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Lei prima ha fatto riferimento ai malati terminali
- dunque ai soggetti più interessati eventualmente
all'eutanasia - se anche in Italia dovesse diventare
legge dello Stato come è avvenuto in Olanda. La
domanda di Valeria Ciotti ripropone proprio questo
argomento dal punto di vista del malato terminale:
"L'eutanasia, esercitata in favore di un malato
terminale che ne fa esplicita richiesta, non diventa
una forma legalizzata di suicidio disponibile
per chi è ormai fisicamente impossibilitato a
praticarlo?"
"La connessione
tra eutanasia e suicidio è stata ovviamente discussa.
Quasi sempre viene proposta la stretta connessione
tra eutanasia e suicidio da coloro che intendono
negare la liceità dell'eutanasia. In una recente
sentenza della Corte Suprema americana questo
aspetto è emerso in maniera molto evidente e nella
letteratura avversa all'eutanasia questa connessione
è ribadita. In realtà tra eutanasia e suicidio
c'è una sostanziale differenza. L'eutanasia, almeno
così come in questo momento viene teorizzata e
viene praticata nei Paesi nei quali viene praticata,
implica che una persona sia nella condizione di
malattia terminale, che la persona sia giudicata
inguaribile da un collegio di medici, che la persona
abbia forti sofferenze. Che cosa distingue l'eutanasia
dal suicidio? Il suicidio è la soppressione della
propria vita fatta per una varietà molto ampia
di ragioni e nel suicidio il suicida non si affida
a un medico. Nel suicidio è lui che decide. Eventualmente
nel suicidio assistito può chiedere l'assistenza
di un medico, ma è lui che decide di sopprimere
la propria vita. Dire che l'eutanasia è un suicidio
perché richiede la deliberazione di una persona
sulla propria vita mi pare un errore di carattere
logico. Certamente uccidere una persona per certi
versi è sempre la stessa cosa, ma altro è uccidere
un amico perché si è gelosi, altro invece è uccidere
una persona per legittima difesa. Sono due cose
completamente diverse". .
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