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Le passioni - domanda 8

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8) Rai Educational: "Lei ha fatto ora questo riferimento alla musica e mi è venuta in mente una frase di Nietzsche che mi è sempre piaciuta moltissimo, non ricordo da quale testo sia presa. Nietzsche dice: "In virtù della musica le passioni godono di sé stesse". Il che fa pensare anche a un meccanismo autoreferenziale, a un non bisogno di oggetto forse della passione pura. È così?".

"È un discorso molto bello e molto complicato. Io direi che la musica non parla di oggetti, quindi non si riferisce a niente di preciso. Per cui quando si dice che la sesta di Beethoven rappresenta una specie di scampagnata, oppure le "Quattro stagioni" di Vivaldi, l'inverno, la caccia, si dice in maniera tutta approssimativa. C'è uno studioso di musica del secolo scorso, si chiamava Hans Lich, che ha detto che la musica parla soltanto con aggettivi, quindi con tonalità emotive, e non con sostantivi, designando qualche cosa. Per cui è vero, la musica è autoreferenziale in questo senso. Un altro grande studioso e filosofo, da cui peraltro Nietzsche dipende in questo caso: Schopenhauer, ha parlato della musica come l'ultimo livello, cioè il concetto è universale rispetto ai singoli oggetti. Cioè rispetto a questo orologio la categoria di orologio comprende tutti gli orologi. Però al di sopra dei concetti universali ci sono i concetti della musica che sono ancora più universali, cioè i suoni della musica. Perché tanto è vero che la capiscono tutti, indipendentemente dalle lingue nazionali. Quindi la musica è un superuniversale, detto in parole povere, è ciò che ci tocca tutti gli uomini perché appunto, dice Schopenhauer, è il luogo in cui le passioni senza turbamento, prodotto dalle passioni reali - cioè l'ira senza la rabbia, l'amore senza i suoi patimenti - possono essere vissuti da noi con un linguaggio superiore a quello dei concetti. È interessante Schopenhauer perché noi pensiamo che la musica in quanto sentimento sia qualcosa di inferiore alla razionalità. Per lui è molto più razionale perché molto più universale cioè parla più a tutti di quanto parlino i concetti di una determinata lingua o del linguaggio umano verbale in genere".

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