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"Paolo Maria Ciminelli le
chiede: "Qual è la differenza per
cui a parità di condizioni esterne, oggettive,
uno arriva ad uccidere, ad agire il male come
diceva lei poco fa Professore, e il novantanove
no? Quell'uno prova una rabbia, un odio, un male
quantitativamente più forti oppure ha meno
mezzi a disposizione per filtrarli, elaborarli,
trasformarli?"
"Effettivamente le cose stanno così.
Ciò che sconcerta di fronte a gesti estremi
e rari anche se gesti che si ripetono, uccidere
i propri genitori - le cronache ci confermano
come si tratti di fatti che si ripetono - è
questo: perché è toccato a loro
fare quello che hanno fatto? Se noi ci interroghiamo,
esaminiamo le condizioni esterne sono quelle:
famiglie normali, ragazzi normali, questa normalità
che non sappiamo bene che cosa sia. Ecco, io non
mi preoccuperei tanto di andare alla ricerca delle
eventuali ragioni che spieghino questo. Partirei
dal fatto che a parità di condizioni alcuni
fanno quello che la stragrande maggioranza non
fa. Questo dovrebbe dirci qualche cosa che spesso
dimentichiamo e cioè che c'è un
elemento di libertà, di libertà
irriducibile nella scelta che ciascuno fa. Si
dirà: ma non sapevano quello che facevano.
Certo. Ma dopo che l'hanno fatto la sola chance
che hanno è l'anamnesi, il riconoscimento
che quello che hanno fatto, l'hanno fatto. Io
non credo che né le tecniche di cui disponiamo
non possano anche raffinandosi al massimo venire
in chiaro della differenza e spiegarci, sulla
base di quello che è un determinismo in
definitiva, spiegarci perché gli uni sì
e gli altri no. Possiamo piuttosto interrogarci
su quello che segue, su quello che seguirà:
un lento processo dolorosissimo di presa di coscienza.
Questo è il vero problema. E' accaduto.
La ragione è che non ce n'è nessuna.
La ragione è che loro hanno scelto di farlo
ed altri non hanno scelto di farlo. Naturalmente
questo scegliere non deve essere inteso nel senso
banale. Questo scegliere affonda in una profondità
dove la responsabilità è parola
povera. Bisogna forse usarne altre. La parola
colpa è già parola più ricca.
Qual è la differenza tra responsabilità
e colpa? La responsabilità è quella
di cui un giudice, un tribunale mi può
accusare perché presuppone una mia intenzione
precisa. La colpa invece è qualche cosa
di più profondo. È qualche cosa
che io ho compiuto senza rendermi conto di quello
che facevo e tuttavia l'ho fatto. Edipo. Ecco
perché qui entriamo senza riserve nel dominio
del tragico. Nessun tribunale avrebbe potuto accusare
Edipo di aver ucciso suo padre, non sapeva mica
che era suo padre, lui era figlio di un re, era
nel suo diritto tagliare la gola a un tanghero
che gli attraversava la strada, era nel suo diritto
secondo il diritto arcaico dei greci. E tuttavia
Edipo lentamente, dolorosamente, si rende conto
che quello che ha fatto non volendolo in realtà
l'ha fatto volendolo. Ben prima di Freud i tragici
ci insegnano che la colpa è qualche cosa
di ambiguo, di paradossale ma di profondamente
umano e l'uomo deve partire da lì".
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