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domande
L'ultima domanda la pone
Carlo Canepa che
chiede:" Se la filosofia, la politica, la
scienza e persino la guerra stessa non sono in
grado di aiutarci a risolvere i conflitti tra
le nazioni, quale disciplina ci soccorrerà e ci
eviterà di proseguire il cammino verso la probabile
estinzione dell'umanità?
"Qui «solo un
dio ci può salvare», come diceva Heidegger nell'ultima
intervista allo Spiegel. Non sono sicuro
che ci sia una ricetta, quindi una disciplina,
né nel senso di una disciplina come fatto ascetico,
individuale o di gruppo, né nel senso di disciplina
come disciplina scientifica o accademica ci potrà
salvare. Del resto quello che noi non sappiamo
è se l'umanità non sia naturalmente destinata
all'estinzione. Cioè è come ciascuno di noi certamente
finora è destinato all'estinzione, a morire per
lo meno. Poi, che ci sia una vita nell'aldilà
o no è questione di fede anche. Credo che sia
molto importante, comunque, sia molto importante
per tutti noi fare intanto i conti con la nostra
mortalità individuale. Certo la mortalità degli
altri ci sembra di tutti gli altri. La fine del
mondo ci sembra persino eccessiva. Va bene, muoio
io, ma si salva qualcuno, in “Questa bella d'erbe
famiglia e d'animali” come dice un poeta. Credo
che la consapevolezza dei rischi a cui andiamo
incontro, consapevolezza che è certamente aumentata
rispetto a secoli fa, come sono aumentati anche
i rischi di estinzione, perché effettivamente
noi stiamo per esaurire certi tipi di energia
nel mondo - il petrolio - o si inventa qualcos'altro
che non è alle viste. E comunque, anche inventando
qualcos'altro, le energie rinnovabili di cui parlano
talvolta i fisici, calcolate su una crescita esponenziale
di consumi che è legata alla diffusione del benessere
in tutto il mondo - i frigoriferi, le automobili
- crea una quantità di problemi. Per cui è pur
vero che oggi gli osservatori, anche i più rigorosi,
scientifici, dei mutamenti del clima, per esempio,
ci dicono che, se andiamo avanti così, fra cinquant'anni
ce la vedremo molto brutta, anche solo per le
rivoluzioni, le guerre civili che nasceranno per
le fonti di energia. Semplicemente per questo.
Dunque qualcosa dobbiamo fare. Dobbiamo farlo
senza esagerare con l'ottimismo della volontà
e il pessimismo della ragione perché, se noi dessimo
retta a quelli che oggi già dicono che siamo al
di là del punto di non ritorno, sarebbe come dire:
“Va bene, mangiamoci, tutti noi, le nostre mucche,
pazze o no, perché tanto ormai ...” Quello che
pensiamo talvolta, quando mangiamo un filetto:
“Se c'è da pigliarsi la mucca pazza, con tutta
la carne che abbiam mangiato nei mesi passati,
ce la siam pigliata, quindi stiamo tranquilli”.
Così nel caso del pessimismo della ragione. L'ottimismo
della volontà è invece di dire: “Beh, facciamo
tutto il possibile. Siccome all'estinzione individuale
siamo destinati, è inutile che ci lasciamo soffocare
dalla disperazione davanti alla prospettiva dell'estinzione
collettiva. Proviamo a eliminarla per amore reciproco,
per preoccupazione dei figli e dei nipoti”. Devo
dire che vorrei concludere con una storiella,
che ho letto in un articolo di Giorgio Ruffolo
a proposito di queste questioni apocalittiche,
in cui lui ricorda che qualche autore inglese
dell'inizio dell'Ottocento, considerando l'aumento
che succedeva delle carrozze, dei cavalli, nelle
città, diceva che, di quel passo Londra, alla
fine del secolo - cioè alla fine dell'Ottocento
- sarebbe stata sommersa dallo sterco di cavallo.
Fortunatamente si è poi inventato l'auto, s'è
inventata l'automobile, il motore. Noi possiamo
solo sperare, per così dire, non nello sterco
di cavallo, ma nell'aneddoto, nella storiella,
nell'esempio dello sterco di cavallo. E che Dio
ce la mandi buona.
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