"Certo che sarebbe meglio,
quando è possibile, perché la violenza della guerra
reagisce già ad un'altra situazione di violenza.
Quindi, semmai, qui il discorso riguarda tutto
quell'insieme di tematiche che hanno a che fare
con la guerra umanitaria, per esempio: la guerra
umanitaria, negli ultimi anni, si è sempre più
venuta definendo come intervento in una situazione,
che è anche remota dai confini del nostro Paese,
che non minaccia direttamente la nostra sopravvivenza,
e che tuttavia merita un intervento. Anche a me
è parso abbastanza logico pensare che la guerra
fosse legittima quando reagiva ad una minaccia
attuale, vicina. Se invadono i confini italiani,
vengono a Torino, mettono a ferro e fuoco, posso
sparare. Se invece a Timor Est succede qualche
cosa, è legittimo che io mandi delle truppe? In
una prima battuta potrebbe sembrare un criterio
molto ragionevole quello della territorialità.
Del resto gli Stati, finora, sono andati avanti
così: tendenzialmente è il principio di non ingerenza.
Poniamo la domanda così: se Hitler si fosse limitato
a sterminare gli ebrei tedeschi, rigorosamente
all'interno dei suoi confini, noi ci saremmo sentiti
legittimati a non intervenire? Questo è la domanda
essenziale. Se io fossi stato un governante ai
tempi in cui si sapeva già che Hitler sterminava
gli ebrei nei campi di sterminio, e mi fossi limitato
a dire: "Non sono legittimato a ingerire
negli affari interni di un altro Stato",
oggi mi sentirei moralmente giustificato o no?
Naturalmente l'elemento della conoscenza della
situazione è sempre molto importante. Ecco perché
oggi molti di noi, che hanno sostenuto che la
guerra del Kosovo andava fatta, non che fosse
giusta ma che era legittima, giustificata, possono
avere più dubbi: perché si sono venuti a sapere
dei modi in cui si è svolta. Insomma, ci sono
più dubbi. Ci sono più dubbi sulla legittimità
e sul quadro che avevamo della situazione. Però
bisogna anche tener conto di questo: che della
violenza della guerra fa parte il fatto che nessuno
ha mai il quadro completo della situazione. Persino
gli Alleati, quando combattevano contro Hitler,
fin dall’inizio non avevano consapevolezza di
cosa succedesse nei campi di sterminio, a quanto
sostengono, a quanto si ritiene. La mancanza di
informazioni complete ci metterebbe nella condizione
di sospendere il giudizio; ma, in certe situazioni,
quel poco che sappiamo sembra richiedere da noi
una decisione: e anche quel poco che sappiamo,
in un mondo che è sempre più integrato, non fa
sì che Timor Est agisca sulla mia vita, direttamente,
ma agisce sulla mia coscienza. La sospensione
del giudizio, in certi casi, è la cosa migliore.
Noi, come cittadini privati, spesso lo possiamo
fare. Talvolta i governi, che sono membri di alleanze,
membri di corpi internazionali come l'ONU, non
possono sospendere il giudizio: allora devono
regolarsi il più ragionevolmente possibile, ma
anche prendendo posizione".
Quindi anche davanti a eventi
molto drammatici noi in qualche modo esercitiamo
una facoltà di giudizio circoscritta, vigilata.
Questo accade in un mondo in cui, invece, la quantità
di informazione e la famosa globalizzazione, teoricamente,
ci dovrebbero mettere tutti a contatto gli uni
con gli altri e tutti profondamente informati.
"L’informazione, la globalizzazione
anche dell’informazione è tale per cui, per quanto
manipolata possa essere, ma da qualche parte la
quantità di informazione c'è. Mancano, però, le
possibilità di un intervento seriamente deliberato.
È il caso della questione del Kosovo: nel Kosovo
è intervenuto un organo che, a rigore, non ne
aveva i poteri formali, nel senso che era la NATO
a nome dell'ONU, ma c'era tutto un meccanismo
di legittimazione. Dal punto di vista di molti
di noi che hanno sostenuto la legittimità relativa
di quella guerra, era come se noi dovessimo superare
certi ostacoli burocratici per fare un'azione
giusta. È come chiedere l'intervento del poliziotto
e questo risponde: "No, in questo quartiere
non mi riguarda. Telefoni.", mentre intanto
qualcuno mi sta scannando. Quindi c'è tutto un
problema di adeguare gli organi di decisione alle
capacità di informazione. Per tornare un momento
alla mia qualità di parlamentare europeo, quello
che noi facciamo è sostenere che un potere più
democraticamente unitario dell'Europa corrisponderebbe
meglio a queste dimensioni sovranazionali dell'economia,
della criminalità e anche della violenza. Qui
sono i nostri problemi. Però è come una malattia
di crescita la nostra. In altri termini, non è
che siamo più infelici perché abbiamo più capacità
di informazione; è che siamo più maturi e dobbiamo
adeguarci alle nostre possibilità. Non possiamo
più sopportare che a Timor Est succedano certe
cose in coscienza. Se poi quelli lo vogliono sopportare
e reagiscono con le armi, sono fatti loro; però
noi, ragionevolmente, ci troviamo nella condizione
di dover decidere una qualche azione rispetto
a questa situazione".