaggio
deve frequentare più il corpo, il corpo
nell'accezione che lei ha dato, espresso, nella
prima risposta. È vero o no?"
"È vero anche in senso più
lato del linguaggio verbale, penso al linguaggio
gestuale. In fondo una delle cose che separa la
cultura occidentale da quella orientale, indiana
o cinese, è che noi abbiamo una grande
espressività nella superficie del volto
mentre loro tendono ad essere impassibili, soprattutto
i cinesi. Ma non abbiamo invece una espressività
al livello delle altre parti del corpo, a meno
che uno non faccia il ballerino o qualche arte
marziale. Cioè noi siamo sostanzialmente
tutto viso e tutto testa. In senso invece più
ristretto, per quanto riguarda il linguaggio verbale,
la corporeità è espressione nel
campo del teatro o del cinema: l'attore con un
famoso paradosso è quello che è
capace di esprimere quello che non sente. Quindi
il nostro corpo deve essere considerato come uno
strumento quasi musicale. Non dico che bisogna
diventare virtuosi, sarebbe bello, ma per esempio
certi gesti che noi chiamiamo volgari o di impazienza
o di astio, riguardo alla compostezza che uno
riesce ad avere o che potrebbe avere, sono qualche
cosa da scartare. Cioè noi dobbiamo purificare
sostanzialmente nel senso di rendere elegante
le nostre espressioni corporee. Noi siamo vittime
di un ingorgo di passioni che ristagnano in noi
per la maggior parte proprio perché non
abbiamo gli strumenti più raffinati per
esprimerle. Quindi, c'è una forma di approssimazione
o di banalità. La possibilità di
esprimere le passioni, passioni corporee o passioni
della mente, è dovuta anche al fatto che
bisogna riapprendere a sillabarle, dobbiamo risillabare
le passioni come si fa nella scuola elementare,
partire magari dalle aste più che dalle
sillabe".
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