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Il senso del male - domanda 5

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"Paolo Maria Ciminelli le chiede: "Qual è la differenza per cui a parità di condizioni esterne, oggettive, uno arriva ad uccidere, ad agire il male come diceva lei poco fa Professore, e il novantanove no? Quell'uno prova una rabbia, un odio, un male quantitativamente più forti oppure ha meno mezzi a disposizione per filtrarli, elaborarli, trasformarli?"


"Effettivamente le cose stanno così. Ciò che sconcerta di fronte a gesti estremi e rari anche se gesti che si ripetono, uccidere i propri genitori - le cronache ci confermano come si tratti di fatti che si ripetono - è questo: perché è toccato a loro fare quello che hanno fatto? Se noi ci interroghiamo, esaminiamo le condizioni esterne sono quelle: famiglie normali, ragazzi normali, questa normalità che non sappiamo bene che cosa sia. Ecco, io non mi preoccuperei tanto di andare alla ricerca delle eventuali ragioni che spieghino questo. Partirei dal fatto che a parità di condizioni alcuni fanno quello che la stragrande maggioranza non fa. Questo dovrebbe dirci qualche cosa che spesso dimentichiamo e cioè che c'è un elemento di libertà, di libertà irriducibile nella scelta che ciascuno fa. Si dirà: ma non sapevano quello che facevano. Certo. Ma dopo che l'hanno fatto la sola chance che hanno è l'anamnesi, il riconoscimento che quello che hanno fatto, l'hanno fatto. Io non credo che né le tecniche di cui disponiamo non possano anche raffinandosi al massimo venire in chiaro della differenza e spiegarci, sulla base di quello che è un determinismo in definitiva, spiegarci perché gli uni sì e gli altri no. Possiamo piuttosto interrogarci su quello che segue, su quello che seguirà: un lento processo dolorosissimo di presa di coscienza. Questo è il vero problema. E' accaduto. La ragione è che non ce n'è nessuna. La ragione è che loro hanno scelto di farlo ed altri non hanno scelto di farlo. Naturalmente questo scegliere non deve essere inteso nel senso banale. Questo scegliere affonda in una profondità dove la responsabilità è parola povera. Bisogna forse usarne altre. La parola colpa è già parola più ricca. Qual è la differenza tra responsabilità e colpa? La responsabilità è quella di cui un giudice, un tribunale mi può accusare perché presuppone una mia intenzione precisa. La colpa invece è qualche cosa di più profondo. È qualche cosa che io ho compiuto senza rendermi conto di quello che facevo e tuttavia l'ho fatto. Edipo. Ecco perché qui entriamo senza riserve nel dominio del tragico. Nessun tribunale avrebbe potuto accusare Edipo di aver ucciso suo padre, non sapeva mica che era suo padre, lui era figlio di un re, era nel suo diritto tagliare la gola a un tanghero che gli attraversava la strada, era nel suo diritto secondo il diritto arcaico dei greci. E tuttavia Edipo lentamente, dolorosamente, si rende conto che quello che ha fatto non volendolo in realtà l'ha fatto volendolo. Ben prima di Freud i tragici ci insegnano che la colpa è qualche cosa di ambiguo, di paradossale ma di profondamente umano e l'uomo deve partire da lì".

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