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Secondo alcuni
storici la mancanza dell'idea dello Stato in Italia
nasce anche dalla non condivisione di sentimenti
comuni; in qualche modo è mancato anche
un momento di narrazione collettiva. In questo
senso la resistenza non costituisce, è
stato detto, una memoria collettiva perché
troppo divide gli italiani. Nel suo ultimo libro
"Di padre in figlio. Elogio della tradizione"
lei fa riferimento alla retorica fascista come
a un momento che non ha colmato questa carenza.
Il richiamo alla romanità non avrebbe avuto
la funzione di questo momento corale, collettivo
di identificazione di un popolo nel proprio Stato,
nella propria nazione. È possibile tracciare
una sorta di parallelismo tra questi due momenti
che abbiamo individuato, non tanto ovviamente
in termini politici, ma quanto proprio di modalità
espressive, tra quindi momento della Resistenza
e momento della retorica fascista?
"Io direi innanzitutto questo: il fascismo
è stato comunque il periodo nel quale è
avvenuto il maggior tasso di integrazione delle
masse nello Stato e la maggiore tensione di riconoscibilità
di una identità nazionale, di una appartenenza.
Che questo sia avvenuto militarizzando la società
è inutile aggiungerlo. Ma che sia avvenuto
di fatto in quel momento un particolare grado
di osmosi tra società civile e società
politica è un dato di fatto non reversibile.
Vero è che però non ha funzionato
nel fascismo né il richiamo al Risorgimento
che è rimasto comunque un richiamo elitario,
né il richiamo alla romanità che
è apparso troppo lontano, troppo in conflitto
con la religione cattolica del nostro Paese e
quindi un ritorno di paganesimo e alle volte troppo
finto da questo punto di vista retorico, troppo
di cartapesta come si suol dire e quindi questo
non ha determinato un preciso coinvolgimento culturale.
Credo che un fenomeno analogo e diverso sia avvenuto
con la Resistenza, perché la resistenza
celebrava un momento di massima frattura del nostro
paese in cui c'erano sostanzialmente tre Italie:
c'era un'Italia fascista che continuava ad essere
fascista, un'Italia antifascista, che appunto
prendeva la via delle armi e un'Italia, la cosiddetta
"zona grigia", che non era né
fascista né antifascista che era l'Italia
dei più e che non sopportava né
la retorica fascista né diciamo una certa
retorica resistenziale e una certa lotta che si
veniva a creare e che poi tagliava trasversalmente
l'Italia cioè la guerra civile. Quindi
anche questo riferimento non ha avuto la forza
di far rinascere nel nostro Paese un sentimento
di appartenenza nazionale. È nato un sentimento
di appartenenza ideologica, cioè una parte
di Italia si è riconosciuta nella Resistenza
ma contro il resto d'Italia così come una
parte d'Italia si è riconosciuta in questo
caso minoritaria nella esperienza della Repubblica
sociale e ha continuato a considerarsi separata
dal resto d'Italia e poi appunto una larga Italia,
quella che ereditava la zona grigia della guerra
del periodo '43-'45, che non si è considerata
né figlia della Resistenza né figlia
del fascismo e che ha preferito addormentare l'identità
nazionale ritenendo che non fosse frutto né
dell'una né dell'altra ma che sopravvivesse
nonostante la politica. Ecco credo che ci si debba
porre a questo punto il problema di una rifondazione
della identità nazionale e naturalmente
le basi non possono essere quelle che sono state
finora bruciate e che si sono finora rivelate
non in grado di creare osmosi nel nostro Paese.
Credo che a questo punto le alternative siano
sostanzialmente due: o il riferimento alla tradizione
del nostro Paese attraverso tutti i secoli e quindi
a un carattere nazionale, a una mentalità
acquisita e stratificata attraverso varie esperienze
o alla costituzione e quindi il riferimento ad
un patto costituzionale. Queste credo che siano
ormai le due alternative, le due scelte che sono
possibili nella attuale situazione".
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