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domande
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Rai Educational: "In quello che Lei dice sembra
di cogliere una critica velata a come è stato
trattato, affrontato fino ad oggi il tema dell'eutanasia,
nel senso che sembra che venga sottolineato un
difetto di comunicazione. È vero o no?"
"Sì, un difetto di comunicazione.
Intanto secondo me l'eutanasia non va esaltata,
non è una cosa bella, è una possibilità in più
che si dà a certe persone in determinate condizioni.
E soprattutto deve entrare in una famiglia di
provvedimenti e di atteggiamenti che sono di rispetto
e di attenzione per il malato terminale. C'è un
ampio percorso, bisogna dire, che si è fatto e
che consiste nel rifiuto dell'accanimento terapeutico.
Adesso questa precauzione, l'attenzione a evitare
l'accanimento terapeutico è ampiamente penetrata
e ha perfino costituito una zona nella quale è
possibile stabilire linee di condotta comuni tra
persone che hanno credenze filosofiche, morali
e religiose di natura diversa. Si può andare molto
più in là se l'eutanasia venisse considerata non
metafisicamente, non una cosa bella in sé, ma
in relazione a quello che è cambiato nella nostra
società, a come è cambiata la medicina. E soprattutto,
ecco questa è la cosa importante, tenendo presente
che l'eutanasia non è mai obbligatoria e non deve
essere mai imposta. È un diritto di chi vuole
seguire una certa strada, ma non è mai una cosa
che deve essere imposta. Qualche volta queste
garanzie possono diventare perfino un peso che
grava sul malato terminale perché quando si va
bene a vedere e si inquisisce se abbia scelto
bene, se non recede dalla propria scelta, spesso
non lo si fa per lui ma lo si fa per gli altri,
per evitare che altri vengano avviati all'eutanasia
quando invece effettivamente non lo vorrebbero".
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