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La domanda
di Lorenzo Bruni pone una questione che riguarda
le strategie del restauro. Lorenzo Bruni le chiede:
"La paura di falsificare un'opera o il timore
di intervenire in modo radicale, come richiedono
talune operazioni di consolidamento o anche la
semplice scelta di interventi più superficiali
- a volte di sola ripulitura come è accaduto
per la tavola di Simone Martini -, non rischiano
di creare più danni?".
"Oggi è molto diffuso il restauro
di "cosmesi", come viene chiamato in
gergo. La cosmesi tutti sapete cos'è - quando
una donna o un uomo cerca di diventare più bello
di quello che normalmente è - e applicata al mondo
dell'arte diventa un cattivo restauro: generalmente
è un falso restauro perché si riduce al
maquillage. Il suo limite risiede nel fatto
che non tiene conto di quelle che sono le vere
patologie di un'opera d'arte. Sarebbe come se
un malato di fegato cercasse di acquistare colorito
riempiendosi di cosmetici la faccia: è
chiaro che otterrà il giusto colorito solo
quando i suoi problemi epatici saranno risolti.
D'altra parte è anche vero che un intervento strutturale,
cioè sulla sostanza dell'opera, può essere devastante.
Ci sono casi di medicina estrema che io non consiglierei.
Ridurre un'opera d'arte a un mostro intubato,
trasformato nella sua stessa sostanza materica,
secondo me è un accanimento terapeutico da sconsigliare,
bisogna sempre trovare un giusto equilibrio fra
diritti dell'occhio e quindi cosmesi, chiamiamola
pure così, e risanamento autentico della struttura
dell'opera, con l'obiettivo di farla vivere il
tempo più lungo possibile. Non per sempre, perché
niente che vive sotto il cielo è destinato ad
esistere per sempre. Noi a volte pretendiamo una
innaturale immortalità per cose che presto o tardi
sono destinate a morire: un giorno il Colosseo
non ci sarà più, questo è! Il nostro lavoro è
fare in modo che questo accada il più tardi possibile".
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