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3) Agnese
Gennari pone questa domanda: "Non le sembra
che oggi ci sia una accentuazione del polo idilliaco
della natura, una accentuazione che addirittura
spinge in qualche modo verso una sacralizzazione
della natura, con il rischio di ridurla a un feticcio,
di ridurla in realtà a un qualcosa con
cui è difficile instaurare una relazione,
un'esperienza vera?"
Certo, direi che questo conferma il carattere
di intercambiabilità delle due posizioni
che vedevamo prima. Proprio perché abbiamo
una enorme fiducia nelle nostre capacità
manipolative della natura, ma anche un'enorme
paura nei confronti della manipolazione che operiamo
nella natura, cresce il partito di coloro che
pensano che la natura sia di per sé stessa
capace della migliore autoregolamentazione anche
in funzione dell'uomo. Nasce quindi l'idea della
intangibilità della natura o quella che
l'utente ha definito "sacralità della
natura". Questo è un dato molto significativo
della scena contemporanea, perché questa
idea della natura come sacralità si esperisce
al di là della dimensione propriamente
religiosa. Ci sono molti pensatori, da Bateson
a Michel Serres e altri, che pongono in primo
piano esattamente una sacralità della natura
in quanto tale: questo avviene anche quando si
tratta di giustificare la salvaguardia o la custodia
della natura. Attribuire un valore sacro alla
natura significa chiuderla in un recinto di intangibilità;
questo può sembrare un argomento molto
forte a favore della conservazione, perché
è un argomento che elimina in precedenza
ogni obiezione o ogni limitazione. Questa idea
della sacralità, tuttavia, è un'idea
che molto spesso tende anche ad occultare i problemi
reali del nostro rapporto con la natura. Tende
a voler chiudere in fondo il discorso del nostro
rapporto con la natura prima ancora di intavolarlo.
Io penso che questo atteggiamento si presti piuttosto
ad essere messo in discussione, per esempio proprio
in relazione alle capacità autoregolative
della natura nei confronti dell'uomo perché
può arrivare a ipotizzare o a supporre
un'amichevolezza della natura nei nostri confronti
che non si dà, almeno non si dà
sempre, e che non può essere semplicemente
rimossa. Oggi noi molto spesso tendiamo a pensare
che tutti i problemi vengano dalla manipolazione
della natura e che la natura, di per sé
stessa, si comporterebbe sempre in modo favorevole
all'uomo. Questo è precisamente quell'atteggiamento
che per lungo tempo è stato difficilmente
sostenibile: è quell'atteggiamento per
cui, come dicevamo all'inizio, la natura selvaggia,
la natura montana, per molto tempo sono sembrate
nemiche, inospitali, non aperte all'uomo e quindi
non apprezzabili, anche semplicemente dal punto
di vista della bellezza naturale. Proprio perché
questo tipo di natura ci mette subito davanti
agli occhi il fatto che si tratta di una natura
in cui l'uomo non sopravvive se non a prezzo di
interventi di carattere tecnico. Per arrivare
ad apprezzare questo tipo di natura bisogna, in
fondo, che sia già assodata la nostra capacità
di sopravvivenza e che, anzi, scatti quel meccanismo
che vedevamo, quel vagheggiamento, quella nostalgia
per una natura che fa il suo corso indipendentemente
dall'uomo.
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