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Il senso del male - domanda 4

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Marcello Di Pietro le chiede: "Molti filosofi hanno spesso parlato di irrazionalità del male. Io penso che la vita sia un succedersi continuo di scelte. Sostenere l'irrazionalità del male non significa annullare la volontà e il libero arbitrio? E' possibile scegliere il male? Se sì, che cosa spinge l'uomo a questo?


"Si è vero, un'intera tradizione filosofica ha identificato il male con l'irrazionale. Diceva Socrate: "se tu sapessi davvero quello che stai facendo non faresti il male; il male lo fai perché non sai quello che stai facendo". Ma anche nel Vangelo c'è un tratto che dice questa inconsapevolezza che avvicina, che identifica il male col fatto di non sapere quello che stiamo facendo: "Signore, perdona loro perché non sanno quello che fanno". E poi su su nei secoli, grandi secoli della filosofia occidentale ritorna questo tema del male come qualche cosa di irrazionale. La teodicea, l'idea di una giustificazione di Dio di fronte al male, Dio pensato come quel principio, quel fondamento della realtà che deve dare ragione di tutto ciò che è, ecco la teodicea nasce, Leibniz l'ha pensata sulla base della identificazione del male con l'irrazionalità. Il male è necessario come il buio, la tenebra è necessaria alla luce: non ci sarebbe la luce se non ci fosse la tenebra, non ci sarebbe, non potremmo riconoscere un disegno armonico, orientato al bene, disegno di Dio se non ci fosse quel chiaroscuro nel disegno che permette appunto di riconoscere l'intera trama. Altri filosofi però hanno fatto notare che questo è sminuire il peso, la gravità del male. E per ragioni che sono espresse da questa domanda. Il male non è soltanto qualche cosa che è lì, che io non posso se non accettare, in definitiva, nella prospettiva di un bene che lo comprende e lo supera. Il male è un principio attivo. Dire che il male è un principio attivo vuol dire che c'è anche… e questo ci fa orrore. Ma sappiamo quanto sia vero. La volontà di farlo - il male - sapendo che lo si sta facendo, il male fatto per il male, così come il male che si camuffa, il male che si presenta come bene, è una forma di malignità ancora più grave. Cioè sia per il male fatto in nome del male, sia di fronte al male mascherato, camuffato - distruggo, che so io, lo straniero o un certo popolo perché la nazione possa vivere e realizzare il suo destino: questo è il male che si camuffa. C'è una volontà di distruzione qui che impone altre domande rispetto a quelle poste da Socrate o da Leibniz. E quali sono queste altre domande? Quelle che ci lasciano sgomenti di fronte a ciò che la tradizione religiosa ha chiamato il "misterium iniquitatis", che è tale proprio perché non si lascia spiegare all'interno di un disegno che lo precomprende. Nessun disegno, anche il più meraviglioso, anche quello come diceva Ivan Karamazov che vedesse la vittima e il carnefice alla fine abbracciarsi e dire "tutto quello che è stato era giusto che fosse perché si arrivasse a questo sublime momento di riconciliazione". Anche un disegno del genere non può assorbire l'urto del male. Ha ragione Ivan Karamazov a dire "ma io dico di no". E questo mio no delle due l'una: o è assorbito - e allora dov'è lo scandalo? - oppure non è assorbito e allora quell'armonia, quel disegno, non stanno più in piedi. Ecco l'eccedenza, ecco l'impossibilità di risolvere il male all'interno di una più grande, più alta armonia. Ecco il tragico, la tragedia come genere letterario ma poi l'esperienza del tragico come esperienza che ogni uomo prima o poi fa nella vita è proprio questa: sapere che qualche cosa come una potenza infinitamente più grande di noi sia cosa nostra, cosa che noi vogliamo.

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