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L'informazione- domanda 5

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Rai Educational: "L'avvento dei nuovi media comporta necessariamente una semplificazione della notizia, dell'informazione. Quindi potremmo dire, in questo caso, che si verifica quasi una reazione opposta; cioè, a un accrescimento di complessità segue, invece, un processo di appiattimento, proprio di semplificazione della notizia. Lei è d'accordo su questo punto?".


"Sì, abbastanza. Anche qui farei però qualche sottile distinzione, ma vedremo che sono distinzioni importanti. Se si semplifica il linguaggio, questo non è necessariamente un male. Il fatto che si possa parlare più breve e più chiaro, francamente, è una caratteristica addirittura delle lingue. Se io fossi bilingue e parlassi contemporaneamente, con la stessa qualità, l'inglese e l'italiano, per dire la stessa cosa in inglese, la direi in maniera più breve, più rapida e più efficace; in italiano, invece, la direi con molta più complicazione. Non a caso, per spiegare un libro di filosofia, con duemila parole in inglese me la cavo, in italiano mi ci vogliono diecimila parole, in tedesco ancora di più perché è una lingua ancora più arcaica come architettura, è complicata quantomeno come architettura. Però, accanto a questo, c'è il fatto che ci può essere una semplificazione dei contenuti; questo perché coloro che emettono i messaggi, siccome hanno un sistema di attesa nei confronti del loro pubblico, decidono che c'è una gerarchia tra contenuti e scelgono una soglia al di sotto della quale non andare. E allora ecco che si può produrre l'omologazione, la ripetizione sempre degli stessi concetti, addirittura formulari, una forte retorica dei contenuti e anche una standardizzazione. Questo, fra l'altro, in politica è stato anche definito l'avvento del "pensiero unico", a sinistra, per esempio; oppure a destra è stata intesa come "l'uniformità del potere" che si esprime attraverso i suoi servi, i servi del potere. Però, certo, il problema esiste ed è il grande pericolo che è intimamente insito in tutti i media".