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Il senso del male - domanda 1

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Carlo Canepa le chiede: "In questo periodo storico dominato dalla tecnica e dall'efficienza la sofferenza impera in quanto non siamo più capaci veramente di provare dolore di fronte al male?"


"L'impressione è questa ma mi chiedo se non sia soltanto un'impressione. Effettivamente i mezzi di comunicazione di massa rovesciano quotidianamente nelle nostre case immagini di malvagità devastanti e a tutto questo noi ci abituiamo, non possiamo fare diversamente. E' intollerabile, sarebbe intollerabile convivere con la presenza di questo. Pensiamo ad epoche in cui il male non era filtrato dai mezzi di comunicazione ma era lì, era in strada, era in mezzo a coloro che vivevano la peste, che vivevano la guerra. Dovevano abituarsi per sopravvivere, dovevano assuefarsi. Ecco allora il problema si configura in modo un po' diverso. Ciò che dobbiamo chiederci è se oggi non sia venuta meno la capacità di scandalizzarsi, la capacità di provare orrore e non solo questo, sia venuta meno la capacità di sentirsi responsabile anche di quel male che sembrerebbe non toccarci direttamente o non venire direttamente da noi. "Io dov'ero? Che cosa ho fatto per impedirlo?" Ecco, queste domande non ce le poniamo più. La cosa più importante è sembrata liberarsi, doversi liberare da quello che abbiamo chiamato il senso di colpa. E questo è giusto. Spesso il senso di colpa è un peso, è qualche cosa che fa velo, è una vera e propria patologia, quindi è giusto liberarsene. Ma la colpa non è solo senso di colpa, la colpa è la colpa, la colpa è la responsabilità, è la responsabilità attinta a un livello più profondo di coscienza e di esperienza. Quel livello in cui io mi sento responsabile anche di qualche cosa che non ho voluto direttamente ma di cui ho partecipato e che forse addirittura ho voluto senza volerlo: il grande paradosso del male. L'occasione di questa nostra conversazione è l'episodio dei due ragazzi di Novi Ligure. Ecco, sono state dette molte cose, i sociologi, gli psicologi. Eppure alla fine di tutto resta un atto senza spiegazione. Perché se una spiegazione la trovassimo allora non riusciremmo più a capire come mai ragazzi simili, che vivono in famiglie più o meno come quella, che vivono vite più o meno come quella non abbiano fatto la stessa cosa. Loro l'hanno fatto: di qui bisogna partire. E la domanda è: si rendono conto o no? Probabilmente no. La gravità, la spaventosità della cosa sfugge ai responsabili di ciò. Sapranno prendere coscienza di ciò che hanno fatto? Se sapranno prendere coscienza soffriranno terribilmente. Ecco il ritorno alla domanda del signor Canepa. Sappiamo soffrire di fronte al male, dobbiamo soffrire di fronte al male. E' l'unica via che abbiamo per liberarcene".