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domande
Paola Betti
Le chiede: "Oggi siamo a conoscenza
di elementi che ignoravamo al momento dell'intervento
della NATO in Kosovo. L'uso dell'uranio impoverito,
la posizione pacifista ispirata a meri interessi
affaristici, e così via, Le hanno fatto cambiare
idea sulla possibilità che la guerra possa essere
giusta? E poi vorrei sapere da dove nasce filosoficamente
questa idea.".
"Io fondamentalmente, se
anche ne ho parlato, credo di avere usata questa
espressione "guerra giusta", la uso
e l'ho usata, soltanto nei limiti in cui mi pare
che la finitezza della esistenza umana comporti
anche l'accettazione di certe situazioni di tensione,
di violenza inevitabile, come l'autodifesa, la
legittima difesa. Però “legittima” è già diverso
da “giusta”; la legge non punisce, per esempio,
la legittima difesa; tuttavia il Vangelo dice
di porger l'altra guancia. Però quando dice di
porger l'altra guancia, ammette che è un ideale,
tanto che viene chiamato, nella tradizione dell'etica
cristiana, l'etica dei consigli evangelici. I
consigli evangelici sono quelli che stanno alla
base della scelta della vita religiosa, del voto
di castità, povertà e obbedienza, che non è imposto
a tutti dai comandamenti, ma è raccomandato. Qualcosa
del genere, forse, vale nel caso dell'uso della
violenza nei rapporti interpersonali quotidiani.
Ci sono delle situazioni in cui evangelicamente
dovremmo porgere l'altra guancia. Non riusciremmo
a immaginare Gesù Cristo al comando di un bombardiere,
per esempio. E tuttavia era Gesù Cristo, aveva
le sue legioni di angeli, che non usava ma che
avrebbe potuto usare. Noi non abbiamo legioni
di angeli ai nostri comandi; non possiamo comandare
alle tempeste di quietarsi, come sul lago o nella
pesca miracolosa: quindi siamo degli esseri finiti
e la guerra può essere legittima, anche se non
giusta nel senso assoluto. Tuttavia la filosofia
ha parlato anche di guerra giusta, e credo non
con questo tono in cui pare a me di doverne parlare,
ma con un tono per cui nell'ordine dell'esistenza
c'è una specie di giustizia nell’agire. Per esempio
non dico che viga più la legge del taglione, ma
certo l'equilibrio della giustizia che dice: “Unicuique
suum”, “A ciascuno il suo”. Può anche comportare
che se tu mi getti una bomba sulla testa, io te
ne getto una a mia volta. Quindi non è difficile
cogliere, nella storia del pensiero, le ragioni
della guerra giusta. La filosofia ha potuto parlare
di guerra giusta in senso forte, per così dire,
non solo giustificata, come inevitabile, quando
ha creduto di poter fare un discorso rigoroso
sulla dipendenza della legge morale dalla nostra
natura. Siccome, naturalmente, noi siamo fatti
per vivere, se uno minaccia la nostra vita dobbiamo
difenderla. Non solo possiamo, ma dobbiamo. Tanto
che, da questo punto di vista, bisognerebbe vedere
fino a che punto porger l'altra guancia sia contraddittorio.
Questo però oggi la filosofia non lo può fare,
non lo fa più. Cioè, continuare a pensare che
c'è una essenza dell'uomo da cui dipendono i comandi
morali a cui deve soggiacere, a cui deve sottomettersi,
che in quest'essenza ci sia ovviamente anche l'impulso
alla sopravvivenza, a difendere la propria vita,
la propria prole, la propria famiglia, la propria
proprietà, tutto questo la filosofia di oggi per
lo più non lo dice. E quindi è più difficile parlare
filosoficamente di guerra giusta. La filosofia
è diventata molto più consapevole in generale
della propria parzialità. L'esistenzialismo novecentesco
ha legato tutto il progetto da cui dipende la
conoscenza che noi abbiamo del mondo, alla nostra
concreta esistenza storica e anche individuale.
Se io non avessi degli interessi al mondo, non
vedrei neanche la differenza tra una sedia e un
tavolo. È perché devo sedermi, voglio sedermi,
per scrivere una lettera, che distinguo le cose
tra di loro. Il mondo mi appare come un mondo
articolato nella misura in cui porto un progetto
di cambiamento, un progetto di azione, un progetto
di trasformazione: e questi progetti, però, sono
sempre qualificati, o individualmente o storicamente.
In quanto sono un italiano del 2001 penso in un
certo modo, comunque progetto in un certo modo.
Non è che sia così necessariamente, ma in linea
di partenza è così. Questo però, ovviamente, sul
piano delle scelte etiche, dei rapporti con gli
altri, e quindi anche dell'accettare o no la violenza,
comporta molte più cautele insomma. Nessuno si
sognerebbe più davvero di legittimare filosoficamente,
in modo forte, la giustizia di una guerra".
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