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Il senso dello Stato - domanda 12

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Nell'ottica da lei delineata ora una riforma federalista dello Stato può dare un contributo importante a quest'idea più matura di nazione?
"Penso di sì, ma non mi faccio grandi illusioni. C'è una retorica del federalismo, trasversale, che ormai ha contagiato il nostro Paese da diversi anni. Io partirei innanzitutto da una considerazione cioè che storicamente la cosiddetta Italia dei prefetti cioè l'Italia centralista ha avuto un ruolo importante nel nostro Paese perché lo ha modernizzato, ha consentito il passaggio da una società analfabeta a una società evoluta, ha industrializzato la nostra società. Fermo restando il riconoscimento del ruolo che ha avuto l'Italia dei prefetti, quindi l'Italia centralizzata, non federalista, è vero che oggi le esigenze sono maturate e il necessario ricongiungersi alle identità locali e soprattutto al principio di responsabilizzare in loco sono realmente, come dire, istanze che vanno in qualche modo concretizzate nel nostro Paese. Però è importante che il federalismo non sia concepito come una fuoriuscita dal contesto comunitario ma sia concepito al contrario come il riconoscimento della comunità per gradi, cioè a cominciare dalla comunità locale e non escludendo la comunità nazionale, non escludendo il contesto di un sistema Paese. Quindi quando io sento ad esempio l'ipotesi dell'Europa delle regioni penso con preoccupazione alla eliminazione di un fattore fondativo del nostro Paese e di tutta l'Europa cioè il fattore nazione che va invece integrato all'interno del fattore federalismo, quindi un federalismo compatibile all'interno di un'identità nazionale, con dei contrappesi forti, come può essere ad esempio l'elezione diretta del premier o altri riferimenti come naturalmente il Parlamento unico nazionale ed altri riferimenti di natura identitaria che possono in qualche modo costituire dei contrappesi per questa ricerca di responsabilizzazione in loco che mi sembra un elemento comunque importante per una democrazia moderna".

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