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L'uranio impoverito - domanda 3

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Paola Betti chiede ancora: "Come possiamo decidere sulla giustezza o meno della guerra, se non siamo in possesso di tutti gli elementi per giudicare? Di fronte a questa conoscenza imperfetta non è eticamente più corretto sospendere il giudizio?". 

"Certo che sarebbe meglio, quando è possibile, perché la violenza della guerra reagisce già ad un'altra situazione di violenza. Quindi, semmai, qui il discorso riguarda tutto quell'insieme di tematiche che hanno a che fare con la guerra umanitaria, per esempio: la guerra umanitaria, negli ultimi anni, si è sempre più venuta definendo come intervento in una situazione, che è anche remota dai confini del nostro Paese, che non minaccia direttamente la nostra sopravvivenza, e che tuttavia merita un intervento. Anche a me è parso abbastanza logico pensare che la guerra fosse legittima quando reagiva ad una minaccia attuale, vicina. Se invadono i confini italiani, vengono a Torino, mettono a ferro e fuoco, posso sparare. Se invece a Timor Est succede qualche cosa, è legittimo che io mandi delle truppe? In una prima battuta potrebbe sembrare un criterio molto ragionevole quello della territorialità. Del resto gli Stati, finora, sono andati avanti così: tendenzialmente è il principio di non ingerenza. Poniamo la domanda così: se Hitler si fosse limitato a sterminare gli ebrei tedeschi, rigorosamente all'interno dei suoi confini, noi ci saremmo sentiti legittimati a non intervenire? Questo è la domanda essenziale. Se io fossi stato un governante ai tempi in cui si sapeva già che Hitler sterminava gli ebrei nei campi di sterminio, e mi fossi limitato a dire: "Non sono legittimato a ingerire negli affari interni di un altro Stato", oggi mi sentirei moralmente giustificato o no? Naturalmente l'elemento della conoscenza della situazione è sempre molto importante. Ecco perché oggi molti di noi, che hanno sostenuto che la guerra del Kosovo andava fatta, non che fosse giusta ma che era legittima, giustificata, possono avere più dubbi: perché si sono venuti a sapere dei modi in cui si è svolta. Insomma, ci sono più dubbi. Ci sono più dubbi sulla legittimità e sul quadro che avevamo della situazione. Però bisogna anche tener conto di questo: che della violenza della guerra fa parte il fatto che nessuno ha mai il quadro completo della situazione. Persino gli Alleati, quando combattevano contro Hitler, fin dall’inizio non avevano consapevolezza di cosa succedesse nei campi di sterminio, a quanto sostengono, a quanto si ritiene. La mancanza di informazioni complete ci metterebbe nella condizione di sospendere il giudizio; ma, in certe situazioni, quel poco che sappiamo sembra richiedere da noi una decisione: e anche quel poco che sappiamo, in un mondo che è sempre più integrato, non fa sì che Timor Est agisca sulla mia vita, direttamente, ma agisce sulla mia coscienza. La sospensione del giudizio, in certi casi, è la cosa migliore. Noi, come cittadini privati, spesso lo possiamo fare. Talvolta i governi, che sono membri di alleanze, membri di corpi internazionali come l'ONU, non possono sospendere il giudizio: allora devono regolarsi il più ragionevolmente possibile, ma anche prendendo posizione".

Quindi anche davanti a eventi molto drammatici noi in qualche modo esercitiamo una facoltà di giudizio circoscritta, vigilata. Questo accade in un mondo in cui, invece, la quantità di informazione e la famosa globalizzazione, teoricamente, ci dovrebbero mettere tutti a contatto gli uni con gli altri e tutti profondamente informati. 

"L’informazione, la globalizzazione anche dell’informazione è tale per cui, per quanto manipolata possa essere, ma da qualche parte la quantità di informazione c'è. Mancano, però, le possibilità di un intervento seriamente deliberato. È il caso della questione del Kosovo: nel Kosovo è intervenuto un organo che, a rigore, non ne aveva i poteri formali, nel senso che era la NATO a nome dell'ONU, ma c'era tutto un meccanismo di legittimazione. Dal punto di vista di molti di noi che hanno sostenuto la legittimità relativa di quella guerra, era come se noi dovessimo superare certi ostacoli burocratici per fare un'azione giusta. È come chiedere l'intervento del poliziotto e questo risponde: "No, in questo quartiere non mi riguarda. Telefoni.", mentre intanto qualcuno mi sta scannando. Quindi c'è tutto un problema di adeguare gli organi di decisione alle capacità di informazione. Per tornare un momento alla mia qualità di parlamentare europeo, quello che noi facciamo è sostenere che un potere più democraticamente unitario dell'Europa corrisponderebbe meglio a queste dimensioni sovranazionali dell'economia, della criminalità e anche della violenza. Qui sono i nostri problemi. Però è come una malattia di crescita la nostra. In altri termini, non è che siamo più infelici perché abbiamo più capacità di informazione; è che siamo più maturi e dobbiamo adeguarci alle nostre possibilità. Non possiamo più sopportare che a Timor Est succedano certe cose in coscienza. Se poi quelli lo vogliono sopportare e reagiscono con le armi, sono fatti loro; però noi, ragionevolmente, ci troviamo nella condizione di dover decidere una qualche azione rispetto a questa situazione".

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