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delle domande
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Rai Educational: "Parlando di comunicazione,
di informazione, non si può non fare riferimento
alla globalizzazione che caratterizza il nostro
tempo. Che cosa si intende più specificamente
per globale: il controllo o la diffusione capillare
della notizia? La globalizzazione, insomma, sembra
essere prerogativa dei vertici, dell'accentramento
nelle mani di pochi, del controllo sulla produzione
e diffusione delle notizie. È così,
o è un'interpretazione errata?".
"No, certamente non è errata:
però, anche qui, vale la pena andare proprio
a fondo del problema. Per globalizzazione si intende
il fatto che si superano certi confini locali,
delle culture locali, perché la diffusione
delle merci, dei servizi, ma anche delle merci
e dei servizi culturali, intellettuali, non ha
più questo tipo di confini. La distribuzione
è molto più ampia; il pubblico,
indipendentemente dall'origine culturale diversa,
viene trattato come se fosse uno solo. Infatti
si considera che dagli Stati Uniti fino al Giappone,
alla Corea, all'Australia, al Sud America, tutti
quelli che ascoltano certe cose abbiano lo stesso
livello di competenza e la stessa organizzazione
delle cultura. Quindi, da questo punto di vista,
se si riducono e diventano rarefatte le fonti
dell'informazione, le fonti dell'emissione culturale,
è evidente che si restringe nelle mani
di pochi il potere di decidere ciò che
è rilevante e ciò che non lo è.
Facciamo un esempio, sempre vagamente politico,
ovverosia gli incontri internazionali sull'e-commerce,
come a Seattle. Lì erano degli incontri
per stabilire le regole internazionali per aumentare
i processi commerciali di globalizzazione. Ma
il popolo di Seattle non era lui stesso globalizzato?
Infatti Seattle scoppia perché c'è
Internet, perché c'è una comunicazione
rapida in tantissimi Paesi contemporaneamente.
Quindi anche solo Seattle e la protesta contro
Seattle sono le due facce di una medesima cosa.
Che il mondo sia con sempre meno confini, questo
lo dobbiamo prendere come un dato di fatto. Tutte
le volte che aumentano la velocità della
comunicazione e della comunicazione materiale,
i trasporti, e si velocizzano questi elementi,
siamo di fronte a un restringimento della dimensione
del mondo. Si pensi solo alla diffusione delle
merci: quando nasce il treno, quando nasce la
nave a vapore, quando nasce l'aeroplano, abbiamo
avuto degli scatti in avanti nella globalizzazione
che sono stati formidabili. Ma quella stessa semplificazione
dei contatti favorisce anche che ci sia l'altra
globalizzazione e l'altra internazionalizzazione.
Abbiamo vissuto addirittura in un mondo diviso
fra due blocchi proprio perché esisteva
l'internazionalizzazione: l'internazionalizzazione
dei democratici, l'internazionalizzazione socialista
o comunista. Quindi ecco che abbiamo di fatto
sempre le due facce dello stesso problema.
Il punto è di non avere paura della globalizzazione
come se fosse una specie di fantasma nemico, di
tener conto che esiste l'altra faccia. E poi,
sotto tutto ciò, tenere salde anche le
differenze. Perché, se come reazione alla
globalizzazione ho i localismi, ho prodotto un
circuito che è perverso; perché
il localismo, solitamente, è inteso come
paura del diverso, come paura dell'altro: non
voglio mischiarmi con l'altro, ne ho paura. Sono
inserito nella globalizzazione, ma ho paura del
differente. Invece può esistere un'altra
maniera di valutare il mondo, che è quello
di favorire ed apprezzare la diversità
mantenendo la propria identità. Questa
sarebbe una evoluzione corretta e armonica del
pianeta. Ci auguriamo che possa essere in questa
direzione".
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