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Un altro
elemento forse che ha giocato a sfavore di questo
rapporto di lealtà con le istituzioni è
la prevalenza di una cultura familistica, quello
che poi gli storici chiamano il fenomeno del "familismo
amorale" italiano, una realtà che
è parallela in qualche modo alla religione,
alla cultura religiosa e che si è opposta
alle istituzioni, alla realizzazione di un'idea
matura dello Stato. Qual è la sua opinione
al riguardo?
"Io credo che esista accanto a un "familismo
amorale", come lo chiama Putnam, anche un
"familismo virtuoso", cioè credo
che nel nostro Paese il legame familiare ha costituito
sicuramente un impedimento nell'assumere una matura
posizione civica di apertura alle istituzioni,
però d'altra parte è stato un grande
ammortizzatore di contraddizioni sociali. Se noi
pensiamo come la disoccupazione, come l'intervento
assistenziale nei confronti dei poveri, dei malati,
dei familiari anziani o dei bambini sia stato
gestito nel nostro Paese ci rendiamo conto che
se non ci fosse stato questo legame familistico
il nostro Paese sarebbe crollato. Quindi io, come
sul senso religioso così sul senso della
famiglia, ho una visione articolata e non unilaterale.
Nel senso che ritengo che se è vero che
queste hanno costituito delle forti limitazioni
per la nostra apertura al senso pubblico d'altra
parte sono state le compensazioni di uno Stato
che non funzionava. E quindi la famiglia ha avuto
un ruolo importantissimo nel nostro Paese, lo
ha tuttora, e credo che il nostro problema, quello
che non siamo riusciti ancora a risolvere, è
proprio quello di riuscire a contemperare questa
naturale, tradizionale e culturale vocazione italiana
alla famiglia con la necessità di inserire
il contesto familiare non contro lo Stato ma all'interno
di un rapporto pubblico e collettivo".
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