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Mario Marino
le chiede: "Quale idea di Stato matura in
Italia durante il ventennio fascista e quale influenza
secondo lei ha avuto questa esperienza da un punto
di vista culturale e politico-istituzionale sulla
costruzione, o mancata costruzione, dell'idea
di Stato in Italia nella successiva età
repubblicana?"
"Credo che l'idea di Stato del fascismo maturi
in epoca pre-fascista. Credo cioè che per
cinquant'anni il pensiero politico e la filosofia
del nostro Paese si siano posti il problema di
educare gli italiani. È un'idea profondamente
hegeliana, è l'idea che ha Croce, che ha
Spaventa prima di lui, che ha poi Giovanni Gentile
ed è l'idea che lo Stato debba in qualche
modo fare la nazione, debba fare il qualche modo
gli italiani. Da qui nasce l'impronta autoritaria
che poi si trasmette al fascismo. È un'impronta
che, va detto, è condivisa anche nell'epoca
pre-fascista, da alcune esperienze, non solo dalla
destra storica ma anche dalla sinistra, se si
pensa a Crispi e a tante altre esperienze autoritarie
pur nell'ambito della democrazia. Il tentativo
del fascismo è quello di raddrizzare le
gambe agli italiani, questo è un pò
il progetto anche esplicitato da Mussolini ed
è il progetto che anima anche l'idea di
Stato etico, come lo hanno concepito i suoi due
maggiori teorici che sono Giovanni Gentile per
la parte filosofica e istituzionale e Alfredo
Rocco per la parte giuridica. I due grandi filosofi
e storici e pensatori hanno infatti immaginato
che l'Italia dovesse essere una sorta di realtà
culturale e sentimentale a cui mancava però
una realtà politica istituzionale e allora
considerando che eravamo nel secolo della integrazione
delle masse nello Stato e considerando che c'era
il fenomeno di nazionalizzazione delle masse,
di cui ha parlato tra l'altro Mosse relativamente
alla questione tedesca, si pone quindi il problema
di uno Stato che interviene, di uno Stato che
eticamente vuole correggere il Paese e di uno
Stato che vuole in effetti, come dire, contagiare
gli italiani trasmettendo un senso di appartenenza
allo Stato. Quindi non più patria in un
senso puramente sentimentale, naturale e direi
quasi emozionale ma patria come legame forte con
le istituzioni, patria come mobilitazione di massa.
Ci sono grandi trasformazioni, c'è una
modernizzazione oggettiva della nostra società,
ci sono standard di sviluppo molto alti, opere
pubbliche di grande importanza, dall'altra parte
c'è l'aspetto invece coercitivo, c'è
l'obbligo in qualche modo degli italiani a riconoscersi
nello Stato, c'è la costrizione, c'è
la cartolina precetto per intenderci. Quindi di
questa ambiguità si nutre l'idea di Stato
ma è un'idea che, ripeto, non nasce col
fascismo ma è profondamente pre-fascista".
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