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L'eutanasia - domanda 9

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Torniamo ad affrontare il tema dell'eutanasia da un punto di vista più pragmatico. Nazareno Quercia chiede: "Professor Viano, a suo parere, quale tipo di preparazione dovrebbero avere i medici e gli psicologi che si occupano di chi ha scelto l'eutanasia?"

"Risponderò a questa domanda, ma forse è bene inquadrarla in una prospettiva più generale. Molto spesso si dice che l'eutanasia è una specie di resa nei confronti della malattia nella sua fase terminale, che non si può far nulla, quindi tanto vale interrompere la vita del paziente. Su questa interpretazione dell'eutanasia si basano le prospettive più nere: aumenterà il numero delle persone che sopprimeremo, diminuirà il numero delle persone curabili. Io credo che sia importante presentare l'eutanasia in un contesto più profondo. Noi abbiamo il problema di curare e di rendere possibile vita e scelte dei malati terminali, quindi dobbiamo anche fare tutto il possibile per rendere il più accettabile possibile la vita di coloro che non vogliono sottoporsi all'eutanasia: l'eutanasia deve essere una alternativa, non deve essere un destino. Coloro che non vogliono sottoporsi all'eutanasia devono avere l'assistenza e bisogna organizzare un modo di morire diverso; ci sono tanti progetti e tante discussioni, insomma non è detto che su questo abbiamo le idee ancora del tutto chiare. Ma l'importante è avere chiaro questo: l'eutanasia deve essere una scelta e non un destino. Naturalmente, uno dei problemi che porrà la legalizzazione dell'eutanasia o la pratica dell'eutanasia è la preparazione di medici, infermieri, psicologi che in qualche modo aiutino le persone che hanno bisogno di assistenza nel fare questa scelta. Io credo che via via che questa pratica andrà avanti, se andrà avanti e laddove andrà avanti, diventeranno più precise le domande di questo genere. C'è però anche un'altra prospettiva inquietante: non vorrei che chi decide di praticare l'eutanasia quando la sua vita diventa difficile, o magari soffre, venisse sottoposto a una specie di processo. Scegliere è spesso un diritto, è spesso una necessità; non sempre scegliere è una bella cosa. È vero che l'eutanasia deve essere un atto di scelta, ma non vorrei che la persona sofferente poi fosse costretta a ripeterla più volte di fronte a corpi di esperti o cose di questo genere. C'è nella medicina contemporanea un po' questa tendenza inquisitoria".