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Il senso dello Stato - domanda 8

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Secondo alcuni storici la mancanza dell'idea dello Stato in Italia nasce anche dalla non condivisione di sentimenti comuni; in qualche modo è mancato anche un momento di narrazione collettiva. In questo senso la resistenza non costituisce, è stato detto, una memoria collettiva perché troppo divide gli italiani. Nel suo ultimo libro "Di padre in figlio. Elogio della tradizione" lei fa riferimento alla retorica fascista come a un momento che non ha colmato questa carenza. Il richiamo alla romanità non avrebbe avuto la funzione di questo momento corale, collettivo di identificazione di un popolo nel proprio Stato, nella propria nazione. È possibile tracciare una sorta di parallelismo tra questi due momenti che abbiamo individuato, non tanto ovviamente in termini politici, ma quanto proprio di modalità espressive, tra quindi momento della Resistenza e momento della retorica fascista?
"Io direi innanzitutto questo: il fascismo è stato comunque il periodo nel quale è avvenuto il maggior tasso di integrazione delle masse nello Stato e la maggiore tensione di riconoscibilità di una identità nazionale, di una appartenenza. Che questo sia avvenuto militarizzando la società è inutile aggiungerlo. Ma che sia avvenuto di fatto in quel momento un particolare grado di osmosi tra società civile e società politica è un dato di fatto non reversibile. Vero è che però non ha funzionato nel fascismo né il richiamo al Risorgimento che è rimasto comunque un richiamo elitario, né il richiamo alla romanità che è apparso troppo lontano, troppo in conflitto con la religione cattolica del nostro Paese e quindi un ritorno di paganesimo e alle volte troppo finto da questo punto di vista retorico, troppo di cartapesta come si suol dire e quindi questo non ha determinato un preciso coinvolgimento culturale. Credo che un fenomeno analogo e diverso sia avvenuto con la Resistenza, perché la resistenza celebrava un momento di massima frattura del nostro paese in cui c'erano sostanzialmente tre Italie: c'era un'Italia fascista che continuava ad essere fascista, un'Italia antifascista, che appunto prendeva la via delle armi e un'Italia, la cosiddetta "zona grigia", che non era né fascista né antifascista che era l'Italia dei più e che non sopportava né la retorica fascista né diciamo una certa retorica resistenziale e una certa lotta che si veniva a creare e che poi tagliava trasversalmente l'Italia cioè la guerra civile. Quindi anche questo riferimento non ha avuto la forza di far rinascere nel nostro Paese un sentimento di appartenenza nazionale. È nato un sentimento di appartenenza ideologica, cioè una parte di Italia si è riconosciuta nella Resistenza ma contro il resto d'Italia così come una parte d'Italia si è riconosciuta in questo caso minoritaria nella esperienza della Repubblica sociale e ha continuato a considerarsi separata dal resto d'Italia e poi appunto una larga Italia, quella che ereditava la zona grigia della guerra del periodo '43-'45, che non si è considerata né figlia della Resistenza né figlia del fascismo e che ha preferito addormentare l'identità nazionale ritenendo che non fosse frutto né dell'una né dell'altra ma che sopravvivesse nonostante la politica. Ecco credo che ci si debba porre a questo punto il problema di una rifondazione della identità nazionale e naturalmente le basi non possono essere quelle che sono state finora bruciate e che si sono finora rivelate non in grado di creare osmosi nel nostro Paese. Credo che a questo punto le alternative siano sostanzialmente due: o il riferimento alla tradizione del nostro Paese attraverso tutti i secoli e quindi a un carattere nazionale, a una mentalità acquisita e stratificata attraverso varie esperienze o alla costituzione e quindi il riferimento ad un patto costituzionale. Queste credo che siano ormai le due alternative, le due scelte che sono possibili nella attuale situazione".

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