"Sì. Oddio, temo che ci
siano state anche delle mamme guerrafondaie nella
storia; però resta vero che le mamme sono sempre
state l'ultima risorsa, insomma, anche nella lotta
contro le dittature. Pensate alle madri nella
Piazza di Maggio, a Buenos Aires, . Questo è una
cosa che merita tutto il rispetto e non va appunto
ridotto al termine del mammismo. È vero che questa
inclinazione, soprattutto delle mamme, delle madri,
o delle donne probabilmente, a non amare la guerra
- che si è visto poi anche le donne non sono state
nel servizio militare fino agli anni recenti -
fa parte probabilmente di una situazione che,
alla fine, rientra in ciò che avevano sempre osservato
le femministe, i movimenti femministi sulla nostra
storia. Cioè: noi siamo una civiltà maschilista
in molti sensi. Ora, persino il fatto che si usi
ancora la guerra per la sistemazione delle controversie
internazionali, può darsi che sia anche un aspetto
del machismo,
del maschilismo della nostra tradizione. È un
po' vero questo: che un ascolto maggiore delle
ragioni delle donne, Antigone contro Creonte,
forse ci condurrà anche, potrebbe condurci anche
a una politica meno aperta all'esito della guerra".
"Che idea si è fatto,
come Le è sembrato che abbiano trattato i mass media la questione uranio impoverito. Che cosa ci insegna? Ossia,
ci insegna qualcosa questo tipo di trattazione,
dalla grande enfasi iniziale a quel silenzio,
la titubanza, i dubbi?
"Credo che sia una specie
di limite fisiologico dei media
questo. Cioè, non riesco a vedere come si potrebbe
rimediare, perché l'informazione è oggi molto
intensa, molto diffusa. Ci sono molte catene televisive,
molti giornali. Tra queste fonti di informazione
si hanno delle normali, fisiologiche competizioni,
concorrenze: c'è poco da dire. Per farsi sentire
bisogna gridare. Del resto, già nei vecchi manuali
di giornalismo c'è: “Se il cane morde il padrone,
non fa notizia. Se il padrone morde il cane sì”:
che vuol dire? L'informazione ha bisogno di qualche
emergenza dalla situazione ordinaria. Allora il
meccanismo dell'informazione tende a esagerare
i contenuti, a esagerare le tematiche. Quindi,
vien fuori la questione dell'uranio impoverito?
Innanzi tutto bisogna allarmare. Anche perché
nei casi in cui ci va di mezzo la salute, è meglio
allarmarsi troppo che non allarmarsi affatto.
E poi, naturalmente, c'è tutta una specie di reazione
opposta perché, quando si scopre, ad esempio,
che non ci sono prove positive, ma solo epidemiologiche
e molto, molto vaghe, nel senso che non è stata
fatta una ricerca epidemiologica mirata su quello
- a proposito della connessione tra leucemia e
uso della ... - la gente, la notizia tende a ridimensionarsi
persino troppo. Non credo che si possa fare niente
che dipenda dalla malvagità di qualcuno. Credo
che, tutto sommato, preferisco vivere in questa
società qui, dove comparando i diversi mezzi di
informazione, posso anche, in qualche modo, riequilibrare
le cose, piuttosto che pretendere una sorta di
verità ufficiale, che non vada mai sopra le righe
o sotto le righe. La nostra salvezza non sta nel
ritorno ad una situazione idilliaca di integrazione,
sta nel giocare gli stessi difetti del sistema
contro i suoi rischi. Cioè: è dal diventare ancora
più pluralisti e più babelici, che possiamo cavare
qualche rassicurazione. Nietzsche diceva che,
se uno non diventa un superuomo nella situazione
attuale del nichilismo compiuto - che adesso no
stiamo a spiegare cos'è - non sopravvive come
individuo. Noi viviamo in una società in cui l'informazione
è talmente molteplice, bombardante che, o diventiamo
capaci di farci un'interpretazione oppure, se
diciamo: “Voglio pensare come tutti gli altri”
non ci riusciremo mai perché gli altri, i tutti
gli altri, non esistono più davvero come blocco,
come opinione unitaria".