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Il corpo - domanda 11

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11) Forse possiamo approfondire ulteriormente questo punto con la domanda di Angela Piccolomini, la quale chiede: "In alcune opere di Foucault si insiste sull'idea del corpo celato" - e qui che rientra il tema della solidarietà, del rapporto tra corpo sano e corpo invece sofferente o malato - "corpo celato sottratto alla comunità ad esempio quando risulta essere malato. Quanto incide questo comportamento sull'idea e sull'attitudine che la cultura occidentale sembra articolare verso il corpo?"
"Foucault certamente è quello che ha posto con maggiore chiarezza che il corpo ce lo facciamo, evidenziando il biopotere che abbiamo di crearci il corpo, per esempio riguardo a una delle sue funzioni essenziali che è la sessualità. Il corpo non è riducibile alla riproduzione, ma il corpo umano ha staccato dalla necessità riproduttiva il piacere e lo ha reso autonomo, così come ha staccato dalla facoltà comunicativa il linguaggio e lo ha reso autonomo, o come ha staccato dalla mano creativa la possibilità del gesto, della danza e così via. Foucault ha mostrato molto bene che il sesso, per esempio, è fatto anche dal modo con cui la gente ne parla, che l'ossessione della sessualità nella cultura occidentale è dovuta in parte al fatto che è stata rimossa e repressa, ma che non si è mai parlato tanto di questa rimozione e questa repressione e che quindi il corpo è stato sottoposto a infinite afrodisia, cioè regole di piacere, e discipline, cioè regole di chiusura, di anestesia.
Quando si è inventato il soldato moderno c'erano dei fucili che sparavano a cinquanta metri: era quindi necessario stare fermi, stoicamente insieme, dopo aver sparato aspettando che sparassero gli altri. È uno strano corpo quello che è capace di stare fermo in tale occasione. Lo stesso vale per il corpo dell'operaio, il quale non aveva di che pensare, doveva soltanto girare delle viti nella ormai peraltro superata economia tayloristica. Che corpo era? Aveva liberato il pensiero ad altre cose ed era unicamente una mano che girava bulloni. Sono corpi diversi: il corpo operaio non aveva bisogno di pensare, come anche il corpo del soldato; però entrambi avevano bisogno di poter stare stoicamente davanti alla propria morte: non è un corpo da niente. Io ho un po' l'impressione che Foucault ha molto insistito da una parte su questi piaceri e la costruzione dei piaceri, l'estensione della droga, del piacere dell'orecchio, del gusto, della sessualità; e dall'altra parte sull'insieme della discipline per cui è sempre stato costruito. La nostra epoca risente del problema del corpo del piacere, del corpo desiderante il proprio piacere, che per un lungo periodo - un periodo di forte repressione sociale, sessuale - è stato in qualche misura dominante: questo problema si ripropone molto seriamente. Del corpo possiamo parlare in termini soltanto di emancipazione, di liberazione? Fino a che punto si può pensare in termini di "sballo"? Tanto che il corpo è intercorpo, cioè lo sballo mio può essere non necessariamente piacere tuo e quindi il ritorno, in qualche misura, di una riflessione etica sull'uso del proprio corpo? Ecco perché oggi si pensa a una politica comune del corpo, a un patto nuovo da ristipulare. Naturalmente anche l'esperienza delle droghe ha giocato un ruolo assolutamente essenziale. L'esperienza della droga non è affatto una specificità della nostra cultura contemporanea. È semmai un ripensamento del suo uso regolato. Faccio un esempio molto buffo per me: quando Nietzsche distingueva l'apollineo e il dionisiaco e pensava l'apollineo come luogo regolato, una bellezza nobile, mentre dall'altra parte il dionisiaco come lo sballo, come la fuoriuscita o del rallentamento, quasi paralisi completa speculativa, oppure l'accelerazione vertiginosa delle funzioni, due tipi di droghe potremmo dire, la droga assolutamente allucinogena e la droga invece della frenesia corporale. La cosa divertente sta nel fatto che, quando gli specialisti della cultura greca hanno studiato Dioniso, si sono accorti che Dioniso non era affatto il dio dello sballo: è l'uscita regolata da sé. Nella cultura greca l'uso del vino ha un ruolo decisivo: i Greci usavano il vino passito ed era un vino tanto pesante che lo dovevano tagliare regolarmente con l'acqua; si trattava di uso in realtà sottoposto a regole scrupolosissime. Durante i simposi si tagliava il vino non troppo forte per i giovani, lo si allungava per i vecchi. Non c'è cultura che non abbia in qualche misura il suo sballo, le sue droghe. Però, nello stesso tempo, è il loro uso più o meno regolato consensualmente. I Greci avevano profondo disprezzo per l'ubriacone, mentre consideravano assolutamente fondamentale quella cosa di cui dicevano persino che il mare ne aveva il colore, cioè il vino".



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