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9) Rai
Educational: "Lei ritiene possibile che in
qualche modo l'atteggiamento aggressivo, l'atteggiamento
manipolatorio nei confronti della natura diminuisca,
faccia un passo indietro, soprattutto avendo alle
spalle questa storia recente così drammatica?"
Credo che qualcosa del genere sicuramente stia
già avvenendo, anche se spesso noi rimaniamo
legati all'immagine, per esempio, di una tecnica
aggressiva. Mi pare che ci sia una certa indulgenza,
nei confronti dell'uomo comune, nel riproporre
continuamente soltanto l'idea di una tecnica aggressiva.
Questo certamente è vero: è esistita,
ed esiste, nell'azione tecnologica una componente
distruttiva non amica dell'ambiente. Tuttavia
mi pare che esistano anche delle strade che permettono
una ricomprensione dell'istanza di difesa, o di
salvaguardia, della natura all'interno del processo
tecnico stesso. La tecnica, cioè, può
cominciare a prendere in carico una presenza meno
distruttiva o meno manipolativa in tanti campi,
dal settore dell'energia a quello dell'allevamento,
all'agricoltura e così via. Io credo che
spesso indulgiamo troppo nel presentare il rapporto
tra tecnica e natura come un rapporto di pura
esclusione e di pura opposizione. In realtà
ciò che chiamiamo natura è sempre
definito attraverso una serie di opposizioni:
possiamo opporre la natura alla storia, la natura
all'uomo, la natura alla tecnica, e pensiamo la
natura sulla base di queste opposizioni. Il rischio
insito nel pensare il rapporto fra tecnica e natura
come puramente oppositivo è quello di costringerci
all'alternativa secca da cui siamo partiti, cioè
l'idillio o la dannazione, l'inferno o il paradiso.
Se noi pensiamo solo in termini di esclusione,
o tecnica o natura, ci condanniamo, in fondo,
a vagare fra quei due termini opposti, probabilmente
con l'unica via d'uscita nella seconda, nemmeno
gradevole, delle due possibilità: verso
l'inferno di una tecnica puramente distruttiva.
Ma credo che questo sia, in fondo, una semplificazione.
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