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delle domande
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Rai Educational: "L'avvento dei nuovi media
comporta necessariamente una semplificazione della
notizia, dell'informazione. Quindi potremmo dire,
in questo caso, che si verifica quasi una reazione
opposta; cioè, a un accrescimento di complessità
segue, invece, un processo di appiattimento, proprio
di semplificazione della notizia. Lei è d'accordo
su questo punto?".
"Sì, abbastanza. Anche qui farei
però qualche sottile distinzione, ma vedremo
che sono distinzioni importanti. Se si semplifica
il linguaggio, questo non è necessariamente
un male. Il fatto che si possa parlare più
breve e più chiaro, francamente, è
una caratteristica addirittura delle lingue. Se
io fossi bilingue e parlassi contemporaneamente,
con la stessa qualità, l'inglese e l'italiano,
per dire la stessa cosa in inglese, la direi in
maniera più breve, più rapida e
più efficace; in italiano, invece, la direi
con molta più complicazione. Non a caso,
per spiegare un libro di filosofia, con duemila
parole in inglese me la cavo, in italiano mi ci
vogliono diecimila parole, in tedesco ancora di
più perché è una lingua ancora
più arcaica come architettura, è
complicata quantomeno come architettura. Però,
accanto a questo, c'è il fatto che ci può
essere una semplificazione dei contenuti; questo
perché coloro che emettono i messaggi,
siccome hanno un sistema di attesa nei confronti
del loro pubblico, decidono che c'è una
gerarchia tra contenuti e scelgono una soglia
al di sotto della quale non andare. E allora ecco
che si può produrre l'omologazione, la
ripetizione sempre degli stessi concetti, addirittura
formulari, una forte retorica dei contenuti e
anche una standardizzazione. Questo, fra l'altro,
in politica è stato anche definito l'avvento
del "pensiero unico", a sinistra, per
esempio; oppure a destra è stata intesa
come "l'uniformità del potere"
che si esprime attraverso i suoi servi, i servi
del potere. Però, certo, il problema esiste
ed è il grande pericolo che è intimamente
insito in tutti i media".
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