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domande
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Abbiamo parlato del supporto
psicologico, della preparazione psicologica che
dovrebbe avere il personale medico. Vediamo invece
la questione dal punto di vista dei parenti. È
la domanda di Flaminia de Iuliis, che chiede:
"Sono previste delle strutture di supporto psicologico
per i parenti di coloro che scelgono l'eutanasia?
E sono previsti dei colloqui per aiutare questi
ultimi nella loro scelta?"
"Per adesso è difficile capire
che cosa è previsto. Certamente io credo che riguardo
la morte ci siamo un po' inventati noi l'idea
che sia un fatto solitario. C'è tutta una letteratura
secondo la quale quando uno muore si trova solo
con se stesso. Probabilmente non è vero. Sì, qualcuno,
certo, può darsi che muoia in solitudine, ma mediamente
la morte è inserita in un ambiente sociale. Certo,
oggi il rischio è quello di morire in un ospedale,
cioè in una struttura non solo anonima, in cui
prevalgono le preoccupazioni organizzative e amministrative,
ma che in realtà è una struttura fatta per far
vivere, per far vivere il più a lungo possibile,
e nella quale la morte viene pur sempre considerata
un po' come una sconfitta. Molto spesso si sente
dire che era molto meglio quando si moriva in
famiglia. Anche questo non è del tutto vero: c'è
una storia ottimistica della famiglia, dipende
infatti molto dalle famiglie nelle quali si moriva.
Io credo che bisognerebbe introdurre nelle società
contemporanee un'educazione sanitaria, non intesa
in senso tecnico. Quando io ero piccolo - racconto
spesso questa storia - e facevo le scuole elementari,
ogni tanto veniva un medico, che rappresentava
davvero la preoccupazione della società per la
nostra salute, ma questo medico guardava se ci
lavavamo le orecchie oppure no. Ecco, certo non
è più questo il problema. Il problema è insegnare
a delle persone giovani, per le quali la morte
è presumibilmente ancora una cosa lontana, che
dovranno prendere le decisioni su sé stessi, nel
momento in cui tutti diventeranno più o meno malati
terminali. Credo che questo sia importante, cioè
mettere nel calendario delle tante cose che dobbiamo
decidere anche qualche indicazione, qualche direttiva
su come si vorrebbe morire. Credo anche molto
nella utilità di avere una persona cui affidarsi,
una persona che al momento buono decida per noi.
Questa delega di decisione, certo bisogna studiare
bene come realizzarla, a me sembra assai più realistica
che non la tortura sul malato per essere sicuri
che vuole veramente morire. Tutto sommato noi
abbiamo ancora nella nostra letteratura, nella
nostra cultura l'idea che sia bello morire consapevoli,
"morire in piedi": questa mi è sempre sembrata
una crudeltà, già seduto mi sembrerebbe un progresso.
L'idea di morire avendo delegato mi sembrerebbe
una grande liberazione, quella di avere qualcuno
che in quel momento decida per noi".
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