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Daniela Semenzato pone un'altra
questione che è quella dei valori e della
trasmissione dei valori e dice: "La mia generazione
non è stata abbastanza brava a trasmettere
ai figli in certi casi non ha voluto farlo il
sapere che legava la tradizione del passato, la
storia privata e pubblica, alla conquista del
futuro. Per i figli quel sapere, per noi così
prezioso, si è svalutato in quanto la tecnologia
ha sovvertito i rapporti di forza tra le generazioni.
Mi sembra che la frattura con i nostri figli sia
più tragica perché priva di contestazione,
di possibilità di trovare articolazione
attraverso il linguaggio. Non è anche questa
possibilità che permette di segnare il
confine tra il bene e il male?"
"Indubbiamente il nostro mondo conosce rispetto
alla tradizione, ai valori che la tradizione trasmetterebbe,
una frattura come in nessun'altra epoca storica.
Vero è anche che i processi di trasformazione,
governati dalla tecnologia, sono tali da mettere
nelle mani dei nostri figli degli strumenti che
noi non abbiamo e quindi è successo qualche
cosa che non era mai successo prima. Le generazioni
giovani sanno più di quanto non sappiano
i padri e tutto questo, naturalmente, ci mette
in conflitto gli uni con gli altri. Ma intanto
io mi chiedo: siamo sicuri che anche in epoche
passate non sia stato precisamente il conflitto
a mettere in moto, a governare, gli stessi rapporti
tra le generazioni e a permettere alle generazioni
che vengono di emanciparsi dalle generazioni da
cui provengono? Siamo sicuri che non ci sia comunque
qualcosa di positivo in tutto ciò? Pensare
alla tradizione come una semplice cinghia di trasmissione,
di valori se non immutabili certo codificati in
modo rigido, pensare la tradizione in questo modo
significa privilegiare quelli che sono dei mondi
statici e chiusi rispetto a quelli che sono, come
in fondo il nostro, dei mondi invece dinamici
e aperti. Certo che questo dinamismo e questa
apertura fanno male, creano una conflittualità
permanente. Anzi, qualche cosa di più che
viene messo in luce giustamente da questa domanda:
creano l'incomunicabilità, l'impossibilità,
l'incapacità di comunicare tra le generazioni.
Tutto questo è molto vero ma io insisto:
un mondo dinamico e aperto è forse preferibile
a un mondo di valori condivisi, che può
condividere questi valori in nome di una staticità
e di una inerzia che non hanno nessun valore morale,
che non hanno nessuna forza liberante. I greci
hanno inventato la tragedia proprio per uscire
dalla staticità di un mondo che riteneva
di poter trasmettere i propri valori ammortizzando
il conflitto fra le generazioni. È così
perché è così, dice il mito,
è così perché è sempre
stato così, fai questo perché questo
è stato fatto dal fondatore della città
e così ha voluto che fosse. Questa è
una concezione violenta, autoritaria del mito,
del mito come contenitore dei valori e di quella
tradizione che, interpretando il mito li trasmette
i valori. Interviene la tragedia a dire: "ma
perché, non mi sta mica bene, perché
devo fare quello che è sempre stato fatto
solo perché è stato fatto all'origine?
È giusto, non è giusto?" Introduco
una categoria, quella di giustizia, che confligge,
entra in collisione con la categoria di autorità.
Questo modello per cui il conflitto prevale sulla
trasmissione dei valori è un modello positivo.
Certo comporta fatica, dolore, lacerazioni talvolta
incomponibili, la tragedia non fa che parlarci
di queste lacerazioni incomponibili ma di lì
bisogna passare".
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