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Continuiamo
a parlare di strategie del restauro con la domanda
di Claudio Mei, che provocatoriamente - come lui
stesso avverte - Le chiede: "Professor Paolucci,
che senso ha realizzare dei restauri, dispendiosi
anche dal punto di vista economico, quando si
può ricorrere all'esposizione di copie,
come è avvenuto a Roma e a Firenze?".
"Questo è indubbiamente un problema
e tante volte mi hanno posto tale domanda, io
stesso me la sono posta. In base ai discorsi che
facevamo prima - sul primato del Romanticismo,
dell'Idealismo e dello Storicismo della nostra
cultura - e a differenza dei giapponesi o dei
cinesi, noi tollereremmo molto male l'idea di
una città popolata da replicanti, da cloni: l'idea
è fastidiosa perché offende il nostro senso della
storia. È possibile abitare in una città
in cui tutte le sculture visibili, che dovrebbero
essere antiche, sono finte? Va bene per il Marco
Aurelio, di cui è stato necessario
esporre una copia -, ma cosa accadrebbe se tutte
le sculture di Roma, la Fontana di Trevi, la fontana
di Piazza di Spagna, i cavalli del Quirinale e
lo stesso Colosseo fossero una copia? Anche quest'ultimo,
infatti, si può copiare, magari non con
il travertino ma con sostanze plastiche, ancora
più resistenti e praticamente immortali: non avremmo
l'impressione di vivere in una specie di Disneyland?
Proprio per tale motivo si fanno delle copie solo
quando non si possono non farle. Io ho combattuto
una dura e difficile battaglia, rischiando di
persona, per far sì che il Perseo di Benvenuto
Cellini in bronzo rimanesse nella Loggia dell'Orcagna.
Perché poteva rimanerci, perché con opportuni
controlli, con verifiche ogni tanto, con provvedimenti
efficaci poteva vivere e vivere bene pur rimanendo
all'aperto. Però io stesso sono costretto a rimuovere
dalla Loggia dell'Orcagna qui a Firenze in Piazza
della Signoria il Ratto delle Sabine di
Giambologna, una delle sculture più famose del
mondo, perché mi sono reso conto che se sta lì
altri venti, trent'anni, probabilmente non ci
sarà più: la rovina sarà a quel punto irreversibile.
E allora ecco che il restauratore, come il medico,
deve sapere che non c'è la malattia ma c'è il
malato; che esistono tante diagnosi quanti sono
i malati, e tante terapie quante sono le diagnosi.
Questo è l'aspetto pragmatico, "opportunistico",
del nostro mestiere."
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