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Si è detto sempre a proposito
di questa circostanza che si è registrata
una mancanza di alfabetizzazione alle emozioni.
Alcuni psicoanalisti hanno sollevato questo argomento.
I ragazzi non riescono a mediare attraverso le
emozioni le proprie pulsioni e quindi arrivano
direttamente al gesto: c'è una aderenza,
una coincidenza molto preoccupante tra pulsione
e gesto. Lei ora ha citato anche mi sembra l'assenza
del rimorso nella nostra società: è
vero che è una società caratterizzata
da questa afasia di emozioni e questa incapacità
di rimorso?
"Le emozioni ci sono certamente, non è
vero che siamo anestetizzati. Bisogna essere cauti:
ritenere che la nostra epoca abbia perduta la
capacità di dare voce a ciò che
si agita nel profondo del nostro cuore, nella
nostra testa, nei nostri nervi significa dimenticare
che anche altre epoche hanno avuta questa difficoltà,
si sono confrontate con questa difficoltà
di dare voce a ciò che si agita nel profondo.
Il problema è proprio questo: come fare,
quali strutture di senso mediano tra una oscura
volontà di dare corpo ai nostri fantasmi
e la possibilità reale di fare questo.
Certo la religione un tempo ha svolto un'opera
di mediazione fondamentale. Non che oggi sia venuta
meno ma almeno in parte è venuta meno l'esperienza
religiosa diffusa. Di qui la difficoltà
a trovare parole, a trovare gesti, a trovare costellazioni
di senso che ci aiutino a venire in chiaro di
noi stessi. Lo strumento forse più raffinato
di cui noi disponiamo sono i libri ma, appunto,
leggono i nostri ragazzi? Uno strumento anche
raffinato, o che lo sarebbe, è la televisione
ma la televisione è capace di fare questo?
Io ne dubito. E allora? E allora torniamo alla
sua domanda. Che cosa, dove trovare delle forme
di mediazione? Io questa domanda la trasformerei
in un imperativo: dobbiamo trovare, non resta
che ritessere sempre di nuovo questa tela, questa
tela linguistica simbolica che è la sola,
questa rete che è la sola che davvero ci
salva raccogliendo ciò che altrimenti avrebbe
una pura forza devastante".
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