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Il corpo - domanda 10

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10) Rai Educational: "Abbiamo parlato di arte e di cinema, che sono ovviamente anche potenti mezzi di comunicazione. Ma questa nuova concezione, o configurazione, del corpo ha delle ricadute sulla comunicazione dello stesso, in particolare rispetto all'idea del corpo sofferente?"
"È evidente che il fatto che i corpi siano decisi, in qualche misura, socialmente è una delle ragioni per cui è fondamentale vedere, per esempio, sia qual è la condizione della salute di altri uomini, che sono uomini come noi, sia la commozione e anche il desiderio di fare qualcosa per persone i cui corpi sono in condizioni di sofferenza. E credo che qui, visto che siamo in televisione o su un medium che porta delle informazioni, sia molto importante riflettere su questa questione, ossia come un'informazione oggettiva non basti. Informare sul dolore, sul corpo sofferente, informare anche in maniera obiettiva, giusta, porre il problema, mostrare come può essere risolto, come possiamo ovviare a questo, pone il problema fondamentale della comunicazione del corpo sofferente e dei rimedi che si possono attuare. L'obiettività qui non basta, perché è chiaro che il problema di mostrare questa situazione può essere vissuto in maniera tutt'affatto disinteressata e quasi estetizzata: "Come è bello quel corpo sofferente, ci sono delle vittime molto fotogeniche". E da questo punto di vista è evidente che la comunicazione potrebbe essere una comunicazione molto estetizzata e indifferente. Io credo che invece il problema dei media può costituire davvero la problematica della costruzione di una solidarietà.
Come si ottiene questa solidarietà? Non c'è niente da fare: moriamo da soli e soffriamo da soli; gli altri possono essere solidali finché vogliono, possono aiutarci a risolvere i nostri problemi, ma non possono soffrire al nostro posto né morire al nostro posto. Però la creazione di solidarietà intorno a un corpo sofferente pone delle questioni assolutamente importanti. Faccio un esempio: il dolore non è lì per continuare: è lì per finire. La vittima non è lì come vittima, ma come persona dotata di una propria dignità che, nel caso particolare, è vittima del dolore ma che non è riducibile al ruolo di vittima. Non c'è niente di più insopportabile delle comunicazioni che fanno vedere il dolore altrui e le vittime, provocando quello che io definisco la cosa più insopportabile del mondo, la pietà. Non ci chiedono pietà; ci chiedono compassione. La compassione è molto più nobile della pietà: è una passione comune, ossia pensare che si può fare qualcosa, si può intervenire, magari anche parlando, magari anche raccontandolo a qualcun altro, ma certamente anche tirando fuori i propri soldi. Ma questo ancora non è sufficiente, perché l'economia è quella disciplina che studia come si può fare pari e patta con delle persone che sono a noi vicine ma che noi trattiamo anche come degli estranei. Famiglia: si fanno i conti e, a questo punto, non conta più che uno sia fratello o sorella: questa sarebbe l'economia. Di fatto non è vero, di fatto noi tentiamo costantemente di reintrodurre dei criteri di solidarietà all'interno dell'economia. Ma anche la solidarietà ha le sue regole. Come possiamo creare delle regole di solidarietà, come possiamo comportare delle commozioni, delle empatie e poi delle azioni che possono essere sia di volontariato personale, ma anche di coinvolgimento più collettivo? Io credo che il corpo sofferente oggi sia una grande scommessa: non deve essere soltanto il luogo di una corretta informazione, ma il luogo della creazione di solidarietà. Sottolineo "solidarietà", ma non vorrei dare l'aria soggettivistica: il problema non è sentire quanto soffre un altro o adottare il bambino tal dei tali. È, piuttosto, quanti tipi di solidarietà legano i nostri corpi, i nostri corpi sani e anche il corpo malato. Credo che sia questo il problema".

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