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Nell'ottica
da lei delineata ora una riforma federalista dello
Stato può dare un contributo importante
a quest'idea più matura di nazione?
"Penso di sì, ma non mi faccio grandi
illusioni. C'è una retorica del federalismo,
trasversale, che ormai ha contagiato il nostro
Paese da diversi anni. Io partirei innanzitutto
da una considerazione cioè che storicamente
la cosiddetta Italia dei prefetti cioè
l'Italia centralista ha avuto un ruolo importante
nel nostro Paese perché lo ha modernizzato,
ha consentito il passaggio da una società
analfabeta a una società evoluta, ha industrializzato
la nostra società. Fermo restando il riconoscimento
del ruolo che ha avuto l'Italia dei prefetti,
quindi l'Italia centralizzata, non federalista,
è vero che oggi le esigenze sono maturate
e il necessario ricongiungersi alle identità
locali e soprattutto al principio di responsabilizzare
in loco sono realmente, come dire, istanze che
vanno in qualche modo concretizzate nel nostro
Paese. Però è importante che il
federalismo non sia concepito come una fuoriuscita
dal contesto comunitario ma sia concepito al contrario
come il riconoscimento della comunità per
gradi, cioè a cominciare dalla comunità
locale e non escludendo la comunità nazionale,
non escludendo il contesto di un sistema Paese.
Quindi quando io sento ad esempio l'ipotesi dell'Europa
delle regioni penso con preoccupazione alla eliminazione
di un fattore fondativo del nostro Paese e di
tutta l'Europa cioè il fattore nazione
che va invece integrato all'interno del fattore
federalismo, quindi un federalismo compatibile
all'interno di un'identità nazionale, con
dei contrappesi forti, come può essere
ad esempio l'elezione diretta del premier o altri
riferimenti come naturalmente il Parlamento unico
nazionale ed altri riferimenti di natura identitaria
che possono in qualche modo costituire dei contrappesi
per questa ricerca di responsabilizzazione in
loco che mi sembra un elemento comunque importante
per una democrazia moderna".
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