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L'informazione- domanda 13

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13
Rai Educational: "Parlando di comunicazione, di informazione, non si può non fare riferimento alla globalizzazione che caratterizza il nostro tempo. Che cosa si intende più specificamente per globale: il controllo o la diffusione capillare della notizia? La globalizzazione, insomma, sembra essere prerogativa dei vertici, dell'accentramento nelle mani di pochi, del controllo sulla produzione e diffusione delle notizie. È così, o è un'interpretazione errata?".


"No, certamente non è errata: però, anche qui, vale la pena andare proprio a fondo del problema. Per globalizzazione si intende il fatto che si superano certi confini locali, delle culture locali, perché la diffusione delle merci, dei servizi, ma anche delle merci e dei servizi culturali, intellettuali, non ha più questo tipo di confini. La distribuzione è molto più ampia; il pubblico, indipendentemente dall'origine culturale diversa, viene trattato come se fosse uno solo. Infatti si considera che dagli Stati Uniti fino al Giappone, alla Corea, all'Australia, al Sud America, tutti quelli che ascoltano certe cose abbiano lo stesso livello di competenza e la stessa organizzazione delle cultura. Quindi, da questo punto di vista, se si riducono e diventano rarefatte le fonti dell'informazione, le fonti dell'emissione culturale, è evidente che si restringe nelle mani di pochi il potere di decidere ciò che è rilevante e ciò che non lo è.
Facciamo un esempio, sempre vagamente politico, ovverosia gli incontri internazionali sull'e-commerce, come a Seattle. Lì erano degli incontri per stabilire le regole internazionali per aumentare i processi commerciali di globalizzazione. Ma il popolo di Seattle non era lui stesso globalizzato? Infatti Seattle scoppia perché c'è Internet, perché c'è una comunicazione rapida in tantissimi Paesi contemporaneamente. Quindi anche solo Seattle e la protesta contro Seattle sono le due facce di una medesima cosa. Che il mondo sia con sempre meno confini, questo lo dobbiamo prendere come un dato di fatto. Tutte le volte che aumentano la velocità della comunicazione e della comunicazione materiale, i trasporti, e si velocizzano questi elementi, siamo di fronte a un restringimento della dimensione del mondo. Si pensi solo alla diffusione delle merci: quando nasce il treno, quando nasce la nave a vapore, quando nasce l'aeroplano, abbiamo avuto degli scatti in avanti nella globalizzazione che sono stati formidabili. Ma quella stessa semplificazione dei contatti favorisce anche che ci sia l'altra globalizzazione e l'altra internazionalizzazione. Abbiamo vissuto addirittura in un mondo diviso fra due blocchi proprio perché esisteva l'internazionalizzazione: l'internazionalizzazione dei democratici, l'internazionalizzazione socialista o comunista. Quindi ecco che abbiamo di fatto sempre le due facce dello stesso problema.
Il punto è di non avere paura della globalizzazione come se fosse una specie di fantasma nemico, di tener conto che esiste l'altra faccia. E poi, sotto tutto ciò, tenere salde anche le differenze. Perché, se come reazione alla globalizzazione ho i localismi, ho prodotto un circuito che è perverso; perché il localismo, solitamente, è inteso come paura del diverso, come paura dell'altro: non voglio mischiarmi con l'altro, ne ho paura. Sono inserito nella globalizzazione, ma ho paura del differente. Invece può esistere un'altra maniera di valutare il mondo, che è quello di favorire ed apprezzare la diversità mantenendo la propria identità. Questa sarebbe una evoluzione corretta e armonica del pianeta. Ci auguriamo che possa essere in questa direzione".