|
Torna all'elenco delle
domande
7
Rai Educational: "Da quello che ha detto Lei ora
e anche nelle risposte precedenti sembra che la
medicina, il progresso della medicina, sia un
po' l'orizzonte entro cui calare l'eutanasia.
Forse non ci sarebbe eutanasia se non ci fosse
stato un progresso così forte e così accelerato
della medicina, cioè la disponibilità di una assistenza
alla morte e anche una articolazione di questa
assistenza. È così o un'impressione errata?".
"No, l'impressione è corretta.
Io credo che effettivamente siano stati i progressi
della medicina, i modi in cui si è configurata
la medicina contemporanea, che hanno diffuso la
sensibilità per questo problema. Intanto si vive
di più. Si vive di più e questa prospettiva, questa
attesa di vita più lunga rende il problema della
morte un problema che a un certo momento si presenta.
Per un uomo che muore improvvisamente a quaranta,
cinquant'anni forse il problema della morte non
si presenta neppure. Ma via via che la sua vita
procede è chiaro che il problema della morte si
presenta sempre di più. In secondo luogo, si muore
sempre meno a casa. E su questo dirò una cosa
secondo me importante. Si muore nelle mani dei
medici, questa è la cosa importante. L'eutanasia
è anche timore che ad un certo momento, proprio
quando varrebbe la pena di far valere quello che
si vuol fare di se stessi, non si è più padroni
di se stessi, perché il meccanismo medico e, non
dimentichiamo, medico-giuridico, si impossessa
della faccenda. Vorrei insistere su questo aspetto:
non si muore a casa. Una volta, quando si moriva
a casa, l'eutanasia era molto più frequente. Io
non so se sia vero quello che si raccontava nella
mia famiglia, ma si raccontava che un mio nonno
era morto per eutanasia e si raccontava come una
storia bella. Era un uomo che soffriva, a un certo
momento il medico di famiglia viene e dice non
facciamolo più soffrire, non lo avvelena ma -
forse la cosa era un po' ingenua - si pensa: è
un cardiopatico, gli si fa un bagno caldo, morirà
dolcemente. Ecco, questa è proprio l'idea della
"dolce morte". Era più facile fare ciò perché
c'era una struttura familiare intorno e liberare
una persona dalle sofferenze, non fargli affrontare
delle sofferenze inutili, era una cosa più alla
portata. Adesso si sente molto spesso dire che
se si introduce l'eutanasia i poveri, gli indifesi,
diventeranno vittime della soppressione sociale.
Io non credo, le esperienze che ci sono non danno
indicazioni di questo genere. Oggi, però, l'eutanasia,
nella misura in cui si pratica, è un privilegio
dei ricchi. È un privilegio di persone che hanno
il "medico amico", come diceva Platone, che non
devono temere troppo che i giudici vadano a ficcare
il naso, che hanno una famiglia colta che sa cogliere
certe sfumature e usare i procedimenti giusti.
Ecco, io credo che, certo, la medicina è stata
un po' il detonatore, ma tutto intorno ci sono
questi cambiamenti sociali che hanno cambiato
il modo in cui si imposta questo problema".
|